Archive for the ‘Emersioni’ Category

Moorcock’s Caos

Posted on Gennaio 19th, 2010 in Emersioni, Grammofono | 2 Comments »

Sull’edizione italiana di Rolling Stone di questo mese, c’è una breve ma succosa intervista a Michael Moorcock, in cui - obviously, vista la sede dell’intervista - si parla dei trascorsi musicali del nostro come mente-guru degli psycho-rockers Hawkwind, e anche di Ladbroke Grove, la via di Londra dove si affacciarono anche i The Clash e New Worlds, la formidabile rivista su cui imperversò anche Jimmy Ballard, grande amico dell’M.M. creatore di Elric e di Jerry Cornelius.

Anche se, al momento, non ho una grossa esperienza della produzione narrativa di Moorcock, certo non si può negare che sia uno scrittore d’esperienza e d’inventiva (ha praticamente rivoltato come un calzino il Fantasy), e che ne abbia visto di ogni nell’attraversare il vecchio secolo fino ad arrivare al nostro, del quale da poco abbiamo salutato (o forse mandato a qual paese) gli anni zero.

Detto ciò, ho idea che abbia ragione quando risponde così all’ultima domanda posta dalla sua intervistatrice, Ilaria Ravarino:

Immagini che il Campione Eterno dei suoi romanzi si affacci sul nostro mondo. Ci porterebbe legge o caos?
Ho sempre preferito l’equilibrio fra i due poli, ma in questo momento non ho dubbi. Avremmo più bisogno di caos, e molto, molto meno di ordine.

Elric for president?

Orgoglio Zombie

Posted on Novembre 26th, 2009 in Emersioni, Gallery | 5 Comments »

Alla fine l’ho preso, Orgoglio e pregiudizio e zombie, parodia splatter a opera di Seth Grahame-Smith del celeberrimo romanzo della signorina Jane Austen (di cui qui accanto potete ammirare un mirabile ritratto rx-oriented; anche in questo caso, come per Wenger, mi scuso con familiari, eredi e parenti alla lontana). Ormai non ci posso fare niente, nutro verso il non morto carnivoro una simpatia che mi porta ad assecondare una specie mania della raccolta di materiale in putrefazione.

Questo mash-up (parodia e contaminazione) letterario può essere accolto con divertito distacco, orrore e sdegno o trionfante libidine. Personalmente ne sono incuriosito, anche se fiuto che la cazzata è giusto dietro l’angolo.  Visto che sono un miscredente senza orgoglio e con pochi pregiudizi, ho preso i due romanzi - l’originale e la parodia - e conto di leggerli in contemporanea. Come metodo per farsi un’opinione mi sembra più che valido. Vedremo alla fine del “doppio viaggio” che ne verrà fuori.

Leonardo Sciascia (1921-1989)

Posted on Novembre 20th, 2009 in Bassitalia, Emersioni | 3 Comments »

Leonardo Sciascia ci lasciava giusto 20 anni fa, il 20 novembre del 1989. Leggerlo, per me, è valso a livello formativo più del corso universitario che ho frequentato. Mi ha disvelato le trame torbide del potere e la natura antropologica del malaffare; e poi fu anche maestro di scrittura insostituibile (il genere al servizio della speculazione e dell’azione civile, l’arte del “cavare”). Senza ombra di dubbio, uno degli intellettuali più cristallini dell’Italia del ‘900.

Mi accorgo di quanto è stato importante anche adesso, che ho fra le mani il dattiloscritto del romanzo scritto a quattro mani con Giovanni; un tentativo di tracciare i confini di un sud come regione mentale.

Pubblico qui, per ricordarlo, la scheda che preparai per il Dizionoir.

Grazie, signor Sciascia.

* * *

Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto nel 1921. E questa volta data e luogo di nascita non sono puri dati anagrafici ma, come per tutti del resto, e per lui forse un po’ di più, sono segni del destino. Racalmuto, per gli arabi Rahal-maut, villaggio morto. A tal proposito, citava Borges: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Mi pare cioè di sapere del paese molto più di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso. [1] Nascere nel ’21, poi, vuol dire crescere sotto il Fascismo.

