Archive for the ‘Appunti’ Category

Zucchero

Posted on Marzo 23rd, 2010 in Appunti, Scriptorium | 3 Comments »

Questione di punti di vista.

Aggirarsi nel tuo quartiere a mezzogiorno può essere un’esperienza parimenti poetica e infernale. Prendiamo gli odori. Quel profumino di pane appena sfornato, il soffritto che trasuda dalle finestre, o i fumi della carne arrostita che invadono la tromba delle scale possono essere elegie alla quotidianità e al ricongiungimento familiare – piatti fumanti, televisori che gracchiano telegiornali – come pure terribili fetori emanati da prigionieri di se stessi e della propria vita quali genitori scoglionati dal lavoro, figli sfavati dalla scuola, guarniti da pietanze preparate col volantino delle offerte dell’ipermercato.

C’è un momento esatto in cui si può switchare da un punto di vista all’altro. Ed è il momento in cui hai la sensazione di vivere imbottendoti di medicine dal sapore orribile, propinate a furia di zuccherini.

Quando lo zucchero finisce e il farmaco si sparge in bocca come un veleno, l’essere umano riprende il suo sapore di carne andata a male, di bistecca dimenticata da Dio fuori dal frigorifero.

BB King: Broadband Barak, ovvero Obama Cyberpunk

Posted on Marzo 15th, 2010 in Appunti, Rassegna stampa, Scriptorium | 2 Comments »

Mado’ - ho pensato - sembra un prequel di un romanzo di Gibson.

Questa potrebbe essere una storia ambientata in un west polveroso, talmente polveroso da aver seppellito ferrovia e telegrafo, e poi autostrada e telefono, televisione e tv via cavo. Una nuova frontiera psichica estesa a 360°, senza punti cardinali. Ci sono buoni, brutti e cattivi, corporazioni, lobby e una battaglia che potrebbe durare anni.

Non ho né le competenze, né il senso della misura, ma sento odore di futuro.

Jimi Hendrix, from Valleys Of Neptune

Posted on Marzo 9th, 2010 in Appunti, Drowned Words, Grammofono | 2 Comments »

A quarant’anni di distanza dalla sua morte, Jimi Hendrix torna a viaggiare sui nostri nervi acustici con Valleys of Neptune, un nuovo album composto da 60 minuti di registrazioni non del tutto sconosciute ai fedeli del culto del Dio della Seicorde, ma mai utilizzate completamente.

Raschiamento del barile chiamato James Marshall Hendrix o una celebrazione?

In definitiva, dalle Valli di Nettuno provengono note che non aggiungono niente a quanto già s’apprezzava del divin Hendrix - una fenomenale miscela di rock, blues e “fughe” psichedeliche - e che non sono il suo testamento (che testamento avrebbe potuto scrivere un ragazzo scivolato via senza aver compiuto neanche 28 anni?) ma semmai l’ennesima riconferma di un fatto chiaro come un calcio in culo: Jimi era anni luce davanti tutti.

Scoperte dell’acqua calda a parte, la sensazione strana è che in un periodo di paralizzante compresenza di epoche - sogniamo in continuazione con gli occhi rigirati nell’orbita, a guardare indietro, producendo finanche  incubi di totalitarismi riverniciati di modernissima democrazia - sentire la voce di un uomo che era palesemente avanti nel tempo crea uno strappo al tessuto del presente. Come se certe soluzioni armoniche che al tramonto di quei 60’s la stessa band di Jimi, seppur experienced, faceva fatica a seguire, riuscissero a creare il paradosso di un futuro remoto.

E dico questo fuori ogni logica dettata dalle tendenze musicali, descrivendola come un’idea suggerita che diventa sensazione e percezione reale.

Vi lascio col testo di Valleys of Neptune, uno psycho sci-fi rock gospel:

I feel the ocean swaying me
Washing away all my pains.
See where I was wounded,
Remember the scar?
Now you can’t see a thing
And I feel no pain

Singing about the Valley of Sunsets
Green and blue… Canyons too
Singing about Atlantis love songs.
The Valleys of Neptune is arising.

Mercury liquid… Emerald’s shining
Telling me where I came from
Honey Sun… Pourquise Bed he
Lays in… on the Burning
Edge Horizon.

