Archive for Gennaio, 2011

Tre millimetri al giorno

Posted on Gennaio 27th, 2011 in Classici, Drowned Words | No Comments »

Partorita dalla fervida fantasia di Richard Matheson nel lontano 1956, la tragedia di Scott Carey - rimpicciolire di tre millimetri al giorno a causa di un’esposizione radioattiva - abita di diritto l’immaginario collettivo da parecchi anni e il romanzo che la racconta, The incredible shrinking man, è un classico della fantascienza nera. Storia cupissima e claustrofobica, nata nel pieno della paranoia da Grande Bomba, rimane di grande interesse anche oggi, ampiamente digerito il sense of wonder originario.

Tre millimetri al giorno è un grande romanzo psicologico - «Il pensiero era davvero la sua dannazione: non  avere coscienza di niente, mio Dio, di niente, strapparsi via il cervello, via…» - un countdown che cavalca onde di entropia neurale, una lotta per la sopravvivenza del pensiero razionale sul limite del punto zero psichico. Per tutta la storia il grande nemico del protagonista ridotto a dimensioni lillipuziane è un ragno, col quale imbastisce una lotta che sa di epica e di mito; così mi sono messo a cercare in rete di aracnoidi e inconscio, imbattendomi in uno stracitatissimo, calzante (e tutto da verificare) passo di Carl Gustav Jung: «Il ragno come tutti gli animali a sangue freddo o come tutti quelli che non hanno un sistema nervoso cerebro-spinale, ha la funzione nella simbologia onirica di rappresentare un mondo psichico che ci è estraneo al massimo». In definitiva, un inner space pre-Ballard.

In questo senso, anche una perfetta parabola politica: un mondo psichico che ci diventa sempre più estraneo, tre millimetri al giorno, da quindici anni. Siamo già abbondantemente sotto lo zero.

Ricambi

Posted on Gennaio 21st, 2011 in Classici, Drowned Words, Fantascienza | 3 Comments »

Benvenuti a New Richmond, la città nuova venuta dal cielo e posatasi sulle ceneri della vecchia capitale della Virginia: un MegaMall bloccato a terra - velivoli giganteschi, otto chilometri quadrati per duecento piani, che scorrazzano a 6000 metri d’altezza, trasportando tutto ciò che è acquistabile e quanti più acquirenti possibile - e diventato, a tutti gli effetti, una città vera e propria che si snoda dai bassifondi dei piani bassi fino ai paradisi artificiali dei piani over 100.

Jack Randall, ex sbirro, ex soldato di una guerra impossibile, ex bambino, ex padre e marito, ex tossico, vi fa ritorno dopo cinque anni di esilio come guardiano di una Fattoria di Ricambi, un allevamento di carne umana ospitante repliche esatte - e vive - di facoltosi disposti a pagare un’assicurazione sanitaria particolare per scacciare ogni incubo di malattia. Randall porta con sé un gruppo di ricambi in buone condizioni, ovvero non troppo mutilati, col progetto di trovare i soldi e i mezzi per portarli in salvo, ma la cattiva sorte, il sangue, la droga e il suo passato non gli danno tregua e si ritrova a cadere da un carnaio a un altro.

Micheal Marshall Smith confeziona questo capolavoro di hard boiled fantascientifico nell’ormai lontano 1996; una vera bomba di sospensione, humor nero e poesia violenta, tanto fare gola alla Dreamworks di Steven Spielberg la quale, con estremo senso pratico e fine intelligenza, ne ha fatto scadere i diritti di realizzazione e ne ha rubacchiato dei pezzi per realizzare quella cacatina appiccicaticcia che è The Island.

