Archive for the ‘Drowned Words’ Category

New Thing

Posted on Febbraio 20th, 2011 in Classici, Drowned Words | 3 Comments »

New Thing è un gran bel viaggio nei 60’s americani della rivoluzione afro. Un peregrinare nella storia che ha il suono del free jazz suggerito dal titolo, guidati da un John Coltrane che è Virgilio e Caronte della audio-Commedia di Wu Ming 1, un fantasma fatto di vibrazioni. Una storia che, come spesso accade in quelle raccontate da ogni membro del collettivo bolognese, sa di mito; e «da sempre», dice bene Sir De Matteo, «i miti racchiudono un nucleo di meditazione su una condizione storica o uno slancio che si sforza di trascendere il contesto dell’epoca, anelando a una prospettiva universale».

Quale prospettiva, in questo caso? Rivolta, my friends! Rivolta di comunità, linguaggi, suoni, parole, racconti. E dove, poi? Qui. «Perché ovunque ambientiamo quello che scriviamo, è sempre del qui da noi che parliamo», come ha dichiarato lo stesso autore a Intercom. E il qui da noi oggi è il Mediterraneo.

Una storia partita dal molo nel 2000 e giunta al porto della pubblicazione quattro anni dopo, navigando nelle acque dei 60’s. Attraversa, sia nel tempo narrativo che nel periodo di stesura, dei continuum significativi. Il 2011 forse è l’anno buono per leggerlo o rileggerlo.

Sulla lingua del tempo presente

Posted on Febbraio 17th, 2011 in Drowned Words, Megafono | No Comments »

«Siamo immersi in una lingua che ci sovrasta, elaborata e diffusa nei circuiti della comunicazione, carica di sottintesi che ci avvolgono come in un intreccio di significati che sembrano indipendenti da noi, perché li accogliamo come ovvi, non contestabili, e dotati di una propria persuasività che non ha bisogno di essere dimostrata ogni volta».

Il punto di partenza di Gustavo Zagrebelsky è un saggio sulla lingua al tempo del Nazismo - LTI, La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo - in cui filologo Viktor Klemperer tratta della capacità della lingua di convogliare, uniformare e controllare l’opinione delle masse. Zagrebelsky, giudice della corte costituzionale, docente all’università di Torino e collaboratore del quotidiano la Repubblica, non indica nessun Goebbels nostrano (forse una squadra? NdA) e nessun ministero della propaganda, ma individua in questo breve scritto tra il pamphlet e la linguistica una serie di esempi che rendono chiaro il processo d’invasione linguistica di Silvio Berlusconi, da sempre alfiere della politica intesa come fabula per l’elettorato.

In Sulla lingua del tempo presente vengono prese in esame parole come “scendere” , “doni”, “amore” e “assolutamente” la cui revisione di significato, assieme alla ripetizione ossessiva e bipartisan, ha contribuito a gettarci nel cortocircuito politico, d’opinione e d’azione in cui ci troviamo.

Un’analisi semplice e diretta, che meriterebbe maggiore diffusione e fruibilità, sicuramente osteggiata dagli 8 € del prezzo di copertina, francamente un prezzo “al chilo” decisamente alto per i pochi ma gustosi grammi di parole contenuti nel volumetto.

Tre millimetri al giorno

Posted on Gennaio 27th, 2011 in Classici, Drowned Words | 1 Comment »

Partorita dalla fervida fantasia di Richard Matheson nel lontano 1956, la tragedia di Scott Carey - rimpicciolire di tre millimetri al giorno a causa di un’esposizione radioattiva - abita di diritto l’immaginario collettivo da parecchi anni e il romanzo che la racconta, The incredible shrinking man, è un classico della fantascienza nera. Storia cupissima e claustrofobica, nata nel pieno della paranoia da Grande Bomba, rimane di grande interesse anche oggi, ampiamente digerito il sense of wonder originario.

