Archive for the ‘Bassitalia’ Category

I sommersi e i salvati

Posted on Gennaio 23rd, 2013 in Bassitalia, Megafono | 3 Comments »

A scanso di fatalismi vari, il titolo di Levi ancora un volta calza a pennello. La segnalazione è del dott. Moska, che ringrazio.

Far South

Posted on Gennaio 20th, 2011 in Bassitalia, Rassegna stampa | 8 Comments »

Questa mattina sulla homepage del Quotidiano della Calabria c’è una felicissima istantanea di Bassitalia. Un ematocrito sociale. Non a caso oggi è in edicola col titolo “Calabria imbrattata di sangue”. Ecco una piccola geografia della ferita aperta che è la mia regione: CrotoneOppido MamertinaFilandariSettingianoSpezzano AlbaneseCrotoneReggio.

Spesso mi trovo a raccontare a persone non del posto di come, in realtà, la Calabria non è il Far West che può sembrare. E non è facile, perché è un concetto forse più complesso e più agghiacciante della violenza in sé. La prima cosa che colpisce lo “straniero” credo sia il pericolo di vita; sembrerà strano, ma vivendo lì non si ha la percezione di essere coinvolti da un momento all’altro in un conflitto a fuoco. Chiodo schiaccia chiodo. Paura scaccia paura. La cura è l’indifferenza: “è sempre stato così”, “lasciate che si ammazzino tra di loro”.

Il Far South è il risultato di una miscela di cultura radicata, media e indifferenza. E non c’è solo il sangue, no: quello è l’aspetto più spettacoloso. Come nel Far West, anche nel Far South a farla da padrone è il caos amministrativo e i cattivi. I buoni chiudono le imposte della casetta del villaggio non solo se due banditi si scontrano nella main street, ma anche se lo stesso gli scarica rifiuti tossici nelle acque, taglieggia le attività commerciali, rompe il cazzo allo sceriffo…

Al di là del facile gioco di parole e dell’indignazione “4 salti in padella”, quel West dell’immaginario e questo Sud reale hanno in comune una parola che è il passato per il primo e il futuro per il secondo: far, lontano. Nell’anno del 150° dell’Unità la separazione silenziosa - lo scollamento, la frattura, la secessione carsica - accelera il suo percorso.

A futura memoria [2]

Posted on Gennaio 7th, 2011 in Bassitalia, Drowned Words | No Comments »

“Detesto passare per profeta: sono uno che sommando due e due dice che fa quattro”.

Leonardo Sciascia, L’Espresso, 20 febbraio 1983

Confesso che ci sono rimasto un po’ male a leggere questa frase, arrivata proprio mentre mi trovo a imbastire una serie di post sulla natura profetica del pensiero di Sciascia. Ma aveva ragione, l’uomo di Racalmuto, eccome. A che servono, i profeti? Esseri che fluttuano tra la mitologia, la religione e la sintesi socio-politica. Idoli. Santini. Come certi intellettuali:

“[...] Se qualcuno mi corre dietro chiamandomi “intellettuale”, non mi volto nemmeno. Mi volto - e rispondo - se mi si chiama per nome e cognome: ma a patto, si capisce, che le domande abbiano un senso; che non siano dettate da imbecillità o malafede; che non riguardino cose da me già dette, e cioè già scritte. Il ripetere può essere di giovamento agli ignoranti; ma nell’ambito della carta stampata, di coloro che vi lavorano, l’ignoranza - anche se c’è - non è da ammettere, come non è ammessa di fronte alle leggi”.

Sciascia scrive queste righe in aperta polemica col figlio del generale Dalla Chiesa che l’accusava di prese di posizione irrispettose del lavoro del padre. Non entro nel merito della questione specifica - perché non ne ho gli strumenti e cioè approfondite conoscenze dei fatti - ma ritorno a quella iniziale, quella di “Sciascia profeta intellettuale”.

Il suo pensiero, leggendo le righe che qui ho riportato, è chiaro. E ancor di più mi appare cristallino leggendo gli articoli raccolti in A futura memoria; Sciascia non parlava mai credendo di aver ragione - e quindi né da un pulpito né da una cattedra - ma prendeva una posizione e prendendola creava contraddizioni, discussione e non solo rumore di fondo.

E cercando di approfondire uno di questi paradossi razionali (difficile, durissimo, come quello dell’effettiva utilità dei pentiti) che mi sono imbattuto nell’articolo di Leonardo Guzzo nel quale, come sempre mi accade con qualsiasi “ragionamento sciasciano”, dal particolare di una discussione aperta si dipana una verità di fondo: “Contro l’assalto delle ondate emotive, delle mode e delle campagne politiche, Sciascia cerca di difendere la purezza e l’equilibrio dell’idea di giustizia, esercitando – a volte fino all’eccesso – il senso critico”.

“Contro l’assalto delle onde emotive”.

