Il tempo e il denaro
Posted on Giugno 2nd, 2012 in Appunti, Emersioni | No Comments »
Letture sincroniche: le riflessioni di WM1 sul terremoto in Emilia, gli orologi e le accelerazioni temporali e Cosmopolis di Don DeLillo (Einaudi) da cui provengono le righe che seguono.
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Dobbiamo pensare all’arte di far soldi. I greci hanno una parola per definirla. Chrimatistikós. Ma dobbiamo renderla un po’ flessibile. Adattarla alla situazione attuale. Perché il denaro ha subìto una svolta. La ricchezza è diventata fine a se stessa. Le enormi ricchezze sono tutte così. Il denaro ha perso la sua qualità narrativa, come è accaduto alla pittura tanto tempo fa. Il denaro parla a se stesso.
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L’idea è tempo. Vivere nel futuro. Il soldi creano il tempo. Una volta era il contrario. Gli orologi hanno accelerato l’ascesa del capitalismo. La gente ha smesso di pensare all’eternità. Ha cominciato a concentrarsi sulle ore, ore misurabili, ore lavorative, e a usare il lavoro in modo più efficiente.
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Oggi il tempo è un bene aziendale. Appartiene al sistema del libero mercato. Il presente è difficile da trovare. Lo stanno risucchiando fuori dal mondo per fare posto a un futuro di mercati incontrollati ed enormi potenziali di investimento. Il futuro diventa inesistente. Ecco perché presto accadrà qualcosa, forse oggi stesso. Per correggere l’accelerazione del tempo. Per riportare la natura alla normalità, più o meno.


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Avevo già programmato una seconda visione di Inception, così me lo sono ri-sciroppato su grande schermo. Verdetto: il film di Christopher Nolan regge bene. Com’è è ovvio, di tutti gli aspetti del film, quello che subisce una flessione è l’azione, che alla prima visione ha anche la funzione di “tenere sveglio” lo spettatore. In buona sostanza il mio
A futura memoria (se la memoria ha un futuro) è una raccolta di articoli di Leonardo Sciascia apparsi in gran parte sul Corriere della Sera e L’Espresso, pubblicati per la prima volta da Bompiani nel 1989 (l’ultima
Lo scorso 27 giugno ero su un aereo decollato dall’aeroporto di Bologna e diretto a sud. Accanto a me, una giovane madre e il suo bambino di pochi mesi che, pochi secondi dopo il decollo, già svolazzava per conto suo in un pacifico mondo dei sogni. Quando l’aereo prende quota e non c’è più niente da vedere - solo immense distese di nuvole - stacco gli occhi dal finestrino e apro un quotidiano. E solo in quel momento mi ricordo che il 27 giugno di trent’anni fa un altro aereo era partito da Bologna e non era mai giunto a destinazione. La strage di Ustica. In mezzo alla pagina dedicata al trentennale c’è la foto simbolo di quella tragedia: un cadavere che galleggia in mare aperto in una posizione che potrebbe essere quella di un qualsiasi neonato che si lascia a pelo d’acqua, magari solo per gioco. Fatto sta che in quel momento in quella foto vedo un bambino. E un altro accanto a me, sull’aereo. Scontro emozione/suggestione. Chiudo il giornale di riflesso. La sola idea di 81 vite che svaniscono nel nulla senza un perché è terribile.
Il manicomio “totale”: 32 ettari e 20 padiglioni, questo era San Salvi a Firenze fino alla chiusura nel 1978 per effetto della legge Basaglia. Fortemente caldeggiata dall’eminenza della psichiatria Tamburini, la struttura nasce nel 1890 con l’idea di divenire una cittadella dei “matti”, completamente isolata dal resto della città. Un isolamento estremo che spinge l’architetto Giacomo Roster a utilizzare volte a quattro per massimizzare il rimbombo negli ambienti ed evitare la comunicazione tra i “degenti”; Roster per i medici aveva anche progettato dei camminamenti tra padiglione e padiglione dai quali, a distanza, decidevano le terapie.
Quando si dice “fare filotto”. Capita di rado, ma quando accade è una soddisfazione. L’ultima volta mi era successo con la celluloide (doppia proiezione nel 