Tre millimetri al giorno è un grande romanzo psicologico - «Il pensiero era davvero la sua dannazione: non  avere coscienza di niente, mio Dio, di niente, strapparsi via il cervello, via…» - un countdown che cavalca onde di entropia neurale, una lotta per la sopravvivenza del pensiero razionale sul limite del punto zero psichico. Per tutta la storia il grande nemico del protagonista ridotto a dimensioni lillipuziane è un ragno, col quale imbastisce una lotta che sa di epica e di mito; così mi sono messo a cercare in rete di aracnoidi e inconscio, imbattendomi in uno stracitatissimo, calzante (e tutto da verificare) passo di Carl Gustav Jung: «Il ragno come tutti gli animali a sangue freddo o come tutti quelli che non hanno un sistema nervoso cerebro-spinale, ha la funzione nella simbologia onirica di rappresentare un mondo psichico che ci è estraneo al massimo». In definitiva, un inner space pre-Ballard.

In questo senso, anche una perfetta parabola politica: un mondo psichico che ci diventa sempre più estraneo, tre millimetri al giorno, da quindici anni. Siamo già abbondantemente sotto lo zero.

Ricambi

Posted on Gennaio 21st, 2011 in Classici, Drowned Words, Fantascienza | 3 Comments »

Benvenuti a New Richmond, la città nuova venuta dal cielo e posatasi sulle ceneri della vecchia capitale della Virginia: un MegaMall bloccato a terra - velivoli giganteschi, otto chilometri quadrati per duecento piani, che scorrazzano a 6000 metri d’altezza, trasportando tutto ciò che è acquistabile e quanti più acquirenti possibile - e diventato, a tutti gli effetti, una città vera e propria che si snoda dai bassifondi dei piani bassi fino ai paradisi artificiali dei piani over 100.

Jack Randall, ex sbirro, ex soldato di una guerra impossibile, ex bambino, ex padre e marito, ex tossico, vi fa ritorno dopo cinque anni di esilio come guardiano di una Fattoria di Ricambi, un allevamento di carne umana ospitante repliche esatte - e vive - di facoltosi disposti a pagare un’assicurazione sanitaria particolare per scacciare ogni incubo di malattia. Randall porta con sé un gruppo di ricambi in buone condizioni, ovvero non troppo mutilati, col progetto di trovare i soldi e i mezzi per portarli in salvo, ma la cattiva sorte, il sangue, la droga e il suo passato non gli danno tregua e si ritrova a cadere da un carnaio a un altro.

Micheal Marshall Smith confeziona questo capolavoro di hard boiled fantascientifico nell’ormai lontano 1996; una vera bomba di sospensione, humor nero e poesia violenta, tanto fare gola alla Dreamworks di Steven Spielberg la quale, con estremo senso pratico e fine intelligenza, ne ha fatto scadere i diritti di realizzazione e ne ha rubacchiato dei pezzi per realizzare quella cacatina appiccicaticcia che è The Island.

Scrittura felicissima, che sa dosare alla perfezione introspezione, azione e immaginario cyber e noir. Non a caso Marshall Smith inizia con una citazione di Jim Thompson: «Quelli come noi. La gente. Tutte le persone che hanno cominciato a giocare con la stecca corta, che volevano così tanto e hanno ottenuto così poco, così ben intenzionati e finiti così male». Il romanzo ha una carica sociale incredibile. New Richmond è la proiezione di un incubo metropolitano che sconfina dalle nostre teste e ci finisce sopra, concretizzandosi: criminalità, capitalismo sfrenato, istituzioni polverizzate, controllo e scontro sociale. Non faccio fatica a immaginare un MegaMall sopra ognuna delle nostre metropoli: Napoli, Milano, Roma, Palermo.

Vale veramente la pena incontrare Jack Randall, uno che accanto ai vari Spade e Marlowe non sfigura affatto.

FFF - Firenze Fast Forward

Posted on Gennaio 12th, 2011 in Appunti, Drowned Words | 1 Comment »

È in edicola il nuovo numero di FFF - Firenze Fast Forward; dentro c’è un racconto scritto a quattro mani con Ugo Dattilo, La sera che uccisero l’architettura italiana: un giallo etilico, vagamente polemico e pienamente allegorico sullo stato dell’arte di progettare e immaginare lo spazio nella nostra Italietta. Un grazie a Ugo e a Marco Brizzi, il caporedattore di FFF, che ci ha dato la possibilità di farlo leggere. Ovviamente, il numero è in tutte le edicole e in alcune librerie di Firenze; se non riuscite a farvi un giro sotto la cupola del Brunelleschi potete ordinarlo online.