Di origini arabe, cresciuto sotto Mussolini nelle zolfare care a Pirandello, nella terra del “pirandellismo reale”, l’isola nell’isola nell’isola uomo. L’isolamento, la diversità, l’oppressione del regime. Tutto questo bastò a segnare il ragazzo che diventò Leonardo Sciascia, l’uomo, lo scrittore, l’intellettuale cristallino, spesso scomodo per l’establishment. E necessario, come tutti i pensatori liberi e scomodi.

La sua opera è vasta, citeremo solo alcuni esempi della parte, per così dire, “gialla”. Il giorno della civetta, il romanzo che lo consacrò, A ciascuno il suo, Il contesto, Una storia semplice, Todo modo e il romanzo-inchiesta La scomparsa di Majorana.

Per Sciascia il giallo fu un modus operandi letterario, un’inchiesta senza giudici e senza boia, tanto per citare Dürrenmatt, scrittore a lui caro, un’indagine sulla realtà in cui la mafia viene chiamata per nome (prima di lui non era mai successo), il cui la giustizia vacilla e le trame del potere brillano nell’oscurità, spesso illuminate dalla luce fioca di una candela in una chiesa. In definitiva, un parte consistente della storia del nostro Paese nel secondo dopoguerra.

Lo stile poi, essenziale, che scaturisce dal lavoro che l’autore stesso definisce arte del cavare; un’astuzia, oltre che una modalità stilistico-narrativa, rivolta a “parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio.” [2]

Leonardo Sciascia, una luce da seguire, non da spegnere nel buio delle accademie, una voce libera in un Paese dove la libertà spesso è solo una parola scritta. Di voci così ce ne sono state e ce ne saranno sempre di meno, voci che si spengono o che vengono spente, misteriosamente.

“Il popolo”, sogghignò il vecchio, “il popolo… il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se le appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna… Non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’antichità, una generazione appresso all’altra…”

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta.


[1] Leonardo Sciascia, Opere vol. III, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano, 1991
[2] Nota presente ne Il giorno della civetta, Adelphi Edizioni, Milano 1993.

La chiesa elettrica

Posted on Novembre 19th, 2009 in Emersioni, Fantascienza | 3 Comments »

La chiesa elettrica (The Electric Church) è il primo dei tre romanzi di Jeff Somers con protagonista Avery Cates (gli altri due sono The Digital Plague e The Eternal Prison), killer in un mondo di killer, morti di fame ed elite di ultra-ricchi; un mondo unificato, piatto, globalizzato in senso assoluto e sotto la cappa pesante di forze di polizia ben oltre il limite dell’umana tolleranza. In un posticino così accogliente, prolifera il culto di Mr. Squalor, che millanta di rendere immortali con un semplice trapianto di cervello in un organismo cibernetico, destinato a sfidare senza timore alcuno le sabbie del tempo. Insomma, cercare di vedere “un’infinita scia di tramonti” per provare a mondarsi di ogni peccato.

Le premesse per un romanzo concept sul misticismo e la religione ci sarebbero tutte (Dio ce ne scampi!), ma Somers già dalle prime pagine getta solide basi per lo sviluppo di un plot dal thrillig serrato. Mette Avery nella merda fino al collo e lo fa inseguire da mezzo mondo.

Non nego che la lettura è stata piacevole e divertente, alla fine tutto torna ma… per buona parte del romanzo si ha la sensazione di essere presi per il culo con l’intervento di un deus ex machina che salva a ripetizione la pelle al nostro eroe. Interventi più che giustificati dalla soluzione del finale, ma che perpetrati nella ripetività delle situazioni e delle scene d’azione, svilisce il ruolo del lettore che, credo, oltre che spettatore vorrebbe essere partecipe dello sviluppo della trama. Questo, unito agli scenari non sempre brillanti, fa perdere di potenziale un romanzo che nel complesso risulta essere comunque buono e godibile.

Resta la curiosità di vedere che combinerà Somers con le prossime uscite, tutto sommato non è un autore da perdere di vista. Chissà, forse potremmo vedere uno spaccato più preciso dell’interessante (ma poco auspicabile) Mondo Unificato in cui sguazza Avery Cates.

Walking Dead 3: Al sicuro dietro le sbarre

Posted on Settembre 16th, 2009 in Emersioni | No Comments »

Al sicuro dietro le sbarre. Potrebbe stare tutta qua l’anima di questa appassionante soap-zombie-opera: nel paradosso più profondo . Nessun gioco di prestigio, nessun divertissement; a tal proposito, Blaise Pascal, il nemico giurato del “divertimento”, scriveva: “Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno deciso di non pensarci per rendersi felici”.

