Archive for the ‘Classici’ Category

La fuga del signor Monde

Posted on Settembre 6th, 2012 in Classici | No Comments »

«Era un individuo che per molto tempo aveva portato in sé la propria condizione di uomo senza esserne consapevole, come gli altri si portano addosso senza saperlo una malattia. Era stato un uomo tra gli uomini e si era dato da fare come loro, sgomitando, a volte con accaimento, del tutto ignaro di dove stesse andando».

Georges Simenon, La fuga del signor Monde, Adelphi
Traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio

Il signore dei sogni

Posted on Luglio 3rd, 2012 in Classici, Fantascienza | No Comments »

The Dream Master viene pubblicato per la prima vota nel 1966 come riscrittura di He Who Shapes, racconto steso da Roger Zelazny l’anno precedente. Leggere Il signore dei sogni equivale a staccare un biglietto di sola andata per lo Spazio Interno e a viaggiare assieme a Render, lo psichiatra Plasmatore, in grado di entrare nelle coscienze dei propri pazienti di cambiarne le rappresentazioni mentali a scopo (non sempre) terapeutico. Pura new wave (questa è di sponda americana): immaginifica, elegante e straniante.

A seguire, due estratti della lezioncina di Render sull’Autopsicomimesi (un complesso d’imitazione autoperpetuato), provenienti dall’edizione Sellerio del 1995, traduzione G.G. Pallagianni:

La capacità di fare del male si è sviluppata parallelamente allo sviluppo tecnologico. La capacità dell’uomo di produrre semplici mutilazioni è stata moltiplicata dalla produzione di massa; la possibilità di ferire la psiche attraverso i contatti personali è aumentata in misura direttamente proporzionale allo sviluppo dei mezzi di comunicazione. [...]

Noi abbiamo paura  di ciò che non conosciamo e il domani è davvero una grande incognita. Trent’anni fa, il particolare ramo della psichiatria nella quale io mi sono specializzato non esisteva neppure. Ora la scienza è in grado di progredire così rapidamente che c’è un autentico disagio diffuso, potrei anche dire un’angoscia, riguardo alle logiche conseguenze: la meccanizzazione totale del mondo…

I reietti dell’altro pianeta

Posted on Agosto 21st, 2011 in Classici, Fantascienza | No Comments »

Dispossessed. An ambiguos utopia, capolavoro di Ursula K. Le Guin del 1974.
Due pianeti opposti e satelliti uno dell’altro: Anarres e Urras, il primo abitato da una colonia di anarchici, il secondo popolato da ipercapitalisti. Quando la luna si alza nel cielo, da tutti e due i punti di vista, appaiono i fantasmi del diverso, dell’incomprensione, del pregiudizio. Shevek, un fisico anarresiano, decide di sbarcare sulla luna, che poi è il posto da cui sono fuggiti i suoi oppressi antenati. Il romanzo racconta di questo viaggio, dell’antropologia dei due pianeti, della contrapposizione tra individuo e società, delle straordinaria capacità dell’essere umano di creare gabbie, prigioni e muri anche quando sembra non esserci la necessità e/o la possibilità.

Nelle righe che seguono, a parlare è proprio Shevek, rivolgendosi a una folla di reietti di Urras in rivolta. L’edizione da cui è tratto il brano quella Nord del 2007. La traduzione è di Riccardo Valla.

* * *

È la nostra sofferenza che ci porta insieme. Non è l’amore. L’amore non obbedisce alla mente, e diventa odio quando viene forzato. Il legame che ci unisce è al di là della scelta. Noi siamo fratelli. Siamo fratelli in ciò che condividiamo. Nel dolore, che ciascuno di noi deve soffrire da solo, nella fame, nella povertà, nella speranza, conosciamo la nostra fratellanza. Lo sappiamo, perché abbiamo dovuto impararlo. Sappiamo che il solo aiuto per noi è quello che ci diamo reciprocamente, che nessuna mano ci salverà se non tenderemo la mano. E la mano che voi tendete è vuota, come la mia. Voi non avete nulla. Voi non possedete nulla. Voi non siete proprietari di nulla. Voi siete liberi. Tutto ciò che avete è ciò che siete, e ciò che date.