Firenze Fast Forward è la rivista dell’omonima associazione culturale fiorentina che “ha lo scopo di raccogliere in una prospettiva multidisciplinare tutti coloro che, come progettisti, designer, intellettuali, musicisti, politici o artisti, per citare solo alcune della categorie che intervengono progettualmente sulla realtà, riconoscono la necessità di promuovere la riflessione e la produzione di visioni sulla cultura urbana contemporanea. Tale produzione trova il proprio campo di intervento naturale nella città di Firenze pur in un costante dialogo con le analoghe esperienze rintracciabili in Italia e all’estero”.

Sbatti il mostro in prima pagina

Posted on Gennaio 9th, 2011 in Classici, Drowned Words, Sguardi | 2 Comments »

Con la recensione di questo film inauguro una nuova categoria, i “classici”. Lo Zingarelli definisce classico “opera o artista che, per l’alto valore dell’esperienza artistica e culturale che rappresenta, costituisce un modello esemplare”. Film da vedere e rivedere, libri da leggere e rileggere. Fuori da ogni retorica, cibo mentale di cui penso abbiamo bisogno.

Strategie delle tensione e della distrazione, industriali/editori, gruppi di potere, contestazione, informazione e deformazione giornalistica, sono questi nodi centrali di Sbatti il mostro in prima pagina, diretto nel 1972 da Marco Bellocchio, interpretato da Gian Maria Volonté e scritto da Sergio Donati con la collaborazione di Goffredo Fofi. Mentre l’Italia affonda nell’incertezza e nel caos sociale, in una Milano “capitale morale” scossa dalla contestazione studentesca Bizanti, il direttore de “Il Giornale” (quello che conosciamo oggi fu fondato due anni dopo), deve ribattere alle accuse mosse al suo editore/imprenditore di finanziamento illecito all’estremismo di destra. Approfitta così dell’assassinio a sfondo sessuale di una studentessa per creare una campagna mediatica ad hoc. C’è bisogno di un mostro da sbattere in prima pagina, un mostro perfetto: Mario Boni, un anarchico. E gli anarchici, si sa, sono professionisti con secoli di esperienza nel settore.

La pellicola è un vero e proprio manuale di giornalismo moderno nonché di tecniche d’inchiesta (redazionale e di commissariato) che vanno dalle sottili allusioni, ai più sonori “stai calmo che ti conviene”, fino alle ritorsioni e ai ricatti psicologici. Insomma, tutto quell’armamentario volto a manipolare l’opinione pubblica scavando nell’emotività dell’elettorato comune così da aprire intere dighe di voti, perché “la propaganda indiretta è sempre la migliore”.

Sceneggiatura coriacea, con personaggi comprimari spessi quanto i protagonisti; su tutti il giornalista Roveda -  Pinocchio tormentato nel mondo crudele della carta stampata, sprovvisto per gran parte del film di Grillo Parlante - e Rita Zigai, la superteste dell’inchiesta, carica di un’umanità tragica che spezza le ginocchia. La penna di Sergio Donati è riconoscibile dai dialoghi, fulminanti come quelli scritti per Sergio Leone. Per rendere l’idea cito il seguente e fugace scambio di battute tra la Zigai e Bizanti:

- Cerchiamo di non perdere il senso della realtà.
- Che bella frase.

Regia asciutta e concreta, al servizio della storia e delle idee che la attraversano.

A futura memoria [2]

Posted on Gennaio 7th, 2011 in Bassitalia, Drowned Words | No Comments »

“Detesto passare per profeta: sono uno che sommando due e due dice che fa quattro”.

Leonardo Sciascia, L’Espresso, 20 febbraio 1983

Confesso che ci sono rimasto un po’ male a leggere questa frase, arrivata proprio mentre mi trovo a imbastire una serie di post sulla natura profetica del pensiero di Sciascia. Ma aveva ragione, l’uomo di Racalmuto, eccome. A che servono, i profeti? Esseri che fluttuano tra la mitologia, la religione e la sintesi socio-politica. Idoli. Santini. Come certi intellettuali:

“[...] Se qualcuno mi corre dietro chiamandomi “intellettuale”, non mi volto nemmeno. Mi volto - e rispondo - se mi si chiama per nome e cognome: ma a patto, si capisce, che le domande abbiano un senso; che non siano dettate da imbecillità o malafede; che non riguardino cose da me già dette, e cioè già scritte. Il ripetere può essere di giovamento agli ignoranti; ma nell’ambito della carta stampata, di coloro che vi lavorano, l’ignoranza - anche se c’è - non è da ammettere, come non è ammessa di fronte alle leggi”.

