Next-Station Webzine #3
Posted on Gennaio 9th, 2012 in From Other Sites, Racconti | 1 Comment »
Ci siamo! Finalmente online il terzo numero di Next-Station.
Per quel che mi riguarda, posso solo sperare che Poe mi perdoni…
Ci siamo! Finalmente online il terzo numero di Next-Station.
Per quel che mi riguarda, posso solo sperare che Poe mi perdoni…
È uscita per Bietti Editore l’antologia Notturno Alieno, 22 racconti tra fantascienza e noir a cura di Gian Filippo Pizzo. Nell’introduzione Stefano Di Marino spiega che non si tratta solo di: «mescolare due filoni amati dai lettori e dagli autori, il noir e la fantascienza, ma inserirli in un contesto diverso dalla abituale atmosfera alla Blade Runner. [...] Ne è uscita un’opera composita, con voci e sensazioni differenti come è giusto che sia, ma interessante, stimolante. Meticcia. Che è un concetto democratico e universale».
Ho partecipato con Dormono soltanto, un racconto omaggio al maestro dell’hard boiled Dashiell Hammett. Non ho fatto altro che trasportare su un altro pianeta il suo Continental Op (qui Universal Op) e buttarlo in una triste triste storia di tradimenti, criminalità organizzata a DNA mutato e rogne di politica galattica. La colonna sonora è dei Melvins, Van Morrison e Tom Waits.
Il resto della truppa che ha partecipato alla raccolta: Donato Altomare, Claudio Asciuti, Cristiana Astori, Selene Ballerini, Sandro Battisti, Carlo Bordoni, Giovanni Burgio, Andrea Carlo Cappi, Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, Walter Catalano, Piero Cavallotti e Riccardo Rovinetti, Milena Debenedetti, Domenico Gallo, Francesco Grasso, Domenico Mastrapasqua, Michele Piccolino, Gian Filippo Pizzo, Pierfrancesco Prosperi, Franco Ricciardiello, Stefano Roffo e Dario Tonani.
Don’t you bother me, not anymore
I can’t take this tale, oh, no more
It’s all around, Jimmy Jazz
The Clash
Per Graham Mellor è un giugno di merda, senza ombra di dubbio. Le escursioni termiche che lo tormentano gli fanno rimpiangere il fresco serale della sua hometown oltremanica. E dire che in redazione aveva fatto carte false per farsi mandare in Italia, compreso un corso per imparare la lingua.
Insomma, aveva mostrato il sederino al caporedattore: «Ho amici lì, boss».
«Davvero?»
«Sul serio, niente vitto e alloggio in nota spese, promesso».
«Beh, Mellor, buon viaggio allora».
Quarantotto ore dopo era a Roma.
Un anno dopo è a Bologna. Alla stazione ferroviaria, per la precisione. Fa un caldo infernale. E il girone più incandescente è sul primo binario. All’appuntamento col Grande Capostazione, l’amministratore delegato della più grossa azienda nazionale di trasporti ferroviari, manca più di un’ora. Sarà l’ultima intervista per la sua inchiesta sul casino dell’Espresso 1981, partito proprio da quella stazione la notte in cui sorvolò la Manica in direzione del Belpaese. 11 giugno 2011, vigilia di referendum. Due giorni dopo avrebbe spedito in redazione il suo primo articolo da inviato all’estero.
Che cazzo di storia, quella del Diciannoveottantuno.
Tre mesi interi a intervistare il maggior numero possibile di passeggeri di quel treno. Dopo l’ultima intervista – fra tre ore, minuto più, minuto meno – Graham sogna di cominciare a sbobinare il materiale in una vasca piena di ghiaccio.
Intanto s’accontenta della sala d’aspetto. Prende posto giusto davanti alla cicatrice procurata al muro dalla bomba dell’80. Rimane così, in apnea per qualche minuto, a fissare la gente che passa dietro la lastra di vetro che copre il crepaccio. Poi si decide ad aprire il laptop. Collega le cuffie e ascolta spezzoni delle interviste già raccolte.