[...]

Non potete prendere ciò che non avete dato, e dovete dare voi stessi. Non potete fare la Rivoluzione. Potete soltanto essere la Rivoluzione. È nel vostro spirito, oppure non è in alcun luogo.

L’uomo che cadde sulla terra

Posted on Luglio 20th, 2011 in Classici, Fantascienza | 4 Comments »

Nella scena che segue l’individuo davanti lo schermo televisivo è Newton, L’uomo che cadde sulla terra da un altro pianeta e finì nelle pagine del libro di Walter Tevis.

Dall’edizione Oscar fantascienza, 1990. Traduzione di Ginetta Pignolo. Il romanzo si può facilmente reperire nell’edizione Minimum Fax del 2006, collana Minimum Classics, sempre tradotto dalla Pignolo.

* * *

[...] Poi toccò un pulsante dell’apparecchio televisivo. Forse trasmettevano un western…

Il grande quadro dell’airone sulla parete opposta cominciò a svanire. Scomparso del tutto, fu sostituito dalla testa di un bell’uomo con l’espressione studiatamente grave che uomini politici, guaritori e predicatori imparano ad assumere. Le labbra si muovevano senza emettere suoni, mentre gli occhi erano fissi in avanti.

Newton alzò il volume. La testa acuistò voce. – … alla guida del mondo libero, dobbiamo prepararci alla lotta da uomini, e affrontare le sfide, le speranze e i timori del mondo. Dobbiamo ricordare che gli Stati Uniti, qualsiasi cosa dicano i nostri detrattori, non sono diventati una potenza di second’ordine. Dobbiamo ricordare che la libertà avrà il sopravvento, dobbiamo…

Improvvisamente Newton capì che l’uomo che parlava con l’eloquenza di chi non ha speranze era il presidente degli Stati Uniti. Premette un pulsante, e apparve una camera da letto con un uomo e una donna in pigiama che si scambiavano fiacche battute sul sesso. Premette ancora il pulsante sperando in un western, un genere che gli piaceva. Ma sullo schermo apparve un documentario propagandistico, finanziato dal governo, sulle risorse e le virtù degli americani. Si vedevano immagini di bianche chiese del New England, uomini al lavoro ( in un gruppo c’era un nero sorridente) e alberi di acero da sciroppo. Recentemente quel tipo di filmati erano sempre più frequenti e, come tante riviste popolari, sempre più sciovinisti, sempre più impegnati nella fantastica menzogna che l’America era, nonostante tutto, una nazione fitta di piccole cittadine timorate da Dio, di efficienti metropoli, di sani lavoratori, di medici umanitari, di massaie miti, di milionari filantropici, ed era soprattutto un paese che aveva la meglio su tutte le contestazioni.

Mio Dio – esclamò a voce alta – che razza di spaventosi edonisti e autolesionisti. Bugiardi! Ipocriti! Stupidi!

Premette ancora il pulsante, e sullo schermo apparve l’interno di una sala da ballo, con musichetta di sottofondo. Lasciò acceso e si mise a osservare il movimento dei corpi sulla pista da ballo, uomini e donne vestiti come pavoni che si stringevano muovendosi abbracciati al suono della musica.

E io cosa sono, pensò, se non uno spaventoso edonista autolesionista? [...]

New Thing

Posted on Febbraio 20th, 2011 in Classici, Drowned Words | 3 Comments »

New Thing è un gran bel viaggio nei 60’s americani della rivoluzione afro. Un peregrinare nella storia che ha il suono del free jazz suggerito dal titolo, guidati da un John Coltrane che è Virgilio e Caronte della audio-Commedia di Wu Ming 1, un fantasma fatto di vibrazioni. Una storia che, come spesso accade in quelle raccontate da ogni membro del collettivo bolognese, sa di mito; e «da sempre», dice bene Sir De Matteo, «i miti racchiudono un nucleo di meditazione su una condizione storica o uno slancio che si sforza di trascendere il contesto dell’epoca, anelando a una prospettiva universale».