Hai ragione, Blaise, ragione marcia anche in questi tempi balordi, ma Kirkman genera un parodosso che forse ti avrebbe fatto vacillare: diverte raccontandoci qualcosa che, così fedelmente descritto, non è per nulla divertente. E in questo non c’è niente di morboso. Divertire: dal latino devertere, deviare, allontanarsi. Con Walking Dead, per quanto ti allontani dalla realtà, tanto più ti ci avvicini (che poi dovrebbe essere lo scopo di gran parte della letteratura di genere, no?). Gettandoci nella mischia con un manipolo di personaggi in questo psicodramma apocalittico, l’autore ci rende partecipi di un esperimento in cui crediamo di essere semplici spettatori, senza sospettare minimamente di essere sulla ruota a ballare col ratto da laboratorio.

Ogni vicenda di questa odissea sembra nascere da una fetta del nostro cervello, osservata nella controluce di un tomografo. E le volute della nostra corteccia non sono esattamente una passeggiata al luna park, benché imbevute di belle speranze: “A sentire Kirkman, che i suoi eroi così umani, picareschi e fragili li ama tanto da volerli torturare in ogni possibile modo, tutte queste buone intenzioni sono destinate a restare una pia iluusione” (Andrea Voglino, dall’introduzione al terzo volume di The Walking Dead).

Al sicuro dietro le sbarre, già: forse conviene svegliarci ed evadere, amici, prima che un secondino incazzato mulinelli il manganello per farci il culo. O prima che al nostro compagno di cella venga voglia mangiarci vivi.

Sonic Phil & Youth Bill

Posted on Settembre 10th, 2009 in Emersioni, Grammofono | 1 Comment »

My Future is static
It’s already had it
I could tuck you in
And we can talk about it
I had a dream
And it split the scene
But I got a hunch
It’s coming back to me

Questa strofa dei Sonic Youth viene da Schizophrenia, tratta dall’album Sister. Domanda da dieci trilioni di dollari bucati: chi era lo scrittore ossessionato dalla morte di una sua sorellina ancora in fasce? Esatto, proprio lui, P. K. Dick, che da un mese a questa parte pare seguirmi ovunque, anche nei miei tuffi nel passato. Perché è da lì che ho ripescato la band di Thurston Moore e Kim Gordon.

Avevo abbandonato i Sonic Youth in una di quelle musicassette senza titoli di album né tracklist, quei polpettoni da novanta minuti che ci scambiavamo noialtri adepti del brufolo, quasi quindici anni fa. Li avevo ascoltati distrattamente, senza mai apprezzarli fino in fondo. Adesso che li sto riscoprendo in tutta la loro meravigliosa follia sonora, vengo a sapere che Sister, datato 1987, è un mezzo concept album su Phil Dick, proprio mentre la lettura di una sua biografia, lo propone nello spazio che sta tra i miei occhi e il cervello come un personaggio/idolo/ossessione.

Sincronicità?

Tutto questo mentre nella tracklist di Daydream Nation (l’album successivo, del 1988) fa capolino lo Sprawl di William Gibson. Forse sarà il caso che dedichi un po’ di tempo al profeta del cyberpunk, visto che la mia confidenza con lui non si spinge oltre Neuromante e qualche racconto leggiucchiato qua e là?

I grew up in a shotgun row
sliding down the hill
out front were the big machines
steel and rusty now I guess
outback was the river
and that big sign down the road
that’s where it all started

Avanguardie Futuro Oscuro

Posted on Settembre 9th, 2009 in Bassitalia, Connettivismo, Emersioni, Fantascienza | No Comments »

E’ uscita per EDS - da un po’, da un bel po’ - la terza antologia del Connettivismo. A curarla ci ha pensato Sandro Battisti, a impreziosirla, Sergio Altieri con una sua postfazione. 15 racconti che corrono dentro il lato oscuro della sf.

In attesa di averla fra le mani e di leggerla per intero, posso dire due parole sul racconto con cui sono presente, E’ la guerra, cercando di non farmi una pippa: è un atto osceno in luogo pubblico.

In buona sostanza, ho spostato nel tempo il mondo di Carlo Levi, la tragica desolazione di Bassitalia descritta in Cristo si è fermato a Eboli. L’incipit è una dedica colma di riconoscenza a questo autore, che meglio di chiunque altro ha saputo cogliere su più livelli l’abbandono e la rassegnazione genetica del Meridione.