Leandro Ciparella, 26 anni
Che nottata, compare mio, e che viaggio! Scendevo in Sicilia per votare. Treno straordinario, sai com’è. Vagoni al limite del carro bestiame. Non eravamo pochi. Parecchi pure senza biglietto. Mai vista tanta gente su un binario, manco alle feste comandate, quando anche il più ateo e iconoclasta dei terroni ritorna a casa con lo stomaco aperto e i denti ben affilati. Capisci, no? Insomma, tutti pronti, chi per un motivo chi per un altro. Poi l’altoparlante annuncia che il nostro treno viene soppresso. Hai presente quelle voci metalliche… Ma da voi, che dico, alla Regina negli altoparlanti magari ancora ci piacciono le voci di gentleman veri e non di cartone.
Jimmy Jazz, 46 anni
Oh, ma veramente vuoi che ti racconti ‘sta storia? E Jimmy te la racconta. Abito in piazza delle Medaglie d’Oro, d’abitudine. Ma non in una casa, è chiaro. Nella piazza proprio. Sai, non sono uno tanto schizzinoso. Dormo seduto, pensa tu. Dormo seduto che così nessuno mi rompe il cazzo, a dirla tutta. Ma tant’è. Stavo proprio dormendo sul mio scalino. Quando mi vedo arrivare tutta sta gente. E tu che fai se, mentre stai sognando le meraviglie del Multiverso, decine di persone ti entrano in camera da letto? Ti svegli! Tutto un drappello di gente incazzata, tipo manifestazione, slogan e tutto il resto, è chiaro. Manco un minuto e sale sul mio scalino un vecchio, un vecchio più vecchio di Jimmy, davvero. Voce tonante, il nonno, e baffi a manubrio. Caccia un paio di urli e quasi tutti zitti. Poi dice, me lo ricordo come se fosse ora, Jimmy c’ha il cervello tipo Mecchintosh, è chiaro. Dice: «Tra venti minuti c’è il 1981, Bologna-Villa San Giovanni. Ce lo prendiamo. E lo guido io che i treni li ho guidati per trent’anni. Andiamo e ce lo prendiamo. È già sul binario. Niente violenza, niente risse. Fate scendere chi non vuole essere della partita. Mi pare ovvio che ci sarà una sola fermata. Fate i vostri conti. Il biglietto è gratis. Adesso andiamo. In silenzio e senza fare casino».
Pareva Mosè e io fui il primo a seguirlo, è chiaro. Cazzuto, il nonno. Dopo aver sfilato sotto gli occhi degli agenti della Polfer con la bocca aperta, vedo che Baffi a Manubrio tira fuori una pistola. Ti immagini Mosè con la pistola? Col mare che si divide e tutto il resto, è chiaro.
Francesca Losanto, 36 anni
È accaduto tutto così in fretta. Ero nella motrice. Mi occupavo delle pulizie a bordo. Anche se non mi spetta, un passatina alla cabina del macchinista la facevo sempre. Se non la facevo, mi sembrava di lasciare il lavoro incompleto, non so come spigarmi. Mi godevo il silenzio. Non ha idea di che vuol dire stare per ore e ore dentro un treno. M’ero seduta al posto di guida. Sognavo di essere la macchinista. Avevo gli occhi chiusi.
«Te ne puoi tornare a casa, collega». Disse proprio così l’anziano. Di spalle m’aveva presa per un macchinista. S’immagini lo spavento. Aveva in mano una pistola. Mi disse che non l’avrebbe usata, che era l’unica maniera per convincere chiunque si fosse trovato al mio posto. Cosa feci? Lei che avrebbe fatto al mio posto, l’eroe?
Giuseppe Franco, 71 anni
Sono un berlusconiano di ferro, questo ci tengo a dirlo. E lo scriva, lo scriva pure. E infatti ero in viaggio mica verso l’urna elettorale, ma verso casa. La questione del referendum l’avevo liquidata con un perentorio “menefrego!”. Volevo andare al mare, come disse il buon Bettino. Non facevo parte di quella banda di terroristi, insomma. Ero già sul treno 1981 munito di regolare tagliando. Seconda carrozza, posto 56. Posto a sedere che non ho lasciato per un solo istante, neanche quando lo scompartimento s’è riempito di comunisti bavosi. Anzi, se devo essere sincero, mi sono alzato una volta sola: quando siamo passati da Firenze. A tutta velocità. Sì, ho avuto una paura terribile. Paura che ci avessero deviato su un binario morto e che c’avessero messo sulla strada un vagone per bloccare la corsa del treno. Dal finestrino vidi solo una lunga fila di gente in là, sui primi binari, una lunga fila di comunisti con le trombette che festeggiavano e ci battevano le mani. Firenze, si sa, è un covo rosso. Altro che La Pira!