I profeti possono cadere, è vero, ma certi sentieri rimangono segnati contro le insidie del tempo e della falsa memoria.

A futura memoria [1]

Posted on Ottobre 5th, 2010 in Bassitalia, Drowned Words | No Comments »

«E direi che il dato più probante e preoccupante della corruzione italiana non tanto risieda nel fatto che si rubi nella cosa pubblica e privata, quanto nel fatto che si rubi senza l’intelligenza del fare e che persone di assoluta mediocrità si trovino al vertice di pubbliche e private imprese. In queste persone, la mediocrità si accompagna ad un elemento maniacale, di follia, che nel favore della fortuna non appare se non per qualche innocuo segno, ma che alle prime difficoltà comincia a manifestarsi e a crescere fino a travolgerli. Si può dire di loro quel che D’Annunzio diceva di Marinetti: che sono dei cretini con qualche lampo di imbecillità: solo che nel contesto in cui agiscono l’imbecillità appare - e in un certo senso e fino a un certo punto è - fantasia. In una società ben ordinata non sarebbero andati molto al di là della qualifica e mansione di “impiegati d’ordine”; in una società in fermento, in trasformazione, sarebbero stati subito emarginati - non resistendo alla competizione con gli intelligenti - come poveri “cavalieri d’industria”; in una società non società arrivano ai vertici e ci stanno fin tanto che  il contesto stesso che li ha prodotti non li ringoia».

Il Globo, 24 luglio 1982

* * *

Quel 24 luglio in cui è stato pubblicato l’articolo da cui ho tratto questo passaggio distava poco più di un mese dal ritrovamento del cadavere di Roberto Calvi sotto al Blackfriars Bridge sul Tamigi. Ed è sulla morte del “Banchiere di dio” - soprattutto dei movimenti mediatici sulla stessa - che il testo riflette, lasciando aperta ogni ipotesi (suicidio/omicidio), ma scagliandosi contro l’univocità irrazionale nel sostere l’ipotesi di un Calvi al centro di intrighi senza fornirne le prove, per così dire, “scientifiche”. Ad anni di distanza, il caso Calvi non ha trovato ancora una soluzione definitiva (ultimo atto: maggio 2010), ma certo le considerazioni di Leonardo Sciascia sulla corruzione italiana restano chiare e lampanti.

L’Italia dei Sindona e dei Calvi sembra lontana, seppellita nella storia recente, ma la tendenza che ha qualche illustre italiano di cosiderarsi «buon cittadino del sistema di corruzione» che conosce, accetta e incrementa è rimasta immutata, così come la «follia» che s’impadronisce di questi personaggi quando il suddetto sistema è investito da scosse di terremoto. Anche se, di questi tempi, siamo sempre più insensibili ai terremoti, in tutti e per tutti i sensi.

A margine, a proposito di uomini che sguazzano nel sistema corrotto che alimentano, segnalo una considerazione che nell’articolo in questione Sciascia mette tra parentesi: «Tutti gli uomini che in Italia si fanno da sé è evidente che si fanno piuttosto male». Parole che oggi hanno valicato il recinto delle parentesi e si fanno paradigma ironico e amaro della cosa pubblica italiana.

La guerra dei simboli

Posted on Settembre 3rd, 2010 in Bassitalia, Rassegna stampa | No Comments »

A Polsi ieri s’è festeggiata la Madonna. Festeggiamenti tristemente noti per la presenza tradizionale dei vertici della ‘ndrangheta. Non è che sono stati tutti là, ma qualcuno - più di qualcuno - era presente. E allora? Via alla guerra dei simboli!

I confini meridionali d’Europa

Posted on Maggio 24th, 2010 in Bassitalia, Sguardi | 3 Comments »

Prima di tutto, grazie al commendatore Moskatomika per aver segnalato questo video.

Scrivono i ragazzi che l’hanno relizzato (e a cui vanno i miei più sinceri complimenti): Statale 106 - Cronaca di un surf trip ai confini meridionali d’Europa è un documentario che ripercorre le tappe di un surf trip alla ricerca di onde lungo la costa jonica della Calabria. Partendo dallo storico spot di Bova Marina, Emiliano Cataldi, Valentina D’Azzeo e Leonardo Santini iniziano l’esplorazione dei beach break ed i reef disseminati lungo la costa. Nella prima parte, le immagini delle onde si alternano a quelle della quotidianità della regione, nella seconda parte irrompe la triste cronaca del dramma dei migranti del Mediterraneo. La voce narrante di Emiliano Cataldi è accompagnata dalla musica popolare dello storico gruppo dei Mattanza”.

L’occhio della telecamera fotografa una frontiera malinconica, in alcuni casi bella da fare male agli occhi, ma anche tragica. La voce dei naufraghi colpisce in profondità: ci si rende conto che quella del CPT è solo una tappa della loro terribile odissea. Impossibile rimanere indifferenti.

