Archive for Settembre, 2010

Zombieland

Posted on Settembre 21st, 2010 in Drowned Words, Sguardi | No Comments »

Ruben Fleischer confeziona con Zombieland uno zombie movie divertente e dal ritmo serrato. La storia è molto semplice e raaconta di quattro sopravvissuti all’apocalisse dei morti viventi loro malgrado costretti a unire le forze: due sorelle truffaldine (Emma Stone e Abigail Breslin), un macho “nato per fare il culo agli zombie” (un Woody Harrelson spassosamente sopra le righe) e un nerd (Jesse Eisenberg) che è la voce narrante e il vero fulcro tematico della pellicola.

Perché Zombieland è l’epopea zombesca nerd: gli elementi costitutivi quali sceneggiatura, montaggio e colonna sonora, sono conditi da citazionismo a carrettate - oltre all’obbligatorio George Romero, persino Kubrick di Arancia Meccanica e Sergio Leone di Per qualche dollaro in più - divenendo tutt’uno col punto di vista del protagonista. In definitiva, un bella prova di coerenza narrativa, elemento di cui di solito i film etichettati come parodia non abbondano, di solito semplici catene di sketch demenziali. Da segnalare anche il cameo di Bill Murray, ghostbuster fatto di THC che acchiappa i fantasmi con l’aspirapolvere.

A questi poco più di 80 minuti di pellicola,  Fleischer vuole dare un seguito, anche se ancora non si conoscono i tempi esatti della lavorazione, date le notizie che vogliono il regista impegnato su più fronti, tra cui le commedie Babe in the woods e 30 minutes or less.

Are you experienced (of death)?

Posted on Settembre 18th, 2010 in Grammofono | No Comments »

Il 18 settembre 1970 al Samarkand Hotel, al 22 di Lansdowne Crescent, Londra, moriva James Marshall Hendrix, il dio della seicorde. Qualcuno potrà giustamente sostenere che di chitarristi fondamentali per la storia della musica ce ne sono stati tanti altri e qualcuno fra questi, forse, anche più estroso o tecnicamente più valido di Jimi. Ma bisogna ammettere che nessuno più di lui s’è fatto traghettatore tra due epoche - dal blues a rock’n'roll, dal buio del 50’s alle speranze dei 60’s - e nessun altro come lui ha saputo entrare nell’immaginario facendosi largo a colpi di chitarra.

Oggi, a quarant’anni dalla sua scomparsa, la morte di Hendrix rimane un mistero. Ufficialmente deceduto per soffocamento dovuto al vomito e intossicazione da tranquillanti, negli ultimi anni s’è fatta sempre più strada l’ipotesi di omicidio e del complotto. Hendrix, per via delle sue sostegno al movimento delle Black Panther, avrebbe attirato l’attenzione del Counter Intelligence Program, il programma antisovversivo dell’FBI che l’avrebbe fatto fuori al pari di altri leaderi neri come Malcom X e Martin Luther King.

Howl

Posted on Settembre 16th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | No Comments »

L’Allen Ginsberg raccontanto Rob Epstein e Jeffrey Friedman - registi e sceneggiatori di Howl (Urlo) - è Il Poeta della beat generation, quello con la “p” maiuscola: pioniere, guida e ispiratore di uno degli ultimi movimenti artistici che hanno lasciato il segno.

La pellicola è un misto tra reading filmico dell’omonimo poema, interviste rilasciate da Ginsberg e verbali del processo per oscenità aperto dopo la pubblicazione dello stesso per la City Lights Bookstore di Lawrence Ferlinghetti. In Howl, Ginsberg cantava l’epopea dei beat, le loro esperienze al limite tra droghe, amore, omosessualità, scrittura, isituti di igiene mentale, provocazioni pubbliche, strada e vita sincopata a ritmo di jazz.

Tra trip animati, ricostruzione storica e racconto appassionato, viene raccontato il Ginsberg prima figlio, poi poeta e infine essere umano libero. Il film può anche essere visto - nelle sequenze del processo per oscenità - come un legal thriller letterario, in cui le arringhe scivolano dalla critica letteraria alla lotta per i diritti civili primari, quali libertà di espressione e di stampa. La maschera profetica di Ginsberg per fortuna non invade troppo il campo, facendosi largo a suon di versi. La celebrazione avviene attraverso le parole e non solo attraverso la biografia. Meno male, il rischio di pisciare fuori dal vaso - e di suonare le trombe d’oro per Allen - era altissimo: per fortuna il duo Epstein & Friedman si tiene alla larga confezionando un film equilibrato.

James Franco fa rivivere sullo schermo il poeta che cantò “le migliori menti” della sua generazione, “che sognavano e aprivano brecce incarnate di Tempo & Spazio tramite immagini giustapposte”. Come giustapposte sono i fotogrammi del film a fotografie, parole e pensieri di un’epoca, quella dello strapotere yankee, che forse oggi aspettiamo alla sua ultima stazione, su un binario morto.