Francesca Losanto, 36 anni
Gli eroi, nella vita reale, muoiono. Altroché. Sa qual è la cosa che nessuno ha scritto? La scriva pure, che tanto m’hanno sbattuto fuori dalla ditta di pulizie. Ero interinale. Come cosa vuol dire? Ah sì, è straniero. Ma mi ascolti, mi ascolti bene. Scesi dal treno. Restai lì, come una statua, sul binario. Intanto la gente si accalcava nelle carrozze. Ce n’erano anche molti che scendevano. Il treno alla fine parte e dal finestrino della motrice si sporge l’anziano, che mi sorride e mi lancia la pistola. Io faccio un salto così dalla paura che esplodesse un colpo. E quella cade a terra. Ma non spara. La prendo in mano. È leggerissima. Di plastica. Tutto quello che hanno scritto non è vero, che era un pazzo terrorista, che era armato e che, alla fine, forse si è pure suicidato perché era braccato dalla polizia. M’ha pure sorriso. E i criminali non sorridono in quella maniera, mi creda.
Anteo Majorino, 23 anni
Poteva essere uno dei tanti pazzi che a quell’ora chiamano per lamentarsi dei cessi e dell’aria condizionata che non funzionano. Lavoro nel call center più infamato d’Italia. Mi pagano per essere mandato affanculo quattro ore al giorno, esatto. L’ho ricevuta io la chiamata. Guardi, so pure fare l’imitazione della voce, l’ho ripetuta miliardi di volte: «Sono il macchinista del 1981. Se non lo sai, ci siamo presi il treno. E non è uno scherzo. Di’ che basta che il treno faccia il percorso stabilito, senza scambi strani, fino a Villa. E andrà tutto bene. Diversamente, tutto quello che accadrà sarà per colpa loro. Io non mi fermerò prima di Villa San Giovanni».
Jimmy Jazz, 46 anni
Non sento un’adrenalina così dai tempi delle fughe dalle comunità di recupero, è chiaro, quando il cervello tipo Mecchintosh di Jimmy era un campionario di droghe, e saltavo le mura degli istituti manco fossi l’Uomo Ragno. Firenze e via, Roma e tutte le altre stazioni. E in ognuna mi sono immaginato teste di cuoio e teste di minchia super attrezzate che volevano farci il culo. Niente di niente. Jimmy arriva a Villa San Giovanni, come previsto. E ci arriva senza neanche sapere se quel posto esiste davvero, è chiaro. Scendo dal treno in cerca di Mosè, il mio Mosè cazzuto coi baffi a manubrio e la pistola. E lo vedo, ma solo per un attimo, confondersi nella folla che si dilegua in mezzo agli agenti di polizia schierati sul binario. Lo riconosco anche senza pistola. Per un attimo mi guarda. Punta i suoi occhi in quelli di Jimmy Jazz. E mi sorride, è chiaro.
Giuseppe Franco, 71 anni
Se ho votato? Glielo dico solo se spegne quel coso, il registratore. Ha spento, sì? Va bene, lo ammetto, ho votato. Tutti “No”, sia chiaro, ma ho votato.
Graham Mellor è finalmente a casa. Che poi è un buco da 200 euro al mese in un B&B. Non ha amici, in Italia. O meglio, nessuno che possa ospitarlo. Ha speso un pacco di soldi, altro che vitto e alloggio gratis. Ma nessuna nota spese potrebbe ripagare l’esperienza passata a indagare sul Diciannoveottantuno. Tutto sommato, gli italiani sono ancora capaci di grandi cose, se vogliono.
Sotto la doccia, Mellor ripensa alle dichiarazioni del Grande Capostazione: «Smentisco con forza le illazioni che vogliono la nostra azienda obbediente a un ordine, lo metta fra virgolette, un ordine del “palazzo” volto a non far partire un treno pieno di elettori».
Poi cerca di immaginarsi per bene la faccia del vecchio macchinista. Ma non ci riesce. Tutto quello che vede è un uomo di spalle, che si perde in mezzo alla folla di una città del sud Italia, gente che comincia una nuova giornata e che magari sta fantasticando sul terrorista che ha portato un treno a Villa, e in anticipo sull’orario previsto.
