Archive for the ‘Grammofono’ Category

Il futuro non è scritto - Joe Strummer

Posted on Febbraio 27th, 2011 in Drowned Words, Grammofono, Sguardi | No Comments »

Il film-documentario di Julien Temple è una buona prova; un ritratto steso con i colori giusti. Solo avrei fatto a meno di BonoJohnny DeepFlea che mi raccontano quanto sono stati importanti i The Clash

Ode a Joe Strummer, principe e suddito poeta delle frequenze neurali. In vita, un grumo di contraddizioni. E una guida per milioni di persone. Un Cristo elettrico: “Nella vita, devi essere capace di prenderti quello che vuoi, perché nessuno te lo regalerà mai”. Chissà cos’avrebbe pensato di quello che sta succedendo sull’altra sponda del Grande Lago.

* * *

Cos it’s a one more time in the ghetto
One more time if you please
One more time for the dying man
One more time to be free

Are you experienced (of death)?

Posted on Settembre 18th, 2010 in Grammofono | No Comments »

Il 18 settembre 1970 al Samarkand Hotel, al 22 di Lansdowne Crescent, Londra, moriva James Marshall Hendrix, il dio della seicorde. Qualcuno potrà giustamente sostenere che di chitarristi fondamentali per la storia della musica ce ne sono stati tanti altri e qualcuno fra questi, forse, anche più estroso o tecnicamente più valido di Jimi. Ma bisogna ammettere che nessuno più di lui s’è fatto traghettatore tra due epoche - dal blues a rock’n'roll, dal buio del 50’s alle speranze dei 60’s - e nessun altro come lui ha saputo entrare nell’immaginario facendosi largo a colpi di chitarra.

Oggi, a quarant’anni dalla sua scomparsa, la morte di Hendrix rimane un mistero. Ufficialmente deceduto per soffocamento dovuto al vomito e intossicazione da tranquillanti, negli ultimi anni s’è fatta sempre più strada l’ipotesi di omicidio e del complotto. Hendrix, per via delle sue sostegno al movimento delle Black Panther, avrebbe attirato l’attenzione del Counter Intelligence Program, il programma antisovversivo dell’FBI che l’avrebbe fatto fuori al pari di altri leaderi neri come Malcom X e Martin Luther King.

Dio è morto

Posted on Maggio 18th, 2010 in Grammofono | No Comments »

Questo è il titolo della mail con la quale l’amico Scarda mi ha segnalato la morte di Ronnie James. Personalmente l’ho amato di  più per quello che ha fatto con i Rainbow che con i Black Sabbath, ma tant’è, la sua voce era in qualche maniera unica.

However, long live Ronnie, long live rock’n'roll

At the end of a dream
If you know where I mean
When the mist just starts to clear

In a similar way
At the end of today
I could feel the sound of writing on the wall
It cries for you
It’s the least that you can do

Like a spiral on the wind
I can hear it screamin’ in my mind
Long live rock and roll
Long live rock ‘n’ roll
Long live rock and roll

Jimi Hendrix, from Valleys Of Neptune

Posted on Marzo 9th, 2010 in Appunti, Drowned Words, Grammofono | 2 Comments »

A quarant’anni di distanza dalla sua morte, Jimi Hendrix torna a viaggiare sui nostri nervi acustici con Valleys of Neptune, un nuovo album composto da 60 minuti di registrazioni non del tutto sconosciute ai fedeli del culto del Dio della Seicorde, ma mai utilizzate completamente.

Raschiamento del barile chiamato James Marshall Hendrix o una celebrazione?

In definitiva, dalle Valli di Nettuno provengono note che non aggiungono niente a quanto già s’apprezzava del divin Hendrix - una fenomenale miscela di rock, blues e “fughe” psichedeliche - e che non sono il suo testamento (che testamento avrebbe potuto scrivere un ragazzo scivolato via senza aver compiuto neanche 28 anni?) ma semmai l’ennesima riconferma di un fatto chiaro come un calcio in culo: Jimi era anni luce davanti tutti.