Sono passati molti anni, di guerra, dolore, superstizione e menzogne. La Storia è morta, dicono. Niente di più falso. Di grandi eventi, non se ne registrano più, è vero. Ma la storia dell’uomo continua scorrere in avanti, sotterranea, fino al punto zero. Umano, ormai, è lettera morta, una parola vuota.

Sostituita la magia superstiziosa di Levi con la tecnologia, non è difficile immaginare uno scenario di guerra e piccole resistenze territoriali.

In tutta sincerità, auguro a Bassitalia un futuro migliore di quello che ho spiattellato in queste quattro cartelle.

Musiche del Dopobomba

Posted on Agosto 26th, 2009 in Emersioni, Fantascienza, Grammofono | 6 Comments »

Evito sempre di prendere delle sbronze con i vini migliori, ne sprecherei ogni goccia bevuta in eccedenza. Allo stesso modo faccio con gli autori eccezionali, evitando di bermeli tutti d’un fiato. Di cotte ne ho avute parecchie: Ellroy, Hammett, Lansdale, Leonard, King, Ballard, Sciascia, Burroughs, Dick… Tutta gente che ha scritto parecchio e della quale - per fortuna - non ho letto per intero la produzione. Così, quando mi viene voglia di un autore “d’annata” scendo in cantina e mi stappo un bel libro. Direte voi, anche leggendoli tutti di fila, ci si può sempre fare una ripassatina. Giusto. Ma il tempo è quello che è, sto invecchiando e comincio a essere vittima di strane malinconie.

Ed eccomi qua, a consacrare un’altra settimana di vacanza al vecchio Phil Dick, con la lettura quasi contemporanea delle Cronache del dopobomba e della biografia di Emmanuel Carrère (ancora in itinere). Che dire di questo amabile barbuto? Che magari era uno scrittore che formalmente non faceva cantare la sua penna ma che ha “solo” costruito un immaginario nel quale sguazziamo quotidianamente, come i personaggi dei suoi libri, quasi senza rendersene conto. Il fatto poi che negli ultimi tempi immaginario e realtà tendano a confondersi e a completarsi, certo non è l’ennesimo requiem alla fantascienza, ma - ne sono convinto - la conferma della genialità di un autore come Philip K. Dick.

Dopo aver letto le Cronache, ho avuto la netta sensazione che le bombe non hanno mai smesso di cadere, ma solo di fare rumore. Ordigni psichici per devastazioni su larga scala. Radiazioni di paranoia che hanno imparato, oltre a mutare la vita delle persone, a mutare se stesse, come un virus.  Ecco perché nell’epoca in cui tutto (e niente) è urlo, rumore ed esplosione, le bombe (di ogni tipo) hanno la capacità di cadere in silenzio.

Di tutti i personaggi del romanzo, quello a cui mi sono affezionato di più è Walt Dangerfield, pioniere spaziale mandato a colonizzare Marte assieme alla moglie. Rimasto in orbita attorno alla Terra dopo un’improvvisa devastazione atomica planetaria, diventa suo malgrado una via di mezzo tra un dj e la voce consolatoria di Dio. Walt intrattiene i superstiti che lottano per riorganizzare una società civile leggendo romanzi, proponendo musica dal suo enorme archivio e soprattutto immolandosi all’occhio dello spettatore (forse sarebbe meglio dire all’orecchio dell’ascoltatore, ma la sovrapposizione con l’attualità mediatica  provoca delle interferenze), in un’eucarestia in cui la transustanziazione della nuova divinità avviene via etere.

Ora, immaginate quest’uomo in orbita attorno a una terra devastata dalle bombe H. La moglie, con lui nello spazio, s’è suicidata ed è solo - anzi, di più - è un monumento vivente alla solitudine. Ed è in fin di vita, un male (o forse la pazzia) lo sta divorando poco a poco. Un dio al crepuscolo, pronto a essere sacrificato.

Walking Dead 2: Il lungo cammino

Posted on Agosto 12th, 2009 in Emersioni | 2 Comments »

C’ho messo un po’ a procurarmi il secondo volume della zombi saga orchestrata da Robert Kirkman, ma alla fine ce l’ho fatta, Dio benedica le ristampe!