Scrittura felicissima, che sa dosare alla perfezione introspezione, azione e immaginario cyber e noir. Non a caso Marshall Smith inizia con una citazione di Jim Thompson: «Quelli come noi. La gente. Tutte le persone che hanno cominciato a giocare con la stecca corta, che volevano così tanto e hanno ottenuto così poco, così ben intenzionati e finiti così male». Il romanzo ha una carica sociale incredibile. New Richmond è la proiezione di un incubo metropolitano che sconfina dalle nostre teste e ci finisce sopra, concretizzandosi: criminalità, capitalismo sfrenato, istituzioni polverizzate, controllo e scontro sociale. Non faccio fatica a immaginare un MegaMall sopra ognuna delle nostre metropoli: Napoli, Milano, Roma, Palermo.

Vale veramente la pena incontrare Jack Randall, uno che accanto ai vari Spade e Marlowe non sfigura affatto.

Comunione (e liberazione?)

Posted on Gennaio 20th, 2011 in Megafono, Rassegna stampa | 2 Comments »

Da Repubblica.it

Appunto…

Far South

Posted on Gennaio 20th, 2011 in Bassitalia, Rassegna stampa | 8 Comments »

Questa mattina sulla homepage del Quotidiano della Calabria c’è una felicissima istantanea di Bassitalia. Un ematocrito sociale. Non a caso oggi è in edicola col titolo “Calabria imbrattata di sangue”. Ecco una piccola geografia della ferita aperta che è la mia regione: CrotoneOppido MamertinaFilandariSettingianoSpezzano AlbaneseCrotoneReggio.

Spesso mi trovo a raccontare a persone non del posto di come, in realtà, la Calabria non è il Far West che può sembrare. E non è facile, perché è un concetto forse più complesso e più agghiacciante della violenza in sé. La prima cosa che colpisce lo “straniero” credo sia il pericolo di vita; sembrerà strano, ma vivendo lì non si ha la percezione di essere coinvolti da un momento all’altro in un conflitto a fuoco. Chiodo schiaccia chiodo. Paura scaccia paura. La cura è l’indifferenza: “è sempre stato così”, “lasciate che si ammazzino tra di loro”.

Il Far South è il risultato di una miscela di cultura radicata, media e indifferenza. E non c’è solo il sangue, no: quello è l’aspetto più spettacoloso. Come nel Far West, anche nel Far South a farla da padrone è il caos amministrativo e i cattivi. I buoni chiudono le imposte della casetta del villaggio non solo se due banditi si scontrano nella main street, ma anche se lo stesso gli scarica rifiuti tossici nelle acque, taglieggia le attività commerciali, rompe il cazzo allo sceriffo…

Al di là del facile gioco di parole e dell’indignazione “4 salti in padella”, quel West dell’immaginario e questo Sud reale hanno in comune una parola che è il passato per il primo e il futuro per il secondo: far, lontano. Nell’anno del 150° dell’Unità la separazione silenziosa - lo scollamento, la frattura, la secessione carsica - accelera il suo percorso.

FFF - Firenze Fast Forward

Posted on Gennaio 12th, 2011 in Appunti, Drowned Words | 1 Comment »

È in edicola il nuovo numero di FFF - Firenze Fast Forward; dentro c’è un racconto scritto a quattro mani con Ugo Dattilo, La sera che uccisero l’architettura italiana: un giallo etilico, vagamente polemico e pienamente allegorico sullo stato dell’arte di progettare e immaginare lo spazio nella nostra Italietta. Un grazie a Ugo e a Marco Brizzi, il caporedattore di FFF, che ci ha dato la possibilità di farlo leggere. Ovviamente, il numero è in tutte le edicole e in alcune librerie di Firenze; se non riuscite a farvi un giro sotto la cupola del Brunelleschi potete ordinarlo online.

Firenze Fast Forward è la rivista dell’omonima associazione culturale fiorentina che “ha lo scopo di raccogliere in una prospettiva multidisciplinare tutti coloro che, come progettisti, designer, intellettuali, musicisti, politici o artisti, per citare solo alcune della categorie che intervengono progettualmente sulla realtà, riconoscono la necessità di promuovere la riflessione e la produzione di visioni sulla cultura urbana contemporanea. Tale produzione trova il proprio campo di intervento naturale nella città di Firenze pur in un costante dialogo con le analoghe esperienze rintracciabili in Italia e all’estero”.