Salgo sul predellino e considero la situazione.
Novembre, ponte Tutti-i-Santi-Morti. Ogni occasione è buona per tornarsene a casa. Autostrada A3, Salerno-Reggio Calabria, direzione sud. Il tratto è quello tra Cosenza e Altilia. Ho spento il motore, come tutti. L’incolonnamento che si è formato è immenso; volgendo gli occhi indietro me lo immagino per chilometri e chilometri: un serpente che ha la sua coda incastrata nel casello di Casalecchio e la testa schiacciata giusto una manciata di automobili davanti la mia.
C’è stata una frana. E un tamponamento.
Mi gira la testa, sul predellino.
Penso che al posto di quella familiare sommersa da terra, fango e roccia potremmo esserci io e mia moglie.
«Allora, che è successo?»
Abbasso la testa e la infilo nell’abitacolo: «Una frana e un tamponamento», dico.
«Merda».
Mentre lei si sporge sul posto di guida, io ritorno su per continuare la cronaca del disastro.
«Ci sono i mezzi di soccorso. I pompieri, più in là un’ambulanza, un paio di pattuglie della Stradale».
«Ci sono morti?»
«Spero di no, ma è molto probabile».
Aguzzo lo sguardo. Vedo un pompiere andare verso lo spartitraffico. Lo prende a calci, stacca un catarifrangente, si dispera. Subito dopo viene oltrepassato da un suo collega. Tiene in braccio un fagotto dal quale scivola via una linea rosa.
È il braccio di un bambino.
Torno dentro l’abitacolo.
«Che c’è? Che hai visto?»
«Niente».
Quando ritrovo il coraggio di risalire sul predellino s’è già fatto buio. Non è passato molto tempo. Merito dell’ora solare. Una pioggia sottile bagna il serpente di metallo e gomma.
«Che fai? Non vedi che sta piovendo?»
«Un attimo».
C’è un lampeggiante che non mi torna. Non sta davanti a me, sul luogo del disastro, ma dietro.
Scendo.
«Dove vai, oh?»
«Aspe’, torno subito».
Risalgo il serpente.
La squama che cerco non è lontana.
È un’auto “blu”.
Mi fiondo sul finestrino posteriore. Ci passo sopra con la mano a mo’ di tergicristalli. Le gocce che ho portato via rivelano un profilo fin troppo conosciuto.
Subito dopo scende l’autista e, dall’altro lato, uno della security.
«Che cazzo stai facendo?»
Non li cago. Cerco gli occhi della Personalità. Li trovo solo per un attimo.
Intanto i due mi spingono e mi strattonano.
Alzo le mani in segno di resa. Mi allontano.
Di nuovo in macchina con mia moglie che esige spiegazioni che non riesco a fornirle.
Ho la mente occupata.
Penso di tornare sul predellino.
Potrei tenere un discorso.
Arringare il Serpente a cambiare pelle.
Servirebbe a qualcosa?
Questo racconto nasce da suggestioni rubate a Controinsurrezioni (Piccola biblioteca Oscar, 2008), il magnifico dittico pittato da Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Più che in una recensione, ho voluto cimentarmi in questa piccola esperienza di fan-fiction, non una novità per la comunità del Magister, come suggerito da WM1 all’epoca dell’uscita del libro. Dentro ci sono alcuni elementi presenti nell’opera dei due di cui sopra (e lo dico con la dovuta umiltà): saliscendi temporali, immaginario rivisitato e cacca di piccione (più elegantemente, dubbio) sui monumenti del Risorgimento. Viva l’Italia!
* * *
Quanto segue è quello che le agenzie hanno riportato delle dichiarazioni di Erminio Ricciotti, ordinario di Storia medico legale all’Università di Firenze; la conferenza stampa fu indetta il 29 agosto del 2060, esattamente 198 anni dopo la battaglia dell’Aspromonte, che vide le truppe del Regio Esercito prendersi a fucilate per dieci minuti con gli uomini radunati da Giuseppe Garibaldi per la presa di Roma, ancora sotto il Papa: «La leggenda è presto sfatata: esaminando il malleolo destro è del tutto evidente che non c’è nessuna traccia di lesione del tessuto osseo».
«La palla è penetrata a tre linee al di sopra e al davanti del malleolo interno: la ferita ha una figura triangolare a lembi lacerocontusi del diametro di mezzo pollice circa. Alla parte opposta, mezzo pollice circa al davanti del malleolo esterno, si avverte un gonfiore che sotto il tatto è resistente».
