Archive for the ‘Drowned Words’ Category

1Q84

Posted on Aprile 12th, 2013 in Drowned Words | No Comments »

«La vita non è altro che il risultato naturale di un’assurda, e talvolta persino triviale, concatenazione di eventi».

Sul romanzo fiume di Murakami Haruki sono state scritte un’infinità di recensioni e opinioni, spesso con polarità opposte. Data la varietà di temi – sociale, romantico, psicologico, fantastico, metaletterario – e lo stile al contempo puntuale e velato, era quasi inevitabile. 1Q84 potrebbe apparire come il classico romanzo che si fa Dio e divide i lettori tra fedeli adoratori piegati sulle ginocchia e iconoclasti armati di mazza, pronti a distruggere la statua della Divinità. Peccato, perché volendo insistere sulla metafora spirituale e filosofica, si può affermare che Murakami ha scritto il romanzo agnostico per eccellenza: pieno zeppo di dubbi e sfumature. Un inno alla sospensione del giudizio.

Molti hanno individuato il nodo centrale nella storia d’amore tra i due protagonisti Tengo e Aomame ma, a ben vedere, il tema che attraversa tutto il romanzo è la ricerca. Dell’amore, certo, ma anche spirituale, psicologica, politica, letteraria. La ricerca non assoluta, ma costante, di nuovi punti vista sulla realtà. E la ricerca cos’è, se non il moto proprio del dubbio? Ed ecco spiegata la Q del titolo: question mark, il punto interrogativo.

Anche e soprattutto per 1Q84, vale l’assunto di Aschenbach/Mann: «Gli uomini non sanno perché conferiscono gloria a un’opera d’arte. Tutt’altro che intenditori, credono di scoprirvi mille pregi per giustificare tanto consenso; ma il motivo del loro plauso è qualcosa di imponderabile: la simpatia». Simpatia che può essere intesa come la maniera meno obiettiva per esprimere un giudizio, oppure come affinità che, nel caso di Murakami e del suo (e nostro) tempo, è totale.

Dario Tonani su fiction e serialità

Posted on Settembre 21st, 2011 in Drowned Words, Fantascienza, From Other Sites | No Comments »

Intervista su Thriller Magazine.

Contagion

Posted on Settembre 15th, 2011 in Drowned Words, From Other Sites, Sguardi | 2 Comments »

Steven Soderbergh ci prova col thriller. E gli riesce a metà.

Raccontare un’epidemia che fa milioni di morti poteva essere, a livello registico, una bella serie di buchi nell’aqua che il cineasta statunitense evita montando (in tutti i sensi) l’angoscia con dissolvenze e dettagli hitchcockiani, inquadrature fisse e voci fuori campo. Gli riesce anche l’immersione nella realtà quotidiana di un tema così abusato, aiutato abbondantemente dalla cronaca globale che da qualche anno in qua gronda paranoia per le masse.

Contagion non riesce però ad andare oltre il bel compitino. [La recensione completa su TM]

Terraferma

Posted on Settembre 14th, 2011 in Drowned Words, From Other Sites, Sguardi | 2 Comments »

Ancora acqua per Emanuele Crialese: da Respiro, passando per Nuovomondo fino all’ultimo Terraferma, la molecola costitutiva della vita sul pianeta è la stessa della poetica del regista di origine siciliana. Ma non è solo questo a rendere il suo cinema vivo. Ci sono una regia semplice — mai vittima dell’inquadratura e al servizio della narrazione — la scrittura e il lavoro sugli attori.

In Terraferma Crialese torna a parlare d’immigrazione, formando col precedente Nuovomondo un prezioso dittico sul tema. [Continua su Thriller Magazine]

Scatole siamesi

Posted on Agosto 5th, 2011 in Drowned Words, From Other Sites | No Comments »

Per dirla con Primo Levi, esiste una “zona grigia”, un luogo dove la morale è tutt’altro che manichea e regna la legge della sopravvivenza e la complessità degli eventi. Khong, il protagonista di Scatole siamesi, vi appartiene: né buono né cattivo, né eroe né antieroe, è uno “sbirro moderatamente corrotto” che si muove in una Bangkok futura, dalla quale ci separano poco meno di cinquanta anni.

Fabio Novel disegna uno scenario credibile e verosimile, dentro il quale spy story, thriller e fantascienza si incastrano in un mosaico omogeneo [Continua su ThrillerMag].