STATALE 106 - Cronaca di un surf trip ai confini meridionali d’Europa. from BDR on Vimeo.

L’uomo nero

Posted on Dicembre 8th, 2009 in Bassitalia, Drowned Words, Sguardi | No Comments »

L’uomo nero di Sergio Rubini è un film quadratissimo, molto ben scritto, con poche sbavature (la Falchi… vabbuò…). Una pellicola popolare - nel senso più positivo del termine - che racconta Bassitalia come regione umorale. Un lungo flashback circolare, con inserti onirici felliniani. Certo, qualcuno potrebbe vederci un po’ troppa melensa ma, cosa volete farci, il sud è anche questo, spalmato su livelli sentimentali decisamente contrastanti, spesso e volentieri esagerati: rabbia, frustrazione, amore, desiderio, illusioni, aspirazioni e speranze. La Terra delle Grandi Beffe.

Weird Tales?

Posted on Dicembre 2nd, 2009 in Bassitalia, From Other Sites | No Comments »

Strane storie, già. Come questa, anche se non l’ha scritta né Lovecraft, né August Derleth, né Clark Ashton Smith. In tutto e per tutto, è una strana storia di Bassitalia.

Leonardo Sciascia (1921-1989)

Posted on Novembre 20th, 2009 in Bassitalia, Emersioni | 3 Comments »

Leonardo Sciascia ci lasciava giusto 20 anni fa, il 20 novembre del 1989. Leggerlo, per me, è valso a livello formativo più del corso universitario che ho frequentato. Mi ha disvelato le trame torbide del potere e la natura antropologica del malaffare; e poi fu anche maestro di scrittura insostituibile (il genere al servizio della speculazione e dell’azione civile, l’arte del “cavare”). Senza ombra di dubbio, uno degli intellettuali più cristallini dell’Italia del ‘900.

Mi accorgo di quanto è stato importante anche adesso, che ho fra le mani il dattiloscritto del romanzo scritto a quattro mani con Giovanni; un tentativo di tracciare i confini di un sud come regione mentale.

Pubblico qui, per ricordarlo, la scheda che preparai per il Dizionoir.

Grazie, signor Sciascia.

* * *

Leonardo Sciascia nacque a Racalmuto nel 1921. E questa volta data e luogo di nascita non sono puri dati anagrafici ma, come per tutti del resto, e per lui forse un po’ di più, sono segni del destino. Racalmuto, per gli arabi Rahal-maut, villaggio morto. A tal proposito, citava Borges: “Ho l’impressione che la mia nascita sia alquanto posteriore alla mia residenza qui. Risiedevo già qui, e poi vi sono nato”. Mi pare cioè di sapere del paese molto più di quel che dalla memoria altrui mi è stato trasmesso. [1] Nascere nel ’21, poi, vuol dire crescere sotto il Fascismo.

Di origini arabe, cresciuto sotto Mussolini nelle zolfare care a Pirandello, nella terra del “pirandellismo reale”, l’isola nell’isola nell’isola uomo. L’isolamento, la diversità, l’oppressione del regime. Tutto questo bastò a segnare il ragazzo che diventò Leonardo Sciascia, l’uomo, lo scrittore, l’intellettuale cristallino, spesso scomodo per l’establishment. E necessario, come tutti i pensatori liberi e scomodi.

La sua opera è vasta, citeremo solo alcuni esempi della parte, per così dire, “gialla”. Il giorno della civetta, il romanzo che lo consacrò, A ciascuno il suo, Il contesto, Una storia semplice, Todo modo e il romanzo-inchiesta La scomparsa di Majorana.

Per Sciascia il giallo fu un modus operandi letterario, un’inchiesta senza giudici e senza boia, tanto per citare Dürrenmatt, scrittore a lui caro, un’indagine sulla realtà in cui la mafia viene chiamata per nome (prima di lui non era mai successo), il cui la giustizia vacilla e le trame del potere brillano nell’oscurità, spesso illuminate dalla luce fioca di una candela in una chiesa. In definitiva, un parte consistente della storia del nostro Paese nel secondo dopoguerra.

Lo stile poi, essenziale, che scaturisce dal lavoro che l’autore stesso definisce arte del cavare; un’astuzia, oltre che una modalità stilistico-narrativa, rivolta a “parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio.” [2]

Leonardo Sciascia, una luce da seguire, non da spegnere nel buio delle accademie, una voce libera in un Paese dove la libertà spesso è solo una parola scritta. Di voci così ce ne sono state e ce ne saranno sempre di meno, voci che si spengono o che vengono spente, misteriosamente.

“Il popolo”, sogghignò il vecchio, “il popolo… il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se le appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna… Non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall’antichità, una generazione appresso all’altra…”

Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta.


[1] Leonardo Sciascia, Opere vol. III, a cura di C. Ambroise, Bompiani, Milano, 1991
[2] Nota presente ne Il giorno della civetta, Adelphi Edizioni, Milano 1993.