Il professor Ferdinando Zanetti poggiò il referto sulla sedia accanto al letto del Generale: «Diamo un’occhiata».
Un giovane infermiere sollevò il lenzuolo con reverenziale cura, terrorizzato dall’idea di poter urtare Garibaldi che, di suo, non smise neanche per un istante di puntare i propri occhi in quelli del luminare fiorentino.
La gamba aveva perso tono muscolare. La ferita era fistolizzata, dai bordi violacei. E l’odore non era proprio quella della rosa.
Zanetti tastò i bordi prima con l’indice poi con uno specillo. Acciaio in carne viva. Gli occhi dell’eroe si appannarono.
«Ho da consultarmi coi colleghi», disse il professore. Poi girò i tacchi e uscì dalla stanza.
«L’ho mandato affanculo».
«Chi?», chiese l’infermiere, rimasto solo col Generale.
«Ma come chi? Il tenente Rotondo. Da come s’è comportato – neanche un saluto, la resa intimata senza scendere da cavallo – me l’ha tirata lui la palla, giù in Aspromonte. Te lo dico io, giovane».
Succede anche agli eroi, di sbagliarsi.
Il suo cecchino, in quel preciso istante, si trovava nella capitale dei suoi sogni. A Roma. E proprio a lui, all’uomo che poteva ucciderlo, stavano appuntando una medaglia sul petto. In gran segreto, si capisce. Senza pubbliche celebrazioni.
«Congratulazioni, tenente Ferrari».
«Dovere».
«Se adesso possiamo prepararci con calma al Bicentenario dell’Unità, è tutto merito suo».
«Merito dell’Ufficio tecnico, signore, che è riuscito a farmi sparare con una Remington di precisione una palla di una carabina del 1862».
«Ed è riuscita a portarla là, grazie a Dio».

Più tardi, il tenente Luigi Ferrari si sarebbe ritrovato di fronte lo stesso funzionario che gli aveva notificato l’onorificenza, giusto un po’ più di fuori.La festa in villa era stata organizzata per dare giusto merito ai nuovi eroi della Patria.Capitarono sullo stesso divano, entrambi a braghe calate, a condividere una marziale fellatio prodotta da un’annoiatissima ospite.
«Ferrari, se con la stessa precisione riuscisse a mettere una palla in culo a Erminio Ricciotti, giuro che la farei generale all’istante».
Sorrisi e applausi, all’alba di un nuovo giorno.
Quasi la stessa gioia e soddisfazione espressa dai medici radunati attorno a Ferdinando Zanetti, che era appena riuscito a estrarre la pallottola dalla gamba del Generale. Per poter dilatare la ferita, aveva immerso una spugna nella cera liquida e l’aveva lasciata nella carne dell’Eroe dei Due mondi per tutta una notte. La cera si sciolse e la spugna si dilatò, favorendo il passaggio del forcipe: la leggenda era appena nata.
Il giovane infermiere cui Garibaldi aveva esternato i suoi sospetti poche ore prima, ebbe fra le mani quella pallottola per qualche secondo, la prima metà dei quali aveva passato a fantasticare su quando, come, a quanto e a chi venderla.
Gliela strappò dalle mani il dottor Zanetti, interrompendo i suoi personalissimi e per nulla patriottici sogni di gloria: «Questa la faremo mettere in un museo, giovane. A futura memoria!»
* * *
La pioggia fuori è sottile: sembra il tratto costante di una matita fine su un foglio, sgrana la strada, i palazzi, le macchine parcheggiate. La gente, a quest’ora, schiaccia in egual misura sogni a occhi aperti e a palpebre serrate. I sogni si confondono con la realtà. Consumo i minuti e la sigaretta seduto per terra, di fronte a lei. Guardo il suo corpo dalle forme semplici, regolari. Ascolto il suo respiro - un beat regolare, meccanizzato, storpiato dai fruscii - e fermo il mio inanellando apnee di fumo. Ha un occhio di vetro, lei, attraverso il quale vedo vite contorcersi in mille volute concentriche, decine di maschere quotidiane, intere mute psichiche confondersi in un grigio sfaccettato. Il suo occhio è la sua anima e la sua anima uno schermo. Schiaccio la sigaretta. Metto a fuoco il portacenere. Sposto di nuovo l’inquadratura su di lei. Dentro il suo ventre urla un esercito di fantasmi. Non è una donna, né un televisore. È solo una lavatrice, totem all’automatismo delle nostre vite. Tra guardare lei o un televisore per un’ora consecutiva pare non corra troppa differenza, di questi tempi. A confonderla con una donna, poi, il passo ormai non dovrebbe essere più tanto lungo. Un piccolo passo per l’uomo, un passo decisivo per l’umanità. Verso il reset totale di memoria e la catastrofe psichica.