Scoperte dell’acqua calda a parte, la sensazione strana è che in un periodo di paralizzante compresenza di epoche - sogniamo in continuazione con gli occhi rigirati nell’orbita, a guardare indietro, producendo finanche  incubi di totalitarismi riverniciati di modernissima democrazia - sentire la voce di un uomo che era palesemente avanti nel tempo crea uno strappo al tessuto del presente. Come se certe soluzioni armoniche che al tramonto di quei 60’s la stessa band di Jimi, seppur experienced, faceva fatica a seguire, riuscissero a creare il paradosso di un futuro remoto.

E dico questo fuori ogni logica dettata dalle tendenze musicali, descrivendola come un’idea suggerita che diventa sensazione e percezione reale.

Vi lascio col testo di Valleys of Neptune, uno psycho sci-fi rock gospel:

I feel the ocean swaying me
Washing away all my pains.
See where I was wounded,
Remember the scar?
Now you can’t see a thing
And I feel no pain

Singing about the Valley of Sunsets
Green and blue… Canyons too
Singing about Atlantis love songs.
The Valleys of Neptune is arising.

Mercury liquid… Emerald’s shining
Telling me where I came from
Honey Sun… Pourquise Bed he
Lays in… on the Burning
Edge Horizon.

I’m sailing on the Bluebird’s mission…
Bubble and curls and tiptoes in the foam
See the wind make love to all
The ocean… Joy spread and
The massage got home

Singing about the Valley of Sunsets…
Purple and gold… the Armies of the Lord
Before ancient Egypt, there were moon trips…
The Valleys of Neptune is arising

Look out East coast, but you’re
Gonna have a neighbor,
A rebirth land…
The praying Burning Sands.

We know there were worlds
So much older…
And they shall rise, and
Tell us much more the truth of man

I see visions of sleeping peaks
Erupting…
Releasing all hell that
Will shake the Earth from end to end
And this ain’t bad news, good news,
Or any news… it’s just the truth,
Better save your souls while
You can

Singing about the New Valleys
Of the Sunrise… Rainbow clean,
The world is gonna be…
Singing about getting ready for the new tide…
The Valleys of Neptune is arising.

Un filo

Posted on Marzo 3rd, 2010 in Appunti, Emersioni, Grammofono | 2 Comments »

Durante il mio percorso dissestato di lettore, qualche volta mi capita di agguantare qualche filo che finisco per seguire nella macro-matassa letteraria. Ce n’è di piccoli e trasversali a diversi luoghi espressivi, altri scoperti dopo averne percorso, a mia insaputa,  già un bel pezzo, altri ancora suggeriti, alcuni agganciando un libro a un altro, come accade tirando fuori dal cesto le ciliegie, e infine non c’è il filo, ma una cima; e cioè quando hai l’impressione di aver pescato un pesce talmente grosso che non sai se riuscirai a tirarlo in barca.

Stronzate da “vecchi e il mare” a parte, ho acchiappato un filo veramente chilometrico: narrativa e musica. Ultimamente me la ritrovo sempre tra le orecchie e gli occhi, la musica; tra gli ultimi rintocchi della campana: ho ripreso fra le mani In fondo al nero, una vecchia antologia Urania curata da Gianfranco Nerozzi, ho comprato dopo anni di esitazione Metallo Urlante di Valerio Evangelisti e Arancia Meccanica di Anthony Burgess, incuriosito anche dal passato di compositore dell’autore. E poi, in questo momento, ho giusto piantati tra udito e vari strati di corteccia i blues di Hugues Pagan. Nell’ultimo anno ho pure seguito le fughe musicali di Nick Chianese, impegnato a suonare la batteria con in mano la penna mia e Sir John Van Matthews, giusto mentre pizzicavo Phil Dick a suonare la musica del dopobomba assieme a Kim Gordon.

