Don’t you bother me, not anymore
I can’t take this tale, oh, no more
It’s all around, Jimmy Jazz
The Clash

Per Graham Mellor è un giugno di merda, senza ombra di dubbio. Le escursioni termiche che lo tormentano gli fanno rimpiangere il fresco serale della sua hometown oltremanica. E dire che in redazione aveva fatto carte false per farsi mandare in Italia, compreso un corso per imparare la lingua.
Insomma, aveva mostrato il sederino al caporedattore: «Ho amici lì, boss».
«Davvero?»
«Sul serio, niente vitto e alloggio in nota spese, promesso».
«Beh, Mellor, buon viaggio allora».
Quarantotto ore dopo era a Roma.
Un anno dopo è a Bologna. Alla stazione ferroviaria, per la precisione. Fa un caldo infernale. E il girone più incandescente è sul primo binario. All’appuntamento col Grande Capostazione, l’amministratore delegato della più grossa azienda nazionale di trasporti ferroviari, manca più di un’ora. Sarà l’ultima intervista per la sua inchiesta sul casino dell’Espresso 1981, partito proprio da quella stazione la notte in cui sorvolò la Manica in direzione del Belpaese. 11 giugno 2011, vigilia di referendum. Due giorni dopo avrebbe spedito in redazione il suo primo articolo da inviato all’estero.
Che cazzo di storia, quella del Diciannoveottantuno.
Tre mesi interi a intervistare il maggior numero possibile di passeggeri di quel treno. Dopo l’ultima intervista – fra tre ore, minuto più, minuto meno – Graham sogna di cominciare a sbobinare il materiale in una vasca piena di ghiaccio.
Intanto s’accontenta della sala d’aspetto. Prende posto giusto davanti alla cicatrice procurata al muro dalla bomba dell’80. Rimane così, in apnea per qualche minuto, a fissare la gente che passa dietro la lastra di vetro che copre il crepaccio. Poi si decide ad aprire il laptop. Collega le cuffie e ascolta spezzoni delle interviste già raccolte.

Leandro Ciparella, 26 anni
Che nottata, compare mio, e che viaggio! Scendevo in Sicilia per votare. Treno straordinario, sai com’è. Vagoni al limite del carro bestiame. Non eravamo pochi. Parecchi pure senza biglietto. Mai vista tanta gente su un binario, manco alle feste comandate, quando anche il più ateo e iconoclasta dei terroni ritorna a casa con lo stomaco aperto e i denti ben affilati. Capisci, no? Insomma, tutti pronti, chi per un motivo chi per un altro. Poi l’altoparlante annuncia che il nostro treno viene soppresso. Hai presente quelle voci metalliche… Ma da voi, che dico, alla Regina negli altoparlanti magari ancora ci piacciono le voci di gentleman veri e non di cartone.

Jimmy Jazz, 46 anni
Oh, ma veramente vuoi che ti racconti ‘sta storia? E Jimmy te la racconta. Abito in piazza delle Medaglie d’Oro, d’abitudine. Ma non in una casa, è chiaro. Nella piazza proprio. Sai, non sono uno tanto schizzinoso. Dormo seduto, pensa tu. Dormo seduto che così nessuno mi rompe il cazzo, a dirla tutta. Ma tant’è. Stavo proprio dormendo sul mio scalino. Quando mi vedo arrivare tutta sta gente. E tu che fai se, mentre stai sognando le meraviglie del Multiverso, decine di persone ti entrano in camera da letto? Ti svegli! Tutto un drappello di gente incazzata, tipo manifestazione, slogan e tutto il resto, è chiaro. Manco un minuto e sale sul mio scalino un vecchio, un vecchio più vecchio di Jimmy, davvero. Voce tonante, il nonno, e baffi a manubrio. Caccia un paio di urli e quasi tutti zitti. Poi dice, me lo ricordo come se fosse ora, Jimmy c’ha il cervello tipo Mecchintosh, è chiaro. Dice: «Tra venti minuti c’è il 1981, Bologna-Villa San Giovanni. Ce lo prendiamo. E lo guido io che i treni li ho guidati per trent’anni. Andiamo e ce lo prendiamo. È già sul binario. Niente violenza, niente risse. Fate scendere chi non vuole essere della partita. Mi pare ovvio che ci sarà una sola fermata. Fate i vostri conti. Il biglietto è gratis. Adesso andiamo. In silenzio e senza fare casino».
Pareva Mosè e io fui il primo a seguirlo, è chiaro. Cazzuto, il nonno. Dopo aver sfilato sotto gli occhi degli agenti della Polfer con la bocca aperta, vedo che Baffi a Manubrio tira fuori una pistola. Ti immagini Mosè con la pistola? Col mare che si divide e tutto il resto, è chiaro.

Francesca Losanto, 36 anni
È accaduto tutto così in fretta. Ero nella motrice. Mi occupavo delle pulizie a bordo. Anche se non mi spetta, un passatina alla cabina del macchinista la facevo sempre. Se non la facevo, mi sembrava di lasciare il lavoro incompleto, non so come spigarmi. Mi godevo il silenzio. Non ha idea di che vuol dire stare per ore e ore dentro un treno. M’ero seduta al posto di guida. Sognavo di essere la macchinista. Avevo gli occhi chiusi.
«Te ne puoi tornare a casa, collega». Disse proprio così l’anziano. Di spalle m’aveva presa per un macchinista. S’immagini lo spavento. Aveva in mano una pistola. Mi disse che non l’avrebbe usata, che era l’unica maniera per convincere chiunque si fosse trovato al mio posto. Cosa feci? Lei che avrebbe fatto al mio posto, l’eroe?