Sciascia scrive queste righe in aperta polemica col figlio del generale Dalla Chiesa che l’accusava di prese di posizione irrispettose del lavoro del padre. Non entro nel merito della questione specifica - perché non ne ho gli strumenti e cioè approfondite conoscenze dei fatti - ma ritorno a quella iniziale, quella di “Sciascia profeta intellettuale”.

Il suo pensiero, leggendo le righe che qui ho riportato, è chiaro. E ancor di più mi appare cristallino leggendo gli articoli raccolti in A futura memoria; Sciascia non parlava mai credendo di aver ragione - e quindi né da un pulpito né da una cattedra - ma prendeva una posizione e prendendola creava contraddizioni, discussione e non solo rumore di fondo.

E cercando di approfondire uno di questi paradossi razionali (difficile, durissimo, come quello dell’effettiva utilità dei pentiti) che mi sono imbattuto nell’articolo di Leonardo Guzzo nel quale, come sempre mi accade con qualsiasi “ragionamento sciasciano”, dal particolare di una discussione aperta si dipana una verità di fondo: “Contro l’assalto delle ondate emotive, delle mode e delle campagne politiche, Sciascia cerca di difendere la purezza e l’equilibrio dell’idea di giustizia, esercitando – a volte fino all’eccesso – il senso critico”.

“Contro l’assalto delle onde emotive”.

I profeti possono cadere, è vero, ma certi sentieri rimangono segnati contro le insidie del tempo e della falsa memoria.

Frankie Machine

Posted on Dicembre 15th, 2010 in Drowned Words | 3 Comments »

Frank Machianno è amico di tutti. Vende esche, distribuisce pesce ai ristoranti e alla sua veneranda età esce ancora a fare surf in quella che ha battezzato come l’Ora dei Gentiluomini, quando cioè i pischelli della tavola sono costretti a tornare allo stress del lavoro e le onde sono a disposizione di pochi. Frank ha una vita tranquilla e un passato come killer della mafia italoamericana. Frankie Machine, lo chiamavano. Una macchina da guerra infallibile. Quando il passato nella mala cerca di acciuffarlo nel presente, inizia la vicenda raccontata da Don Winslow, un passato da investigatore e un presente da scrittore ritirato in un ranch vicino a San Diego.

Frankie Machine lotta per tutta la durata del romanzo contro il sue essere stereotipo del “buon mafioso”, dell’uomo con un codice d’onore e quel pizzico di disillusione che ne fa una bestia saggia e intelligente. Alla fine ne esce vincitore, ma anche grazie alla forza dell’intreccio. In quanto lettore nato nella stessa terra (“di Sud, di confine, terra di dive finisce la terra” direbbe il vecchio Vinicio) degli antenati di Frankie, ho l’anima vergine come una vecchia baldracca in fatto d’onore e mala, e sono mal disposto a simpatizzare per eroi di epopee di mafia yankee. Ma il destino di Frankie si dipana in una storia ben scritta e questo mi basta, anche se avrei lo avrei voluto meno italiano d’esportazione - tutto cucina e “pilu a mazzette” - e un po’ più amaro (chissà, forse perché lo zio che compare sulla copertina Einaudi mi evoca il fantasma mentale di quel Nick Molise personaggio cardine della Confraternita dell’uva di John Fante).

L’inverno di Franckie Machine non è solo una buona crime novel, ma anche un pozzo di suggestioni che attraversano l’Atlantico e quasi una metà del secolo scorso per arrivare in un’Italia che forse avrebbe fatto gongolare i datori di lavoro di Mr Machianno: pilu, politica e malaffare. Per godervi il parallelismo basta fare l’opportuno trova e sostituisci con i nomi propri.

