Un racconto ispirato a una immagine del grafico-illustratore Salvatore Oranges. Chi mi conosce, non farà fatica a indovinare chi è il Vecchio occhialuto al centro della storia. Buona lettura!

Un magnete fissa sul frigorifero di casa Lamellara un disegno del piccolo Salvatore. Ha un titolo: Le mie vacanze.

* * *

«E questo lei me lo chiama magnifico panorama vista mare?». Marco accompagna la domanda chiudendo l’arco che ha tracciato in aria con la mano, verso la finestra della cucina.
Il bambino urla: «Il mare! Dov’è il mare, papà?»
Il Vecchio ha la risposta in canna ma non la spara.
«Visto? Neanche la fantasia di un bambino riesce a tirarlo fuori ‘sto mare», lo incalza Nadia, che si tiene il pancione sventolandosi con un Cronaca Vera piegato in due.
Il Vecchio non bada molto alle rimostranze dei coniugi Lamellara e si rivolge al bambino: «Come vi chiamate, guagliò?»
«Che ha detto, papà?», il bambino, nato a Settimo Torinese, non ha dimestichezza con l’idioma locale.
«Ti sta chiedendo il nome. Diglielo tu».
«Salvatore».
«Oh, Salvuzzo! Sali sul tavolo, dai». La voce del Vecchio ha il colore del miele.
«Ma che sta facendo?» protesta Nadia. Marco le fa cenno di restare tranquilla: vuole vedere dove l’uomo vuole arrivare: «Fai, Salvo, fai quello che ti dice il signore».
Il Cronaca Vera smette di fare da ventaglio e diventa un antistress fra le mani nervose di una donna incinta. Marco incrocia le braccia.
Intanto Salvo ha scalato il suo piccolo Everest e scruta l’orizzonte con la mano del Vecchio sulla spalla.
«Allora, guagliò, che vedi?»
«Muri, grandi e brutti. E colonne».
«Va bene. Hai visto il cavalcavia e i pilastri che lo tengono per aria. Facciamo così: dimmi i colori che vedi».
«Grigi, anzi tanti grigi. E nero. E poi blu. Il blu del cielo».
«E bravo Salvuzzo!». La mano nodosa del Vecchio affonda nei capelli del bambino, Nadia strappa senza accorgersene la prima pagina del rotocalco, Marco scioglie le braccia e fa un passo in avanti. «Bravo, guagliò! Ma quello non è il cielo, è il mare. Eccolo qua: vista mare!».
Una folata di vento entra nella stanza, spezzando l’apnea dei coniugi Lamellara.
«Lei ci prende in giro», sbotta Nadia, «ne ho abbastanza. Marco, leviamo le tende».
Pochi secondi dopo il Vecchio è alla porta e ascolta il borbottare della famigliola amplificato dall’eco della tromba delle scale.
«Marco, maledetto tu, la Calabria e la tua vacanza del ritorno alle origini. In che posto di merda ci hai portato?»
«Dai, che qui ci sono chilometri e chilometri di costa: un posto bello lo troviamo».
Il vecchio chiude la porta e si guarda allo specchio sul mobile dell’entrata. Strizza gli occhi rimpiccioliti dietro la lente sorretta da una grossa montatura in osso. Poi, con un gesto che sa di abitudine consolidata nel tempo – quel tempo che, passando, è capace di radere al suolo intere montagne – leva gli occhiali e si avvicina allo specchio. Si liscia la barba e conta le macchie che il sole gli ha depositato sulla stempiatura. Alla fine emette un grosso sospiro e se ne torna in cucina.
Chiudendo la finestra, si sofferma sul cavalcavia, “pizzicando” le colonne come corde di una gigantesca e orribile chitarra dei ricordi.
Pensa a Giacomo Delli Santi, impiegato all’ufficio urbanistico del comune, che quel cazzo di cavalcavia proprio non lo voleva. Deturpa il paesaggio, diceva. Già da un pezzo non può più dire niente, Giacomino, nei secoli dei secoli.
Amen.
Grandissimo cornuto, pensa il Vecchio, ci hai fatto il malocchio a st’albergo, ci hai fatto.

* * *

Un mese dopo, un disegno di Salvuzzo è appeso al frigorifero di casa. Ha un titolo: Le mie vacanze.
C’è il grigio del cavalcavia e dei pilastri, il blu del cielo e del mare.
E il rosso di un sangue che, invisibile, continua a scorrere.