Quale prospettiva, in questo caso? Rivolta, my friends! Rivolta di comunità, linguaggi, suoni, parole, racconti. E dove, poi? Qui. «Perché ovunque ambientiamo quello che scriviamo, è sempre del qui da noi che parliamo», come ha dichiarato lo stesso autore a Intercom. E il qui da noi oggi è il Mediterraneo.

Una storia partita dal molo nel 2000 e giunta al porto della pubblicazione quattro anni dopo, navigando nelle acque dei 60’s. Attraversa, sia nel tempo narrativo che nel periodo di stesura, dei continuum significativi. Il 2011 forse è l’anno buono per leggerlo o rileggerlo.

Tre millimetri al giorno

Posted on Gennaio 27th, 2011 in Classici, Drowned Words | No Comments »

Partorita dalla fervida fantasia di Richard Matheson nel lontano 1956, la tragedia di Scott Carey - rimpicciolire di tre millimetri al giorno a causa di un’esposizione radioattiva - abita di diritto l’immaginario collettivo da parecchi anni e il romanzo che la racconta, The incredible shrinking man, è un classico della fantascienza nera. Storia cupissima e claustrofobica, nata nel pieno della paranoia da Grande Bomba, rimane di grande interesse anche oggi, ampiamente digerito il sense of wonder originario.

Tre millimetri al giorno è un grande romanzo psicologico - «Il pensiero era davvero la sua dannazione: non  avere coscienza di niente, mio Dio, di niente, strapparsi via il cervello, via…» - un countdown che cavalca onde di entropia neurale, una lotta per la sopravvivenza del pensiero razionale sul limite del punto zero psichico. Per tutta la storia il grande nemico del protagonista ridotto a dimensioni lillipuziane è un ragno, col quale imbastisce una lotta che sa di epica e di mito; così mi sono messo a cercare in rete di aracnoidi e inconscio, imbattendomi in uno stracitatissimo, calzante (e tutto da verificare) passo di Carl Gustav Jung: «Il ragno come tutti gli animali a sangue freddo o come tutti quelli che non hanno un sistema nervoso cerebro-spinale, ha la funzione nella simbologia onirica di rappresentare un mondo psichico che ci è estraneo al massimo». In definitiva, un inner space pre-Ballard.

In questo senso, anche una perfetta parabola politica: un mondo psichico che ci diventa sempre più estraneo, tre millimetri al giorno, da quindici anni. Siamo già abbondantemente sotto lo zero.

Ricambi

Posted on Gennaio 21st, 2011 in Classici, Drowned Words, Fantascienza | 3 Comments »

Benvenuti a New Richmond, la città nuova venuta dal cielo e posatasi sulle ceneri della vecchia capitale della Virginia: un MegaMall bloccato a terra - velivoli giganteschi, otto chilometri quadrati per duecento piani, che scorrazzano a 6000 metri d’altezza, trasportando tutto ciò che è acquistabile e quanti più acquirenti possibile - e diventato, a tutti gli effetti, una città vera e propria che si snoda dai bassifondi dei piani bassi fino ai paradisi artificiali dei piani over 100.

Jack Randall, ex sbirro, ex soldato di una guerra impossibile, ex bambino, ex padre e marito, ex tossico, vi fa ritorno dopo cinque anni di esilio come guardiano di una Fattoria di Ricambi, un allevamento di carne umana ospitante repliche esatte - e vive - di facoltosi disposti a pagare un’assicurazione sanitaria particolare per scacciare ogni incubo di malattia. Randall porta con sé un gruppo di ricambi in buone condizioni, ovvero non troppo mutilati, col progetto di trovare i soldi e i mezzi per portarli in salvo, ma la cattiva sorte, il sangue, la droga e il suo passato non gli danno tregua e si ritrova a cadere da un carnaio a un altro.