Hanno tutti ragione

Posted on Maggio 4th, 2011 in Drowned Words | No Comments »

Tony Pagoda è un cantante napoletano di successo, mezzo Sinatra e mezzo Apicella. E un uomo di merda: cocainomane e assassino, sfiora gli ambienti della camorra con la stessa naturalezza propria di un bambino ai banchetti del gelato al parco. Con queste credenziali, non sfigurerebbe neanche in un romanzo di James Ellroy.

Il libro dov’è finito è invece quello di Paolo Sorrentino, Hanno tutti ragione. Una storia che non ha niente a che fare con Los Angeles, sbirri corrotti e scazzottate hard boiled, anche se Alberto Ratto, il mentore di Tony in esilio esistenziale e ventennale in Brasile («Non so sulla dell’Italia. Sono fermo al 1980. Mi ricordo che prometteva bene Bettino Craxi») mena le mani con perizia ed è più ammanicato di Hoover.

Narrazione fluviale e in prima persona, grossa e grassa, iperbolica. Un flusso di cattiva coscienza. Il miracolo letterario sta nel riuscire ad inserire, raccontanti da un protagonista con un ego così ingombrante, ritratti di altri personaggi memorabili come il succitato Alberto Ratto, il maestro Mimmo Repetto, Beatrice, Titta Palumbo, Jenny Afrodite e Fabietto, «sorriso da vampiro in congedo», che ricorda proprio un certo Silvietto.

Tony - che in un’altra incarnazione, quella del film L’uomo in più, di cognome faceva Pisapia - è un maestro nel pontificare sentenze sulla vita: ne produce una tale quantità da risultare amabilmente fastidioso. Spesso le spara ad minchiam, ma sono più quelle in cui ci prende in pieno e regala spaccati e fotogrammi degni di nota, come in questo autoritratto felino: «Sentirsi come i gatti, che vivono beati perché non se ne fregano un cazzo di nessuno, badano solo alla ricerca della loro posizione perfetta e soddisfacente sul territorio. Per questo sono così odiosi i gatti. Hanno risolto il problema senza neanche conoscerlo. Un privilegio inaccessibile agli esseri umani».

E a questo punto sono curioso di vedere la vicenda di Cheyenne, rock star in declino, in This Must Be the Place, l’ultimo film del regista/scrittore napoletano.

Anatra all’arancia meccanica

Posted on Marzo 28th, 2011 in Drowned Words | No Comments »

Anatra all’arancia meccanica è una raccolta di racconti di Wu Ming - alcuni già editi altri no - che coprono tutto l’arco temporale degli Anni Zero. Un’iperbole narrativa che smonta immaginario, linguaggio e storia di un decennio.

Un’ottima compilation. 16 tracce di un concept album che alza le barricate appena sotto le meningi che proteggono cervelli annichiliti da dieci anni di elettroshock somministrato a bassa ma continua – e per questo ancora di più insidiosa - frequenza. L’apocalisse sussurata del collettivo bolognese.

Nell’introduzione Tommaso De Lorenzis traccia una guida utile all’orientamento in questa terra desolata, sottolineando la totale assenza di catastrofismo da supermarket, visioni consolatorie e speranze a buon mercato: “I protagonisti di questa pagine sono dentro le cose, immersi fino al collo nel disastro collettivo, concentrati per far bene quello che devono fare, testardamente indisponibili ad assecondare le inique, rovinose meccaniche dello status quo. Si guardano intorno per rimediare il granello di sabbia dai inserire nel congegno distruttivo, il brandello di vita da opporre all’entropia, il percorso che li allontani da luoghi divenuti prigioni a cielo aperto. Malgrado tutto, restano nomadi e narratori. […] Dopo vicissitudini e traversie, trovano sempre la forza per continuare a calcare la strada e il fiato per raccontare un’altra storia. […] L’obliquità dei loro punti di vista diventa la risorsa d’un punto di fuga, mentre la capacità di guardare trasmuta nella possibilità di sottrarsi”.

La tracklist scorre spedita nella prima parte a botte di ultraviolenza letteraria, per virare a circa metà del percorso su suoni che fanno riecheggiare gli accordi più intimi dell’animo collettivo.