I’m sailing on the Bluebird’s mission…
Bubble and curls and tiptoes in the foam
See the wind make love to all
The ocean… Joy spread and
The massage got home

Singing about the Valley of Sunsets…
Purple and gold… the Armies of the Lord
Before ancient Egypt, there were moon trips…
The Valleys of Neptune is arising

Look out East coast, but you’re
Gonna have a neighbor,
A rebirth land…
The praying Burning Sands.

We know there were worlds
So much older…
And they shall rise, and
Tell us much more the truth of man

I see visions of sleeping peaks
Erupting…
Releasing all hell that
Will shake the Earth from end to end
And this ain’t bad news, good news,
Or any news… it’s just the truth,
Better save your souls while
You can

Singing about the New Valleys
Of the Sunrise… Rainbow clean,
The world is gonna be…
Singing about getting ready for the new tide…
The Valleys of Neptune is arising.

Un filo

Posted on Marzo 3rd, 2010 in Appunti, Emersioni, Grammofono | 3 Comments »

Durante il mio percorso dissestato di lettore, qualche volta mi capita di agguantare qualche filo che finisco per seguire nella macro-matassa letteraria. Ce n’è di piccoli e trasversali a diversi luoghi espressivi, altri scoperti dopo averne percorso, a mia insaputa,  già un bel pezzo, altri ancora suggeriti, alcuni agganciando un libro a un altro, come accade tirando fuori dal cesto le ciliegie, e infine non c’è il filo, ma una cima; e cioè quando hai l’impressione di aver pescato un pesce talmente grosso che non sai se riuscirai a tirarlo in barca.

Stronzate da “vecchi e il mare” a parte, ho acchiappato un filo veramente chilometrico: narrativa e musica. Ultimamente me la ritrovo sempre tra le orecchie e gli occhi, la musica; tra gli ultimi rintocchi della campana: ho ripreso fra le mani In fondo al nero, una vecchia antologia Urania curata da Gianfranco Nerozzi, ho comprato dopo anni di esitazione Metallo Urlante di Valerio Evangelisti e Arancia Meccanica di Anthony Burgess, incuriosito anche dal passato di compositore dell’autore. E poi, in questo momento, ho giusto piantati tra udito e vari strati di corteccia i blues di Hugues Pagan. Nell’ultimo anno ho pure seguito le fughe musicali di Nick Chianese, impegnato a suonare la batteria con in mano la penna mia e Sir John Van Matthews, giusto mentre pizzicavo Phil Dick a suonare la musica del dopobomba assieme a Kim Gordon.

Forse un’ossessione latente, più che un semplice percorso di lettura-ascolto, più o meno programmato.

Intuisco un legame indissolubile, che non sta solo nella condivisione del mezzo “parola”, ma fonda la sua peculiarità sull’arte di raccontare storie, affabulare, colpire, stordire e spingere al ragionamento, all’associazione e alla creazione di idee.

Parole per aria

Posted on Gennaio 27th, 2010 in Appunti, Scriptorium | No Comments »

“La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto”. La massima del Vecchio Buk è inconfutabile. L’ho sempre considerata una regola da seguire. Banale, vero? Osservare il mondo, prima di scriverne. Così nella quotidianità capita di imbattersi in sorprendenti perle narrative. Scopri cose che ti aspetteresti di cogliere sulle pagine di un libro e non da un dialogo rubato per strada.

Avete mai pensato, per esempio, a quanta roba sospesa c’è in un dialogo, quanto materiale resta incagliato tra una battuta e l’altra?

* * *

- Sai che ci manca per essere davvero una potenza? - dice l’uomo davanti la pizzeria d’asporto, sfoggiando l’accento campano come un distintivo. Si porta appresso i suoi cinquant’anni suonati come una valigia piena di ricordi.
- No che non lo so. - risponde il suo compare, fino a un momento prima in religioso ascolto da sotto il pulpito improvvisato che è lo scalino su cui s’accrocchia la serranda.
In mezzo a loro ci stanno una trentina di centimetri di distanza e un’infinità di risposte possibili per la stessa domanda. Tutte egualmente valide.
- Sai che ci manca per essere davvero una potenza?
- Un centrocampista che faccia da regista.
- Una classe politica di esseri umani.
- La grappa a fine pasto.
Tutte perfettamente sensate, ma sbagliate. Perché questo secondo che contiene un’infinità di risposte, in un attimo si scongela e partorisce la risposta esatta, reale.
- Sai che ci manca per essere davvero una potenza?
- No che non lo so.
- Un esercito europeo. Allora sì che siamo potenti. Come la Cina.