Inception 2, una nota

Posted on Gennaio 10th, 2011 in Appunti, Sguardi | No Comments »

Avevo già programmato una seconda visione di Inception, così me lo sono ri-sciroppato su grande schermo. Verdetto: il film di Christopher Nolan regge bene. Com’è è ovvio, di tutti gli aspetti del film, quello che subisce una flessione è l’azione, che alla prima visione ha anche la funzione di “tenere sveglio” lo spettatore. In buona sostanza il mio giudizio sulla pellicola non cambia, ma…

quello che noto ora è che la storia di Dom Cobb è la summa di un certo cinema moderno e riesce ad attecchire su un pubblico vasto e variegato con sub-plot calibrati con arguzia: c’è il “progetto” di vita matrimoniale per una coppia, la possibilità di “costruire il mondo” per le nuove generazioni (la storia di Arianna, il giovane architetto di sogni interpretato da Ellen Page), il bilancio della vita di un anziano (le sequenze chiave con Ken Watanabe/Mr Saito), i richiami postadolescenziali narco-antalgici di Yusuf e via dicendo.

Da sempre, l’immersione in un racconto avviene con l’immedesimazione; transfert psicologico e/o simpatia morale (buoni e cattivi) con un personaggio che può essere chiunque - finanche il peggior pezzo di merda sulla faccia della terra - ma se la storia è ben architettata, ci scivoli dentro e il miracolo della narrazione si rinnova. Pare che nella fabbrica di storie dei nostri giorni questa antica consuetudine stia scomparendo a favore di storie che ascolti solo se raccontano di te.

Di te trentenne nevrotico, di te pischello, di te sull’orlo di una crisi di mezza età. Come qualsiasi altro prodotto - from the cradle to the grave - la storia viene studiata  per un segmento di mercato ben preciso o variegato, come nel caso, forse, di Inception.

Scoperta dell’acqua calda? Paranoia? O forse che per raccontare una storia oggi bisogna contattare un ufficio marketing?

Sbatti il mostro in prima pagina

Posted on Gennaio 9th, 2011 in Classici, Drowned Words, Sguardi | 2 Comments »

Con la recensione di questo film inauguro una nuova categoria, i “classici”. Lo Zingarelli definisce classico “opera o artista che, per l’alto valore dell’esperienza artistica e culturale che rappresenta, costituisce un modello esemplare”. Film da vedere e rivedere, libri da leggere e rileggere. Fuori da ogni retorica, cibo mentale di cui penso abbiamo bisogno.

Strategie delle tensione e della distrazione, industriali/editori, gruppi di potere, contestazione, informazione e deformazione giornalistica, sono questi nodi centrali di Sbatti il mostro in prima pagina, diretto nel 1972 da Marco Bellocchio, interpretato da Gian Maria Volonté e scritto da Sergio Donati con la collaborazione di Goffredo Fofi. Mentre l’Italia affonda nell’incertezza e nel caos sociale, in una Milano “capitale morale” scossa dalla contestazione studentesca Bizanti, il direttore de “Il Giornale” (quello che conosciamo oggi fu fondato due anni dopo), deve ribattere alle accuse mosse al suo editore/imprenditore di finanziamento illecito all’estremismo di destra. Approfitta così dell’assassinio a sfondo sessuale di una studentessa per creare una campagna mediatica ad hoc. C’è bisogno di un mostro da sbattere in prima pagina, un mostro perfetto: Mario Boni, un anarchico. E gli anarchici, si sa, sono professionisti con secoli di esperienza nel settore.