Fra i primi possiamo annoverare Benvenuti a ’sti frocioni 3 e Tomahawk dove, con la scusa di un viaggio nel fantastico mondo nostrano del cinema e dell’editoria, dal finestrino del Freccia di Piombo si osserva un paesaggio agghiacciante: crateri aperti da case editrici poco avvezze alla letteratura e boschi fatti di pellicole innocue come tante bottigliette colorate, piene di sedativo. Sulla stessa curva iperbolica ci sono Pantegane e sangue e Canard à l’orange mécanique. Parodie hard boiled, con scene e personaggi di Hammett e Chandler scaraventati in un universo Disney dilatato, esploso e rivelato. La rivoluzione dell’immaginario, i complotti della restaurazione, doppi, tripli intrighi fra piani di realtà, un universo globale che ha perso le sue dimensioni (a tre, a due, a una?), l’epica bizneiana e occidentale presa a sassate. Lo zio Walt non avrebbe approvato ma, fino a qualche pagina dalla fine, si sarebbe divertito un casino. Magnifique.

La musica comincia a cambiare tonalità e accondi con Bologna Social Enclave (Come eravamo un istante prima di Genova 2001. Come siamo milioni d’istanti dopo. Allo stesso punto?), La ballata del Corazza , I trecento boscaioli dell’Imperatore e In Like Flynn. Ironia e satira sfumano, il sole del grottesco cala all’orizzonte e comincia il crepuscolo del reale. Siamo già nella seconda parte cui accennavo prima.

Nel blocco che parte da Gap99 e Mamodou (tra i migliori della raccolta, dotato di un montaggio magistrale), passa per American Parmigiano, Come il guano sui maccheroni (vagamente mathesoniano) e fino a L’istituzione-branco e Roccaserena, il quotidiano viene sminuzzato, ingurgitato e digerito. E per quotidiano non intendo il problema della quest giornaliera per il parcheggio, ma temi come l’esasperazione razziale, l’eutanasia, il lento implodere delle nostre città, le manie securitarie di certe amministrazioni.

In mezzo alla polla sguazzava un pesce rosso e Arzèstula, i due racconti di chiusura, ci portano dritti dritti dove la prefazione di De Lorenzis ci aveva promesso: negli ingranaggi della distopia che ci preme le ossa del cranio e alla consapevolezza che il mondo non è roba che può stare tutto in una scatoletta composta da un mucchietto d’ossa; anche se dalle fessure di cui è composta lo si può guardare e sentire per restituirlo col racconto.

Controinsurrezioni: un eroe zoppo

Posted on Marzo 17th, 2011 in Drowned Words, Fantascienza, Racconti | 2 Comments »

Questo racconto nasce da suggestioni rubate a Controinsurrezioni (Piccola biblioteca Oscar, 2008), il magnifico dittico pittato da Valerio Evangelisti e Antonio Moresco. Più che in una recensione, ho voluto cimentarmi in questa piccola esperienza di fan-fiction, non una novità per la comunità del Magister, come suggerito da WM1 all’epoca dell’uscita del libro. Dentro ci sono alcuni elementi presenti nell’opera dei due di cui sopra (e lo dico con la dovuta umiltà): saliscendi temporali, immaginario rivisitato e cacca di piccione (più elegantemente, dubbio) sui monumenti del Risorgimento. Viva l’Italia!

* * *

Quanto segue è quello che le agenzie hanno riportato delle dichiarazioni di Erminio Ricciotti, ordinario di Storia medico legale all’Università di Firenze; la conferenza stampa fu indetta il 29 agosto del 2060, esattamente 198 anni dopo la battaglia dell’Aspromonte, che vide le truppe del Regio Esercito prendersi a fucilate per dieci minuti con gli uomini radunati da Giuseppe Garibaldi per la presa di Roma, ancora sotto il Papa: «La leggenda è presto sfatata: esaminando il malleolo destro è del tutto evidente che non c’è nessuna traccia di lesione del tessuto osseo».

«La palla è penetrata a tre linee al di sopra e al davanti del malleolo interno: la ferita ha una figura triangolare a lembi lacerocontusi del diametro di mezzo pollice circa. Alla parte opposta, mezzo pollice circa al davanti del malleolo esterno, si avverte un gonfiore che sotto il tatto è resistente».
Il professor Ferdinando Zanetti poggiò il referto sulla sedia accanto al letto del Generale: «Diamo un’occhiata».
Un giovane infermiere sollevò il lenzuolo con reverenziale cura, terrorizzato dall’idea di poter urtare Garibaldi che, di suo, non smise neanche per un istante di puntare i propri occhi in quelli del luminare fiorentino.
La gamba aveva perso tono muscolare. La ferita era fistolizzata, dai bordi violacei. E l’odore non era proprio quella della rosa.
Zanetti tastò i bordi prima con l’indice poi con uno specillo. Acciaio in carne viva. Gli occhi dell’eroe si appannarono.
«Ho da consultarmi coi colleghi», disse il professore. Poi girò i tacchi e uscì dalla stanza.