Micheal Marshall Smith confeziona questo capolavoro di hard boiled fantascientifico nell’ormai lontano 1996; una vera bomba di sospensione, humor nero e poesia violenta, tanto fare gola alla Dreamworks di Steven Spielberg la quale, con estremo senso pratico e fine intelligenza, ne ha fatto scadere i diritti di realizzazione e ne ha rubacchiato dei pezzi per realizzare quella cacatina appiccicaticcia che è The Island.

Scrittura felicissima, che sa dosare alla perfezione introspezione, azione e immaginario cyber e noir. Non a caso Marshall Smith inizia con una citazione di Jim Thompson: «Quelli come noi. La gente. Tutte le persone che hanno cominciato a giocare con la stecca corta, che volevano così tanto e hanno ottenuto così poco, così ben intenzionati e finiti così male». Il romanzo ha una carica sociale incredibile. New Richmond è la proiezione di un incubo metropolitano che sconfina dalle nostre teste e ci finisce sopra, concretizzandosi: criminalità, capitalismo sfrenato, istituzioni polverizzate, controllo e scontro sociale. Non faccio fatica a immaginare un MegaMall sopra ognuna delle nostre metropoli: Napoli, Milano, Roma, Palermo.

Vale veramente la pena incontrare Jack Randall, uno che accanto ai vari Spade e Marlowe non sfigura affatto.

Sbatti il mostro in prima pagina

Posted on Gennaio 9th, 2011 in Classici, Drowned Words, Sguardi | 2 Comments »

Con la recensione di questo film inauguro una nuova categoria, i “classici”. Lo Zingarelli definisce classico “opera o artista che, per l’alto valore dell’esperienza artistica e culturale che rappresenta, costituisce un modello esemplare”. Film da vedere e rivedere, libri da leggere e rileggere. Fuori da ogni retorica, cibo mentale di cui penso abbiamo bisogno.

Strategie delle tensione e della distrazione, industriali/editori, gruppi di potere, contestazione, informazione e deformazione giornalistica, sono questi nodi centrali di Sbatti il mostro in prima pagina, diretto nel 1972 da Marco Bellocchio, interpretato da Gian Maria Volonté e scritto da Sergio Donati con la collaborazione di Goffredo Fofi. Mentre l’Italia affonda nell’incertezza e nel caos sociale, in una Milano “capitale morale” scossa dalla contestazione studentesca Bizanti, il direttore de “Il Giornale” (quello che conosciamo oggi fu fondato due anni dopo), deve ribattere alle accuse mosse al suo editore/imprenditore di finanziamento illecito all’estremismo di destra. Approfitta così dell’assassinio a sfondo sessuale di una studentessa per creare una campagna mediatica ad hoc. C’è bisogno di un mostro da sbattere in prima pagina, un mostro perfetto: Mario Boni, un anarchico. E gli anarchici, si sa, sono professionisti con secoli di esperienza nel settore.

La pellicola è un vero e proprio manuale di giornalismo moderno nonché di tecniche d’inchiesta (redazionale e di commissariato) che vanno dalle sottili allusioni, ai più sonori “stai calmo che ti conviene”, fino alle ritorsioni e ai ricatti psicologici. Insomma, tutto quell’armamentario volto a manipolare l’opinione pubblica scavando nell’emotività dell’elettorato comune così da aprire intere dighe di voti, perché “la propaganda indiretta è sempre la migliore”.

Sceneggiatura coriacea, con personaggi comprimari spessi quanto i protagonisti; su tutti il giornalista Roveda -  Pinocchio tormentato nel mondo crudele della carta stampata, sprovvisto per gran parte del film di Grillo Parlante - e Rita Zigai, la superteste dell’inchiesta, carica di un’umanità tragica che spezza le ginocchia. La penna di Sergio Donati è riconoscibile dai dialoghi, fulminanti come quelli scritti per Sergio Leone. Per rendere l’idea cito il seguente e fugace scambio di battute tra la Zigai e Bizanti:

- Cerchiamo di non perdere il senso della realtà.
- Che bella frase.

Regia asciutta e concreta, al servizio della storia e delle idee che la attraversano.