Radici

Posted on Agosto 6th, 2009 in Appunti, Emersioni, Scriptorium | No Comments »

Il regionalismo ultimamente va di moda, tra bandiere, proclami e (auto)segregazioni. E’ una deriva del Paese, che la Lega ha saputo interpretare al meglio, catalizzando la paura e l’ignoranza in voti sonanti. Ed è in questo contesto che mi trovo a pensare al senso e al significato delle radici, non posso evitarlo, è la mia mia condizione di emigrante a impormelo.

Anche se i regionalismi da parata o da sagra del manganello mi disgustano all’inverosimile, ho la netta sensazione di vivere in una Nazione nata non per autodeterminazione di un popolo, ma accuratamente costruita come un recinto entro i cui confini è stato ammassato un gregge con uno specifico non-ruolo nella geografia politica mondiale; spiegarne il perché non è difficile, basta guardarsi alle spalle, dai Savoia fino alla Guerra di Liberazione, passando per gli ultimi sessant’anni di storia repubblicana, è tutto un frullare di bassi interessi, sogni mandati a puttane e - ora come nel Ventennio - di inedia.

Il senso delle radici quindi qual’è?

Non saprei, davvero, ma è una domanda che in questi giorni continua a girarmi per la testa, mentre attorno a me vedo sparsi per una Bologna vuota pezzi di solitudini provenienti da ogni parte dell’Italia e del mondo. Forse il senso è tutto nelle strade fantasma di questa città e nello sguardo di uno “Sradicato”, i gomiti piantati nelle ginocchia e la faccia tra le mani, che riempie il vuoto dei suoi occhi contando i granelli del deserto d’asfalto che ha davanti, nell’attesa che un autobus lo riporti a casa. Quale casa poi, forse non lo sa neanche lui.

Pellegrinaggio laico

Posted on Agosto 2nd, 2009 in Appunti, Emersioni, Megafono, Scriptorium | 2 Comments »

Di solito si dice: “non si muove neanche una foglia”. In questo caso, sarebbe più preciso dire: “si muovono solo le foglie”. Per Bologna siamo solo io, loro e il vento.  Ho deciso di andare in stazione a piedi. Oggi non è un giorno come un altro. Oggi è il 2 di agosto. Considero la passeggiata come un piccolo pellegrinaggio laico.

Le mura della città mi inghiottono all’altezza di porta San Felice. Entro nelle sue viscere fatte di mattoni rossi, un ventre attraversato e sorretto dai portici. Percorro le strade come un corpo estraneo che si è inoculato nel sistema circolatorio di un organismo vivo, caldo. E mentre percorro le arterie che si chiamano via Riva Reno e via Galliera, il bollore per le strade non fa che confermare questa mia sensazione.

In giro non c’è più quasi nessuno. Il silenzio viene rotto solo da un gruppetto di immigrati davanti a un circolo del PD; pare che discutano di qualcosa di molto importante o che se la ridano sonoramente. Ad ogni modo, dopo averli incrociati - e mano a mano che mi avvicino alla stazione - le presenze umane aumentano di numero e si dirigono tutte nella mia direzione, come attratte da un magnete. Guardando due uomini anziani che camminano davanti a me (tutti e due con le mani dietro la schiena, entrambi con la stessa andatura di poco ciondolante, vestiti con la stessa divisa poloarighepantalonedicotoneemocassinoestivo), mi chiedo se loro c’erano, 29 anni fa (io non c’ero, non ero stato neanche concepito), e alla stessa maniera mi guardo attorno e mi interrogo su uomini e cose; vorrei avere qualche testimonianza anche da una bicicletta arrugginita parcheggiata in piazza XX Settembre.