«L’ho mandato affanculo».
«Chi?», chiese l’infermiere, rimasto solo col Generale.
«Ma come chi? Il tenente Rotondo. Da come s’è comportato – neanche un saluto, la resa intimata senza scendere da cavallo – me l’ha tirata lui la palla, giù in Aspromonte. Te lo dico io, giovane».
Succede anche agli eroi, di sbagliarsi.
Il suo cecchino, in quel preciso istante, si trovava nella capitale dei suoi sogni. A Roma. E proprio a lui, all’uomo che poteva ucciderlo, stavano appuntando una medaglia sul petto. In gran segreto, si capisce. Senza pubbliche celebrazioni.
«Congratulazioni, tenente Ferrari».
«Dovere».
«Se adesso possiamo prepararci con calma al Bicentenario dell’Unità, è tutto merito suo».
«Merito dell’Ufficio tecnico, signore, che è riuscito a farmi sparare con una Remington di precisione una palla di una carabina del 1862».
«Ed è riuscita a portarla là, grazie a Dio».

Più tardi, il tenente Luigi Ferrari si sarebbe ritrovato di fronte lo stesso funzionario che gli aveva notificato l’onorificenza, giusto un po’ più di fuori.La festa in villa era stata organizzata per dare giusto merito ai nuovi eroi della Patria.Capitarono sullo stesso divano, entrambi a braghe calate, a condividere una marziale fellatio prodotta da un’annoiatissima ospite.
«Ferrari, se con la stessa precisione riuscisse a mettere una palla in culo a Erminio Ricciotti, giuro che la farei generale all’istante».
Sorrisi e applausi, all’alba di un nuovo giorno.
Quasi la stessa gioia e soddisfazione espressa dai medici radunati attorno a Ferdinando Zanetti, che era appena riuscito a estrarre la pallottola dalla gamba del Generale. Per poter dilatare la ferita, aveva immerso una spugna nella cera liquida e l’aveva lasciata nella carne dell’Eroe dei Due mondi per tutta una notte. La cera si sciolse e la spugna si dilatò, favorendo il passaggio del forcipe: la leggenda era appena nata.

Il giovane infermiere cui Garibaldi aveva esternato i suoi sospetti poche ore prima, ebbe fra le mani quella pallottola per qualche secondo, la prima metà dei quali aveva passato a fantasticare su quando, come, a quanto e a chi venderla.
Gliela strappò dalle mani il dottor Zanetti, interrompendo i suoi personalissimi e per nulla patriottici sogni di gloria: «Questa la faremo mettere in un museo, giovane. A futura memoria!»

* * *

L’immagine dello stivale è di Ligabo, via wikipedia.

Il gioiellino

Posted on Marzo 10th, 2011 in Drowned Words, Sguardi | No Comments »

Ispirato alla vicenda del carc Parmalat come sintomo dell’attuale crisi globale, Il gioiellino è, in tutto e per tutto, un disaster movie; tra tutte le apocalissi, racconta quella più plausibile: l’olocausto finanziario. All’uscita dalla sala, si ha la sensazione che finiremo peggio dei dinosauri, che non si sono certo estinti per mano di lobby di brontosauri o t-rex oligarchi. Noi sì che siamo una specie intelligente. Chiodo scaccia chiodo. Dog eat dog. Copri il debito col debito. Furbi. Bravi. Applausi. Sipario.

Dopo La ragazza del lago, torna Andrea Molaioli, avvalendosi ancora una volta del talento di Toni Servillo. Il suo personaggio, il ragioniere Ernesto Botta, pare cugino di Titta Di Girolamo. Va bene lo stesso. Non sminuisce affatto il valore di questo film, semmai, aumenta quello della pellicola di Sorrentino. Ottima prova di Remo Girone nei panni di patron Rastelli, boss della Leda (produttrice di latte, derivati, succhi di frutta, merendine e valori), che non sfigura di certo accanto al più strombazzato Toni.

Il gioiellino prova a trasformare in parabola popolare la tragedia finanziaria che stiamo vivendo. Un film necessario. Spero che abbia la giusta diffusione tra il pubblico, se ancora c’è.