Border Radio è una web radio che “raccoglie musica, immagini, video e testi rilasciati con licenze libere, che permettono cioè all’utente di scaricare e contribuire alla diffusione dell’arte creativa e non vincolata dalle assurde restrizioni del copyright”.
Codesti ragazzuoli hanno messo su una bella iniziativa: Turin Share Alike Contest. In pratica, si tratta di mettere in libera condivisione racconti per farne dei cortometraggi e unire le abilità di scrittori, musicisti e registi. Davvero una bella iniziativa.
Ho partecipato con Le mosche nel latte, una racconto a cui sono molto affezionato, tanto da aver provato a tirarci fuori un romanzo. Alla fine il racconto ha avuto la meglio, mantenendo una sua struttura e un suo perché, mentre il tentativo di “espansione narrativa” è naufragato mestamente, senza tempesta, ma andando alla deriva sulle onde della terza revisione. Le mosche sono rimaste sul bordo del bicchiere, chiuse nel cassetto. Questa di Border Radio m’è sembrata la giusta occasione per farle tornare allo scoperto.
Delos 123 è online. Dentro c’è una succosa inchiesta sulla SF scritta in Italia, con opinioni in presa diretta dagli addetti ai lavori scrittorii e una lunga intervista a Salvatore Proietti. C’è anche un mio racconto (Grazie, Carmine!), I want you (dead), dedicato nel titolo ai The Tunas, una band di Bologna che strombazza rock di qualità a tutto andare. L’ambientazione è quella di È la guerra (il racconto presente sulla terza antologia connettivista), giusto qualche anno più in avanti: guerra civile e Italia spaccata in due, condannata alla compresenza dei tempi sopra e sotto una nuova Linea Gotica. Sprawl e New Dark Age. E poi Resistenza organizzata, speranze buttate nel cesso e un killer aumentato, maniaco dei bei culetti e del rock d’annata. Un ringraziamento particolare va al Boa Magnus, che mi ha aiutato a mondare il testo da cazzate di cui mi sarei pentito un secondo dopo la pubblicazione.
Buona lettura e buon ascolto.
A Simone Conti.
Con stima e stupita ammirazione.
Bandoliers
To fight you, dear […]
Can’t become what I’m not
Them Crooked Vultures

Il carabiniere posò la tanica di nafta accanto alla porta e con la bocca arsa disse: – In questa stanza, Onorevole.
Pavolini mormorò solo un – Grazie. – e seguì il giovane all’interno della sala. Nonostante l’aria sbattuta, aveva in quegli occhi una folle determinazione che atterriva i sottoposti. E questa cosa – perché nasconderlo a se stessi? – gli piaceva da morire.
L’appuntato, posata la tanica, un attimo prima d’irrigidirsi sull’attenti e svignare via: – Il dottor Majorana arriverà tra qualche minuto, la prega di attendere qui.
La sala era enorme e, a parte quella che sembrava una cupola coperta da un telo nero, vuota. L’onorevole non resistette alla curiosità e tirò giù il lenzuolo. Apparve un incrocio tra una vasca da bagno col baldacchino e uno strumento di tortura: aveva al centro una poltrona dotata di casco e una spessa anima di tubi di rame e cavi penzolanti; sul davanti spiccava quello che immaginò essere il motore. Dava l’idea complessiva di un insetto gigante appena spuntato dalle profondità dell’abisso.
Il dottor Majorana lo fece trasalire, piombandogli alle spalle silenzioso come un animale notturno. Non gli riservò nessun onore, nessuna parata e nemmeno un saluto. Puntò dritto alla tanica, l’aprì e ne annusò il contenuto. Poi sbottò in una fragorosa risata – Avrei dovuto immaginarlo!
– Cosa immaginava, di grazia, camerata?