Forse un’ossessione latente, più che un semplice percorso di lettura-ascolto, più o meno programmato.

Intuisco un legame indissolubile, che non sta solo nella condivisione del mezzo “parola”, ma fonda la sua peculiarità sull’arte di raccontare storie, affabulare, colpire, stordire e spingere al ragionamento, all’associazione e alla creazione di idee.

Moorcock’s Caos

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Emersioni, Grammofono | 2 Comments »

Sull’edizione italiana di Rolling Stone di questo mese, c’è una breve ma succosa intervista a Michael Moorcock, in cui - obviously, vista la sede dell’intervista - si parla dei trascorsi musicali del nostro come mente-guru degli psycho-rockers Hawkwind, e anche di Ladbroke Grove, la via di Londra dove si affacciarono anche i The Clash e New Worlds, la formidabile rivista su cui imperversò anche Jimmy Ballard, grande amico dell’M.M. creatore di Elric e di Jerry Cornelius.

Anche se, al momento, non ho una grossa esperienza della produzione narrativa di Moorcock, certo non si può negare che sia uno scrittore d’esperienza e d’inventiva (ha praticamente rivoltato come un calzino il Fantasy), e che ne abbia visto di ogni nell’attraversare il vecchio secolo fino ad arrivare al nostro, del quale da poco abbiamo salutato (o forse mandato a qual paese) gli anni zero.

Detto ciò, ho idea che abbia ragione quando risponde così all’ultima domanda posta dalla sua intervistatrice, Ilaria Ravarino:

Immagini che il Campione Eterno dei suoi romanzi si affacci sul nostro mondo. Ci porterebbe legge o caos?
Ho sempre preferito l’equilibrio fra i due poli, ma in questo momento non ho dubbi. Avremmo più bisogno di caos, e molto, molto meno di ordine.

Elric for president?

Strange days

Posted on Ottobre 9th, 2009 in Gallery, Grammofono, Megafono, Rassegna stampa | No Comments »

La bocciatura del Lodo Alfano ha provocato un vero e proprio terremoto politico. È il punto zero da cui riparte la lotta per la salvaguardia dei principi fondanti di una democrazia. Una vera e propria doccia fredda per il premier, che torna fra gli umani ed è chiamato a dar conto nei processi in cui è coinvolto. Silvio Berlusconi prende una spallata che dovunque – tranne che nelle nazioni sotto legge marziale o dittatura – avrebbe fatto cadere il governo.

Strano eh?
Ma noi abbiamo accumulato montagne di simili “strange days” e viviamo, ça va sans dire, in una terra di mezzo in cui la confusione regna sovrana. Che poi tradotto vuol dire che viviamo Veri Giorni di Merda.

Così ho cercato di chiarirmi un po’ le idee. Impresa non facile, ma dovuta.

L’altro ieri ho ridotto al minimo la televisione, limitandomi ad ascoltare l’annuncio della notizia sul Tg4 e sul Tg3, vicini sul telecomando, quanto si suppone siano lontani nel trattare le notizie. Vedo un Emilio Fede terreo, quasi senza parole, impreparato. Già questo è indice di qualcosa.

Va bene così. A livello umorale, la situazione mi è chiara e ovvia: la Destra è in banana. Dopo aver sotterrato il telecomando e dormito sogni beati, ieri mattina do un’occhiata alle testate giornalistiche in edicola e alle loro incarnazioni in Rete.