Arrivo davanti al piazzale Delle Medaglie d’Oro. La facciata della stazione è interamente ripulita, ristrutturata e agghindata di manifesti pubblicitari sgargianti. A fronteggiarsi, uno davanti all’altro come in un duello leoniano, ci sono l’orologio che segna sempre le 10.25 e il cronomentro del conto alla rovescia per la fine dei lavori dell’alta velcità ferroviaria sulla tratta bolognese; una sfida tra nozioni del tempo così diverse che ognuna delle due dovrebbe avere un nome tutto suo.

La gente entra ed esce dalla stazione, ignara. Degli addetti stanno finendo di smontare il palco da cui oggi si sono tenuti i discorsi di commemorazione della strage, caricano su un camion le assi che ha calcato il ministro Bondi; non so, ma quel legno ai miei occhi ha qualcosa di osceno.

Mi avvicino al marmo su cui sono scritti i nomi delle 85 vittime. Con me, ci sono solo un ragazzo che, valigia in mano, scorre i nomi e scuote la testa e un cane che fa le bizze e saltella attorno alla sua padrona. Non che mi aspettassi la stessa fila alla lapide di Giovanni Paolo II ma… inutile farsi meraviglia. Punto.

* * *

Entro in stazione e controllo sul tabellone che il mio treno sia in orario, mentre le persone mi sfrecciano attorno come atomi impazziti.

Primo binario, sala d’aspetto, quella sala d’aspetto. L’aria è rarefatta dai condizionatori e dal profumo dei fiori alla memoria. Sulla parete dove è scoppiata la bomba sono state poggiate delle corone funerarie, tra le quali spunta come un fungo giallo un’obliteratrice: una signora - sul volto un’espressione di imbarazzo - sposta la corona e timbra un bigliletto. Dall’altra parte della sala è stato allestito uno spazio per fare giocare  bambini. In mezzo è pieno di gente. Come da copione c’è chi dorme e chi legge, altri che non fanno nulla di nulla, in attesa che il loro treno parta.

Prendo posto e cerco in quei volti una traccia, un segno che rimadi a ventinove anni fa esatti. Per fortuna, ne trovo: non sono l’unico a guardarmi attorno, ad annusare l’aria. Nel mezzo di questa panoramica, metto a fuoco l’uomo che mi siede davanti: è molto anziano, quasi del tutto sdentato, ha la camicia aperta sul petto e indossa dei sandali lisi. Ma non è nessuno di questi dettagli a impressionarmi - neanche i suoi occhi rossi lo fanno sul serio - piuttosto è il fatto che è l’unico a non avere alcun tipo di bagaglio appresso, o almeno io non ne vedo di nessun tipo. Potrebbe essere solo un vecchietto in cerca di un po’ di fresco, ma quel suo sguardo fisso sulla parete delle corone e dei fiori alla memoria, quel suo rimuginare saliva in un ritornello di deglutizioni che sono come un pendolo in accelerazone, tutto questo mi suggerisce un’ipotesi così straziante che - rimanendo lì, paralizzato dll’idea - quasi perdo il treno: e se questo uomo, esattamente qui, ventinove anni fa, alle 10.25 avesse perso qualcuno?

E’ tardi, il mio treno è in partenza, mi guardo per l’ultima volta attorno e poi esco fuori, verso i binari, attraverso il caldo e l’indifferenza della gente.

Tools of the trade

Posted on Luglio 30th, 2009 in Appunti, Emersioni, Scriptorium | 4 Comments »

Stephen King l’ha chiamata cassetta degli attrezzi, ovvero tutti gli strumenti linguistici e le tecniche narrative che uno scrittore mette da parte per portare avanti il suo lavoro di artigiano. Personalmente, credo molto nella scrittura “artigiana”, allo scrittore col pennino sulla ‘recchia e il mento affondato nel palmo della mano non ho mai dato troppo credito.

Ernest Hemingway - intervistato da George Plimpton nel 1963 per The Paris Review - dichiara che “lo strumento essenziale per uno scrittore è un merdadetector a prova d’urto”. Hem si riferiva alle generalizzazioni sulle nozioni di scrittura e in particolare agli scrittori privi d’un minimo senso di giustizia o ingiustizia.

Adesso, credo di non avere ancora abbastanza “martelli e chiodi” per attaccare le storie che frullano in testa, ma - in assoluto - un merdadetector forse ci vorrebbe sul serio, ad ampio spettro, con una memoria quasi infinita: di questi tempi, potrebbe andare in tilt appena acceso.