– Ogni volta che chiedo del “carburante” arriva quello sbagliato. – L’odore di nafta s’era sparso per la stanza. – Questa macchina non va a idrocarburi, va a vapore.
Majorana aprì il davanti della macchina e quello che all’onorevole era parso un roboante motore a scoppio apparve in tutta la sua inequivocabile guisa di caldaia. – Quello che volevo era acqua, solo venti litri di misera acqua. – Continuò divertito – Lei intanto si accomodi, Onorevole. Prenda confidenza col mezzo. Io provvederò a farlo partire. – Poi sparì dietro la porta continuando a ghignare.
Pavolini prese posto sulla macchina, mentendo a se stesso e a alle sue sensazioni: quella cosa lo spaventava a morte.
Dio santo, pensò, una macchina del tempo. E io ci sono sopra.
– Pronto a partire?
– Pronto. – Majorana gli aveva messo in testa il casco e poi s’era dedicato ad attizzare il carbone.
– Sicuro? Ancora posso arrestarla. Tra un minuto il processo sarà irreversibile.
– Proceda pure, camerata.
Così tra scoppi e gorgoglii infernali, Pavolini si ritrovò a occhi chiusi, viaggiando in una galleria dai colori cangianti, cavalcando un misto di eccitazione e terrore che non provava da quando aveva smesso di mulinare personalmente il manganello.
Majorana si accomodò su una poltrona, accese una sigaretta e iniziò a scarabocchiare appunti sul pacchetto. Neanche il tempo di finirla, che Pavolini riaprì gli occhi e balzò fuori dalla macchina, strappando i cavi del casco. Ansimava madido di sudore. Aveva stampato in faccia un sorriso sardonico.
– Ebbene, cosa ha visto? – chiese lo scienziato alzandosi dalla poltrona, continuando a fumare tranquillo la sua sigaretta.
– Ho visto cose davvero meravigliose. Altre, decisamente terribili, le ho dedotte. Ma c’è di che stare tranquilli. Credo di essere arrivato dal ’34 fino al 2010, o giù di lì.
– E allora?
– Forse meneremo di meno i bastoni per aria, anche se non è detto. Non sono arrivato così in fondo da escluderlo del tutto.
Majorana schiacciò la sigaretta sul pavimento, poi si alzò e andò verso Pavolini. Non gli tese la mano. Rimase lì in piedi a fissarlo, dall’alto in basso.
L’Onorevole deglutì un grumo di saliva e disse: – In buona sostanza, non cambierà niente.
Senza retorica e senza morale bucata, questo racconto è per tutte le donne - di qualsiasi nazionalità e condizione - che nella nostra Italietta da basso avanspettacolo vedono ogni giorno calpestate le conquiste e le lotte degli anni passati e, al passare di ogni secondo, vengono private di interi pezzi di futuro. L’immagine è di Francesca Dattilo.

Addio belle spiagge, sogni vacanzieri, resort, impianti turistici, ecomostri e catapecchie abusive, tanti saluti a interi paesi e città: la Grande Barriera Adriatica aveva calpestato tutto un mondo costiero andato in malora già ai tempi della V Guerra Balcanica, quando l’emergenza profughi e rifugiati raggiunse il suo picco storico. L’avevano tirata su nel tempo record di dieci anni. Alla stessa velocità era mutato il mestiere dello scafista, adattandosi ai tempi. Niente più barconi pieni di gente, carrette del mare, scontri con la guardia costiera, annegamenti di massa. Il business della tratta di esseri umani viaggiava su scafi dalla capienza massima di sei, sette persone, progettati per dissolversi – alla lettera – entro un giorno dall’arrivo. Biotecnologie applicate alla nautica o impiego di materiali scarsi, fate voi.
Greta vide per la prima volta la Grande B. un mattino in cui il mare era calmo e docile come le sue speranze. La muraglia correva da Caorle a Siderno per più di millequattrocento chilometri, ma vista dal suo modulo nautico monoposto, il cemento di cui era fatta pareva trasparente: oltre, c’era la sua nuova vita. Alle sue spalle, l’Albania e la disperazione della XIII Guerra. Dall’altra parte della Barriera, l’ing. Marco Di Lena, un manager alto e secco, appena cinquantenne e dall’aria tranquilla, stava cuocendo la sua pelata al sole di mezza estate.