La pellicola è un vero e proprio manuale di giornalismo moderno nonché di tecniche d’inchiesta (redazionale e di commissariato) che vanno dalle sottili allusioni, ai più sonori “stai calmo che ti conviene”, fino alle ritorsioni e ai ricatti psicologici. Insomma, tutto quell’armamentario volto a manipolare l’opinione pubblica scavando nell’emotività dell’elettorato comune così da aprire intere dighe di voti, perché “la propaganda indiretta è sempre la migliore”.

Sceneggiatura coriacea, con personaggi comprimari spessi quanto i protagonisti; su tutti il giornalista Roveda -  Pinocchio tormentato nel mondo crudele della carta stampata, sprovvisto per gran parte del film di Grillo Parlante - e Rita Zigai, la superteste dell’inchiesta, carica di un’umanità tragica che spezza le ginocchia. La penna di Sergio Donati è riconoscibile dai dialoghi, fulminanti come quelli scritti per Sergio Leone. Per rendere l’idea cito il seguente e fugace scambio di battute tra la Zigai e Bizanti:

- Cerchiamo di non perdere il senso della realtà.
- Che bella frase.

Regia asciutta e concreta, al servizio della storia e delle idee che la attraversano.

A futura memoria [2]

Posted on Gennaio 7th, 2011 in Bassitalia, Drowned Words | No Comments »

“Detesto passare per profeta: sono uno che sommando due e due dice che fa quattro”.

Leonardo Sciascia, L’Espresso, 20 febbraio 1983

Confesso che ci sono rimasto un po’ male a leggere questa frase, arrivata proprio mentre mi trovo a imbastire una serie di post sulla natura profetica del pensiero di Sciascia. Ma aveva ragione, l’uomo di Racalmuto, eccome. A che servono, i profeti? Esseri che fluttuano tra la mitologia, la religione e la sintesi socio-politica. Idoli. Santini. Come certi intellettuali:

“[...] Se qualcuno mi corre dietro chiamandomi “intellettuale”, non mi volto nemmeno. Mi volto - e rispondo - se mi si chiama per nome e cognome: ma a patto, si capisce, che le domande abbiano un senso; che non siano dettate da imbecillità o malafede; che non riguardino cose da me già dette, e cioè già scritte. Il ripetere può essere di giovamento agli ignoranti; ma nell’ambito della carta stampata, di coloro che vi lavorano, l’ignoranza - anche se c’è - non è da ammettere, come non è ammessa di fronte alle leggi”.

Sciascia scrive queste righe in aperta polemica col figlio del generale Dalla Chiesa che l’accusava di prese di posizione irrispettose del lavoro del padre. Non entro nel merito della questione specifica - perché non ne ho gli strumenti e cioè approfondite conoscenze dei fatti - ma ritorno a quella iniziale, quella di “Sciascia profeta intellettuale”.

Il suo pensiero, leggendo le righe che qui ho riportato, è chiaro. E ancor di più mi appare cristallino leggendo gli articoli raccolti in A futura memoria; Sciascia non parlava mai credendo di aver ragione - e quindi né da un pulpito né da una cattedra - ma prendeva una posizione e prendendola creava contraddizioni, discussione e non solo rumore di fondo.

E cercando di approfondire uno di questi paradossi razionali (difficile, durissimo, come quello dell’effettiva utilità dei pentiti) che mi sono imbattuto nell’articolo di Leonardo Guzzo nel quale, come sempre mi accade con qualsiasi “ragionamento sciasciano”, dal particolare di una discussione aperta si dipana una verità di fondo: “Contro l’assalto delle ondate emotive, delle mode e delle campagne politiche, Sciascia cerca di difendere la purezza e l’equilibrio dell’idea di giustizia, esercitando – a volte fino all’eccesso – il senso critico”.

“Contro l’assalto delle onde emotive”.

I profeti possono cadere, è vero, ma certi sentieri rimangono segnati contro le insidie del tempo e della falsa memoria.