E qui viene il bello. Perché le analisi del dopo-bocciatura dipingono uno scenario frammentato e poco rassicurante: una cosa gustosa che accade già nel pomeriggio in cui la Corte Costituzionale era ancora riunita (e che, di primo acchito, ho trascurato)  è che Bossi ha minacciato per l’ennesima volta l’insurrezione popolare provocando, forse, l’effetto di convincere qualche costituzionalista a bocciare il Lodo piuttosto che del contrario; a sentenza emessa si scatena una guerra tra le istituzioni, col Primo Ministro che attacca il Presidente della Repubblica mentre si levano le voci dei suoi alleati che parlano di golpe e attentati che minano la volontà popolare; Berlusconi che inaugura una mostra, si fa fotografare col cardinal Bertone e denuncia sei tipi che gliela cantano; e mi evito volentieri il solito spettacolo di Porta a porta in cui il Cavaliere spara su Rosy Bindi, di cui vengo a sapere solo dal Corriere.it

Wow!

Scelgo di prendere due quotidiani in edicola. Mando affanculo il pluralismo e leggo il Manifesto e il Fatto Quotidiano. Il quotidiano comunista conta i battiti vitali del cuore politico del Cavaliere, come nella Mostra delle Atrocità Jim Ballard immagina succeda a un Reagan più che sul viale del tramonto, con un piede nella fossa. Il foglio di Padellaro e Travaglio è più pragmatico, lasciando trapelare che ci-sarebbe-da-parte-una-piccola-leggina-ad-personam-che-toglie-il valore-di-prova-a-sentenze-passate-in-giudicato-il-che-vuo-dire-che-visto-lo-stralcio-della-posizione-di-Mr-B-al-processo-Mills-i-tempi-si-allungheranno-a-dismisisura-e-via-di-prescrizione….

Mentre prendo fiato, seguono scazzi, baci e abbracci tra le più alte cariche dello Stato che tubano e si fanno gli scherzetti.

Ah, dimenticavo! Nel mentre Montezemolo aveva già immaginato l’Italia Futura con Gianfranco Fini ed Enrico Letta…what a wonderful world!

La sinistra italiana (minuscolo d’obbligo) intanto abbaia quando con contenuta grazia quando con qualche sputacchio e sbavata. Di Pietro, bé, se gli altri abbaiano lui come minimo ulula.

Alla fine riaccendo la Scatoletta. Santoro imbastisce una bellissima puntata sul rapporto/patto tra Stato e Cosa Loro e poi scatena un Vauro in formissima che manda in bestia l’avvocato Ghedini. Manco a dirlo e subito qualche poltrona si scomoda, questa volta quella di Scajola, per fare sentire la voce del padrone della Tv italiana.

E alura?

I’m on the outside looking inside
What do I see
Much confusion, disillusion
All around me. I’m on the outside looking inside

Dimissioni? Elezioni anticipate? Ma va là! Niente di nuovo all’orizzonte, forse solo l’ombra di un Celebrity Death Match tra De Benedetti e Mr. B…

Sonic Phil & Youth Bill

Posted on Settembre 10th, 2009 in Emersioni, Grammofono | 1 Comment »

My Future is static
It’s already had it
I could tuck you in
And we can talk about it
I had a dream
And it split the scene
But I got a hunch
It’s coming back to me

Questa strofa dei Sonic Youth viene da Schizophrenia, tratta dall’album Sister. Domanda da dieci trilioni di dollari bucati: chi era lo scrittore ossessionato dalla morte di una sua sorellina ancora in fasce? Esatto, proprio lui, P. K. Dick, che da un mese a questa parte pare seguirmi ovunque, anche nei miei tuffi nel passato. Perché è da lì che ho ripescato la band di Thurston Moore e Kim Gordon.

Avevo abbandonato i Sonic Youth in una di quelle musicassette senza titoli di album né tracklist, quei polpettoni da novanta minuti che ci scambiavamo noialtri adepti del brufolo, quasi quindici anni fa. Li avevo ascoltati distrattamente, senza mai apprezzarli fino in fondo. Adesso che li sto riscoprendo in tutta la loro meravigliosa follia sonora, vengo a sapere che Sister, datato 1987, è un mezzo concept album su Phil Dick, proprio mentre la lettura di una sua biografia, lo propone nello spazio che sta tra i miei occhi e il cervello come un personaggio/idolo/ossessione.