Giuseppe Franco, 71 anni
Sono un berlusconiano di ferro, questo ci tengo a dirlo. E lo scriva, lo scriva pure. E infatti ero in viaggio mica verso l’urna elettorale, ma verso casa. La questione del referendum l’avevo liquidata con un perentorio “menefrego!”. Volevo andare al mare, come disse il buon Bettino. Non facevo parte di quella banda di terroristi, insomma. Ero già sul treno 1981 munito di regolare tagliando. Seconda carrozza, posto 56. Posto a sedere che non ho lasciato per un solo istante, neanche quando lo scompartimento s’è riempito di comunisti bavosi. Anzi, se devo essere sincero, mi sono alzato una volta sola: quando siamo passati da Firenze. A tutta velocità. Sì, ho avuto una paura terribile. Paura che ci avessero deviato su un binario morto e che c’avessero messo sulla strada un vagone per bloccare la corsa del treno. Dal finestrino vidi solo una lunga fila di gente in là, sui primi binari, una lunga fila di comunisti con le trombette che festeggiavano e ci battevano le mani. Firenze, si sa, è un covo rosso. Altro che La Pira!

Francesca Losanto, 36 anni
Gli eroi, nella vita reale, muoiono. Altroché. Sa qual è la cosa che nessuno ha scritto? La scriva pure, che tanto m’hanno sbattuto fuori dalla ditta di pulizie. Ero interinale. Come cosa vuol dire? Ah sì, è straniero. Ma mi ascolti, mi ascolti bene. Scesi dal treno. Restai lì, come una statua, sul binario. Intanto la gente si accalcava nelle carrozze. Ce n’erano anche molti che scendevano. Il treno alla fine parte e dal finestrino della motrice si sporge l’anziano, che mi sorride e mi lancia la pistola. Io faccio un salto così dalla paura che esplodesse un colpo. E quella cade a terra. Ma non spara. La prendo in mano. È leggerissima. Di plastica. Tutto quello che hanno scritto non è vero, che era un pazzo terrorista, che era armato e che, alla fine, forse si è pure suicidato perché era braccato dalla polizia. M’ha pure sorriso. E i criminali non sorridono in quella maniera, mi creda.

Anteo Majorino, 23 anni
Poteva essere uno dei tanti pazzi che a quell’ora chiamano per lamentarsi dei cessi e dell’aria condizionata che non funzionano. Lavoro nel call center più infamato d’Italia. Mi pagano per essere mandato affanculo quattro ore al giorno, esatto. L’ho ricevuta io la chiamata. Guardi, so pure fare l’imitazione della voce, l’ho ripetuta miliardi di volte: «Sono il macchinista del 1981. Se non lo sai, ci siamo presi il treno. E non è uno scherzo. Di’ che basta che il treno faccia il percorso stabilito, senza scambi strani, fino a Villa. E andrà tutto bene. Diversamente, tutto quello che accadrà sarà per colpa loro. Io non mi fermerò prima di Villa San Giovanni».

Jimmy Jazz, 46 anni
Non sento un’adrenalina così dai tempi delle fughe dalle comunità di recupero, è chiaro, quando il cervello tipo Mecchintosh di Jimmy era un campionario di droghe, e saltavo le mura degli istituti manco fossi l’Uomo Ragno. Firenze e via, Roma e tutte le altre stazioni. E in ognuna mi sono immaginato teste di cuoio e teste di minchia super attrezzate che volevano farci il culo. Niente di niente. Jimmy arriva a Villa San Giovanni, come previsto. E ci arriva senza neanche sapere se quel posto esiste davvero, è chiaro. Scendo dal treno in cerca di Mosè, il mio Mosè cazzuto coi baffi a manubrio e la pistola. E lo vedo, ma solo per un attimo, confondersi nella folla che si dilegua in mezzo agli agenti di polizia schierati sul binario. Lo riconosco anche senza pistola. Per un attimo mi guarda. Punta i suoi occhi in quelli di Jimmy Jazz. E mi sorride, è chiaro.

Giuseppe Franco, 71 anni
Se ho votato? Glielo dico solo se spegne quel coso, il registratore. Ha spento, sì? Va bene, lo ammetto, ho votato. Tutti “No”, sia chiaro, ma ho votato.

Graham Mellor è finalmente a casa. Che poi è un buco da 200 euro al mese in un B&B. Non ha amici, in Italia. O meglio, nessuno che possa ospitarlo. Ha speso un pacco di soldi, altro che vitto e alloggio gratis. Ma nessuna nota spese potrebbe ripagare l’esperienza passata a indagare sul Diciannoveottantuno. Tutto sommato, gli italiani sono ancora capaci di grandi cose, se vogliono.
Sotto la doccia, Mellor ripensa alle dichiarazioni del Grande Capostazione: «Smentisco con forza le illazioni che vogliono la nostra azienda obbediente a un ordine, lo metta fra virgolette, un ordine del “palazzo” volto a non far partire un treno pieno di elettori».
Poi cerca di immaginarsi per bene la faccia del vecchio macchinista. Ma non ci riesce. Tutto quello che vede è un uomo di spalle, che si perde in mezzo alla folla di una città del sud Italia, gente che comincia una nuova giornata e che magari sta fantasticando sul terrorista che ha portato un treno a Villa, e in anticipo sull’orario previsto.