Ma Herbie attirava le donne.
Questo era fuori discussione.
Frank non l’aveva mai visto una sera senza una gnocca da restare a bocca aperta al suo fianco. E non si trattava di prostiotute, bensì di ballerine, modelle e ragazze che se la volevano spassare. Accettavano dei regali, certo, non di rado alquanto costosi, come un appartamentino o un’automobile, ma non lo frequentavano solo per i soldi.
Sembrava ne apprezzassero la compagnia. Del resto, anche per Frank era così, più ci passava insieme del tempo più gli andava a genio.

E forse che non abbiamo anche noi il nostro Herbie nazionale, che è riuscito nel miracolo di andare a genio a tutti raccontandoci ogni giorno la sua storia?

Ma quest’altra è micidiale:

Il raggiro funzionava così:
Garth e gli altri soci effettuavano operazioni di risparmio e di credito, concedevano prestiti non garantiti a se stessi e ai loro compari attraverso società fittizie, non onorarono i debiti contratti e prosciugarono le casse.

Chi vi ricorda Garth?

Come pure spassosi sono due mafiosi che si dicono:

- Il governo è la criminalità organizzata.
- L’unica differenza tra noi e loro è che loro sono
più organizzati.

Almeno quanto è agghiacciante sapere che neanche troppo tempo fa nei rapporti della polizia yankee, nel caso di omicidi di prostitute, si usava la formula “non sono implicati esseri umani”, la stessa che ci stanno abituando a usare mentalmente quando qualcuno dei nostri “boss” fa sparate gradasse sulle donne.

Quanto vorrei vedere Frankie Machine a spasso per Roma in questi giorni - in queste ore - e potergli chiedere: che differenza c’è fra noi, carne e ossa di questa Repubblica cadente, e voi mafiosi d’inchiostro?

Mammuth

Posted on Novembre 10th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | No Comments »

Gerard Depardieu on the road a bordo della sua mastodontica Mammuth, in un continuum temporale che unisce l’agghiacciante presente della vita di un subproletario in pensione e gli anni ‘70 sgranati dai ricordi e dalla pellicola (super8 e 16 d’antan). Tra Ciprì e Maresco e Dennis Hopper, il film del tandem di registi d’oltralpe Benoît Delépine e Gustave de Kervern parla di lavoro, senilità, nuovo proletariato (senza prole, a dire il vero), non luoghi, catastrofi mentali e fughe surreali. Tutt’altro che una commedia. Psichedelia ad alte temperature: tanto calda nei passaggi “sentimentali” (il punto debole: un po’ facili, soprattutto nel finale) quanto glaciale nei ritratti iperrealistici del grande supermarket che è diventata la nostra mente (il punto di forza del film).  Una pellicola che avrebbe potuto girare un Aki Kaurismäki - regista finlandese cantore della solitudine e della meccanizzazione del lavoro - debitamente fornito di cartine e del resto del nècessaire.

Gorbaciof

Posted on Ottobre 21st, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 1 Comment »

Gorbaciof, ovvero Le conseguenze dell’amore 2. Forse. In tutti e due il protagonista è Toni Servillo, la cui vita criminosa è sconvolta dall’amore per una donna. Si potrebbe anche dire che Gorbaciof è Le conseguenze dell’amore al contrario: lo status sociale e l’anima dei due Servillo amore funestati sono diametralmente opposti: Marino Pacileo è animato da tanto calore umano almeno quanto Titta Di Girolamo da una freddezza meccanica, uno è disgraziato quanto l’altro è ricco. A parte questo, e un certo prurito agli occhi che suggerisce il già visto, tra i film di Stefano Incerti e Paolo Sorrentino c’è di mezzo un abisso che rende il giochetto dei paragoni alquanto inutile.

In estrema sintesi, Gorbaciof è un lungo “assolo” di Toni Servillo. Gran parte dell’architettura del film è retta dalla bravura e dal talento cristallino dell’attore partenopeo. Il nome che da solo è capace di portarti al cinema, cosa rara nella storia recente della celluloide nostrana.

Ma non vorrei fare torto a Incerti, che comunque confeziona un buon film - una storia di solitudini ai margini della società, di ricatti e riscatti - solo con qualche faciloneria di troppo e pochi scossoni nell’intreccio.