Il lungo cammino presenta una novità più che palese: la serie ha cambiato disegnatore. Diciamo addio a Tony Moore e diamo il benvenuto a Charlie Adlard. Non saprei dire chi dei due preferisca, ma questo è del tutto secondario, non solo perché si tratta di una mia opinione, ma anche perché la forza di The Walking Dead è la storia. E non me ne vogliano i fumettari più incalliti, se dico che la narrazione è così coinvolgente che forse funzionerebbe lo stesso anche se disegnata da un bambino di cinque anni. No, questa volta l’ho sparata grossa, la cazzata. Cercavo di trovare una frase a effetto tipo quella di Ammaniti su Lansdale, e cioè che bisognerebbe imparare a leggere solo per il gusto di leggere i romanzi dell’autore texano.

Vabbé, il senso è quello: con questo volume sui morti che camminano Robert Kirkman ci convince. Ciò che stiamo leggendo è una vera e propria epopea zombesca.

Questa puntata, in particolare mette a fuoco un aspetto tipico dell’animale uomo: la sua capacità di “sovrarazionalizzare” i propri istinti fino a farli diventare sentimenti. L’amore, per esempio: quello che ci sforziamo di credere che sia per sempre, quello che si dimentica, quello che si costruisce, quello che ci rovina, ci delizia, ci fa scomparire o emergere nel lago delle nostre esistenze.

Walking Dead, i morti che camminano: verrebbe facile dire che i veri morti a camminare siamo noi e non loro, gli zombie. Ma l’ennesima cazzata è presto evitata: il mondo di questo fumetto è talmente verosimile che ci si sforza di tenere delimitato bene il confine tra noi e loro. Tale è l’immedesimazione che ci si convince di questo per forza di cose, per non impazzire come qualche personaggio ha già fatto, o forse perché l’estinzione, la fine della specie, in fin dei conti è qualcosa di molto più pauroso di una teoria o di una profezia dell’apocalisse scritta. E’ qualcosa che ti toglie ogni speranza. La cancellazione totale del senso della nostra persistenza sul pianeta.

Ah, eccola un’altra caratteristica tipica della bestia uomo: la presunzione di essere necessari e indispensabili. Non è detto che alla fine saremo noialtri a spuntarla. Prima o poi, tanti saluti e tante belle cose, homo sapiens. Ma non c’è da meravigliarsi, su cosa debba o non debba essere necessario e indispensabile abbiamo fondato le nostre esistenze. Sul bisogno abbiamo (O hanno? Chi, poi?) regolato le nostre vite.

Aveva ragione il vecchio Zio Billy Burroughs, quando diceva: “The face of evil is always the face of total need”. Sante parole.

Radici

Posted on Agosto 6th, 2009 in Appunti, Emersioni, Scriptorium | No Comments »

Il regionalismo ultimamente va di moda, tra bandiere, proclami e (auto)segregazioni. E’ una deriva del Paese, che la Lega ha saputo interpretare al meglio, catalizzando la paura e l’ignoranza in voti sonanti. Ed è in questo contesto che mi trovo a pensare al senso e al significato delle radici, non posso evitarlo, è la mia mia condizione di emigrante a impormelo.

Anche se i regionalismi da parata o da sagra del manganello mi disgustano all’inverosimile, ho la netta sensazione di vivere in una Nazione nata non per autodeterminazione di un popolo, ma accuratamente costruita come un recinto entro i cui confini è stato ammassato un gregge con uno specifico non-ruolo nella geografia politica mondiale; spiegarne il perché non è difficile, basta guardarsi alle spalle, dai Savoia fino alla Guerra di Liberazione, passando per gli ultimi sessant’anni di storia repubblicana, è tutto un frullare di bassi interessi, sogni mandati a puttane e - ora come nel Ventennio - di inedia.

Il senso delle radici quindi qual’è?

Non saprei, davvero, ma è una domanda che in questi giorni continua a girarmi per la testa, mentre attorno a me vedo sparsi per una Bologna vuota pezzi di solitudini provenienti da ogni parte dell’Italia e del mondo. Forse il senso è tutto nelle strade fantasma di questa città e nello sguardo di uno “Sradicato”, i gomiti piantati nelle ginocchia e la faccia tra le mani, che riempie il vuoto dei suoi occhi contando i granelli del deserto d’asfalto che ha davanti, nell’attesa che un autobus lo riporti a casa. Quale casa poi, forse non lo sa neanche lui.