Sincronicità?

Tutto questo mentre nella tracklist di Daydream Nation (l’album successivo, del 1988) fa capolino lo Sprawl di William Gibson. Forse sarà il caso che dedichi un po’ di tempo al profeta del cyberpunk, visto che la mia confidenza con lui non si spinge oltre Neuromante e qualche racconto leggiucchiato qua e là?

I grew up in a shotgun row
sliding down the hill
out front were the big machines
steel and rusty now I guess
outback was the river
and that big sign down the road
that’s where it all started

Musiche del Dopobomba

Posted on Agosto 26th, 2009 in Emersioni, Fantascienza, Grammofono | 6 Comments »

Evito sempre di prendere delle sbronze con i vini migliori, ne sprecherei ogni goccia bevuta in eccedenza. Allo stesso modo faccio con gli autori eccezionali, evitando di bermeli tutti d’un fiato. Di cotte ne ho avute parecchie: Ellroy, Hammett, Lansdale, Leonard, King, Ballard, Sciascia, Burroughs, Dick… Tutta gente che ha scritto parecchio e della quale - per fortuna - non ho letto per intero la produzione. Così, quando mi viene voglia di un autore “d’annata” scendo in cantina e mi stappo un bel libro. Direte voi, anche leggendoli tutti di fila, ci si può sempre fare una ripassatina. Giusto. Ma il tempo è quello che è, sto invecchiando e comincio a essere vittima di strane malinconie.

Ed eccomi qua, a consacrare un’altra settimana di vacanza al vecchio Phil Dick, con la lettura quasi contemporanea delle Cronache del dopobomba e della biografia di Emmanuel Carrère (ancora in itinere). Che dire di questo amabile barbuto? Che magari era uno scrittore che formalmente non faceva cantare la sua penna ma che ha “solo” costruito un immaginario nel quale sguazziamo quotidianamente, come i personaggi dei suoi libri, quasi senza rendersene conto. Il fatto poi che negli ultimi tempi immaginario e realtà tendano a confondersi e a completarsi, certo non è l’ennesimo requiem alla fantascienza, ma - ne sono convinto - la conferma della genialità di un autore come Philip K. Dick.

Dopo aver letto le Cronache, ho avuto la netta sensazione che le bombe non hanno mai smesso di cadere, ma solo di fare rumore. Ordigni psichici per devastazioni su larga scala. Radiazioni di paranoia che hanno imparato, oltre a mutare la vita delle persone, a mutare se stesse, come un virus.  Ecco perché nell’epoca in cui tutto (e niente) è urlo, rumore ed esplosione, le bombe (di ogni tipo) hanno la capacità di cadere in silenzio.

Di tutti i personaggi del romanzo, quello a cui mi sono affezionato di più è Walt Dangerfield, pioniere spaziale mandato a colonizzare Marte assieme alla moglie. Rimasto in orbita attorno alla Terra dopo un’improvvisa devastazione atomica planetaria, diventa suo malgrado una via di mezzo tra un dj e la voce consolatoria di Dio. Walt intrattiene i superstiti che lottano per riorganizzare una società civile leggendo romanzi, proponendo musica dal suo enorme archivio e soprattutto immolandosi all’occhio dello spettatore (forse sarebbe meglio dire all’orecchio dell’ascoltatore, ma la sovrapposizione con l’attualità mediatica  provoca delle interferenze), in un’eucarestia in cui la transustanziazione della nuova divinità avviene via etere.

Ora, immaginate quest’uomo in orbita attorno a una terra devastata dalle bombe H. La moglie, con lui nello spazio, s’è suicidata ed è solo - anzi, di più - è un monumento vivente alla solitudine. Ed è in fin di vita, un male (o forse la pazzia) lo sta divorando poco a poco. Un dio al crepuscolo, pronto a essere sacrificato.