Aspettava Greta.
Già la immaginava stesa sul letto, sua moglie che le accarezzava con affetto una guancia e i due figli gemelli, suoi coetanei, che sorridevano con gli occhi lucidi di gioia. E poi c’era lui, che diceva: – Non ti preoccupare, piccola, sei a casa.
Ah, Greta, Greta, Greta…
E poi ancora, sempre più premuroso: – Questo è il tuo letto, bambina mia. Dormirai al caldo d’inverno e al fresco dell’aria condizionata d’estate. Com’era quella pubblicità? “Con i nostri condizionatori la vostra città cambia provincia, da Roma, Milano o Palermo diventa Copenaghen!”
Potresti restare con noi per tutta la vita.
A Greta avevano detto: – Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro che comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva. Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.
Chiuse gli occhi e sfidò i suggerimenti dello scafista abbandonandosi alla deriva di un sogno lucido, sotto la pioggia battente di desideri e speranze.
Dormire una notte senza il sibilare di bombe e proiettili, mangiare qualcosa che non piova dal cielo in quei cazzo di cassettoni dell’Onu, ma che sia già in casa, senza per questo dover litigare con tuo padre che, accecato dalla fame, durante quelle piogge di cibo in periodo di siccità, si dimentica di avere sei figli, fa a pugni coi vicini, prende la roba e se la va a sbafare sulle colline, sparendo per una settimana intera. E ancora: un lavoro onesto, una casa, una macchina e delle amiche. Poi avere un ragazzo, chissà, anzi dieci, cento ragazzi, e poi un compagno, uno solo per tutta la vita.
Scapperà di sicuro, la troietta. Prima o poi, si stancherà della casa, del condizionatore e, soprattutto, della famiglia. Dieci anni sarebbero un tempo sufficiente da “ospite” in casa Di Lena.
L’arco di tempo esatto in cui qualsiasi speranza andrebbe a farsi fottere. Con lo scorrere dei mesi, i sogni da lucidi si cristallizzerebbero in terra arsa, per poi svanire in un nugolo di polvere. Due lustri in cui Greta sarebbe diventata il chihuahua della signora Di Lena e la bambola di carne di suo marito e dei due gemelli.
Poi sarebbe finita in mezzo alla strada, sul marciapiede o sul ciglio di tangenziali sospese sul vuoto, aggrappata solo ai guardrail della disperazione e dello spirito di sopravvivenza.
Dulcis in fundo, l’unica maniera di scappare dai propri sfruttatori sarebbe stata ucciderli o essere comprata da altri, con la speranza di trovarne di più clementi. Magari prendere uno dei pochi treni disponibili per lasciare la fogna del kipple, quello che portava alla BBF Spa, Bio-Beauty Farm, società che controllava i più grossi centri benessere del Belpaese, parte di una holding controllata dai soliti noti al governo della Repubblica. Centri di ristrutturazione totale, comprendenti tutta una serie di servizi che andavano dal pompino al refresh genetico delle cellule invecchiate.
L’ingegner Di Lena pensò che per Greta, in fondo, tutto questo non sarebbe stato poi così tanto male. Un lavoro e tutti gli uomini del mondo. Cos’avrebbe potuto desiderare di meglio? E nel pensarlo ebbe un’erezione.
Quando Greta riaprì gli occhi, era a qualche centinaio di metri dalla Grande Barriera, poteva sentire le urla dei “pescatori”, impiegati nel mestiere infame di pescare esseri umani e non pesci.
Era il momento di premere il pulsante d’arresto, come aveva detto lo scafista.
– Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva.
Ma l’uomo di merda s’era dimenticato di spiegarle dove fosse.
– Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.
Era sotto il sedile, il pulsante. Se ne accorse quando già era a pochi istanti dall’impatto.
Dì la del muro del sogno, c’era la verità: l’ingegnere - che poi concluse quella giornata con una quasi insolazione e un buco nell’acqua: niente più bambolina, gliela avevano consegnata tutta manomessa e sanguinante, inservibile - l’aveva comprata in Rete, al mercato elettronico degli uomini-pesci, come miglior offerente, munito di partita I.V.A. e regolare licenza di Privato Soccorritore.
Greta non si sarebbe mai liberata del sibilo delle bombe, neanche oltre la cortina di cemento della Grande B., nel comodo letto dell’ing. Marco di Lena.