I nuovi amici

Posted on Settembre 15th, 2010 in Drowned Words, From Other Sites | No Comments »

Dario è appena tornato in “Gustosa”, l’azienda di yogurt che l’ha cresciuto come manager e dai cui, anni prima, è fuggito. Ritrova vecchi nemici, nuovi amici e la sua città natale. Il ritorno del protagonista tra le mura e le scrivanie familiari si complica per una serie di omicidi che stroncano le vite di alcuni suoi nemici storici in azienda. Dario verrà risucchiato dal turbinare di sangue — nel doppio ruolo di indagatore e indagato — assieme al commissario Vittone, uno sbirro che contro le aziende cova un personalissimo risentimento.

Giallo canonico, questo di Marco Lombardi, che più tradizionale non si può: l’autore — 46 anni, ex direttore del personale di un’azienda, ora giornalista, critico cinematografico, scrittore e gastronomo — gioca a nascondino col lettore, crea doppi posizionando specchi, prepara colpi di scena. I nuovi amici è un romanzo scritto con una certa grazia e leggerezza, godibile, a cui si possono perdonare sviste di struttura e di scenario tipiche di un non addetto al mistero full time.

[La conclusione su TM]

Esercizi di stile

Posted on Settembre 14th, 2010 in Drowned Words | No Comments »

È scrivendo che si diventa scrittoranti.

* * *

Avevo in programma la lettura degli Esercizi di stile di Raymond Queneau da una quindicina d’anni: da quando il professore di chimica al liceo arrivò in classe e li lesse - random - tra sghignazzi, risate e giubilo collettivo. La più bella lezione di chimica della mia vita, senza ombra di dubbio. Ad anni di distanza, dopo aver fatto un giro completo nel centinaio di variazioni sullo stesso tema che compongono il libro, posso dire che sì, anche quel giorno - e nonostante la deviazione apparente dalla materia prevista dal ministero per quella ora scolastica - ho assistito a una lezione di chimica. Di chimica letteraria perché, com’è noto, Queneau di diverte a smontare il testo e la scena  di partenza (due uomini sulla piattaforma di autobus che hanno un diverbio e l’osservatore che rivede più tardi uno dei due contendenti a colloquio con un amico) in atomi ed elementi di una tavola periodica sintattica che annuncia infinite variazioni.

Scrive Stefano Bartezzaghi, che ne ha curato l’ultima edizione Einaudi del 2008: “Fra tautologia e ripetizione si inscrive la possibilità di una differenza, data dall’invenzione: lo stesso tema non è ripetuto all’infinito da un coro unisono, ma diventa l’occasione di un dispiegamento di voci. La ripetizione («uno dei fiori più odoriferi della retorica», I fiori blu) diventa un’arma contro la tautologia: trasforma il romanzo in una forma musicale, rende il testo oggettivo cancellandone l’autore, assume significati rituali, può impregnare di sé tutti i livelli della composizione letteraria: dal livello del fonema, dove la ripetizione diventa seduzione sonora, al livello della parola, della frase, delle strutture narrative e ideologiche”.

La traduzione di Umberto Eco sta al gioco (gioco nel significato ludico, ma anche come “spazio tra elementi”) e adatta alcune variazioni alla tradizione linguistica e letteraria italiana. Queneau invita anche il lettore sul campo aperto che sono gli Esercizi di stile, non solo a decifrare gli enigmi retorici, ma a continuare lui stesso, su qualsiasi piano (sintattico, semantico, vattelappesca…)

Uno splendido punto di vista sul mondo e un trattato sulla libertà della parola: e dato che la parola è il frutto prediletto (oddio, forse lo era…) che l’uomo ha colto dal giardino della sua evoluzione, anche un trattato sulla libertà dell’uomo. E di questi tempi in cui “libertà” è una parola stuprata, usata e abusata (pensate ai partiti politici: Futuro e Libertà, Sinistra Ecologia e Libertà, Popolo delle Libertà, Scivolailcetriolo e Libertà…), gli Esercizi di stile possono essere una valida medicina all’intorpidimento delle sinapsi. Non chiamateli “Esercizi di Libertà”, però…

Forbici vince carta vince pietra

Posted on Settembre 6th, 2010 in Drowned Words, Fantascienza | No Comments »

Ian McDonald ci porta in pellegrinaggio tra i templi del buddhismo del Daishi assieme a Ethan Ring, in un Giappone cyberpunk diviso tra bande di ribelli akira e agenzie di sicurezza iperorganizzate. Ethan è un grafico che ha visto Dio - o il Male - in dei font (i frattori) che hanno il potere di manipolare, piegare e controllare la volontà di chi li guarda. Un potere enorme e tutto concentrato nelle mani di una sola persona. Mr Ring è un pellegrino sulla via della dannazione.

Forbici vince carta vince pietra è un Faust fantascientifico, pop e stiloso al punto giusto, in cui convivono anime, thriller, spy e anche love story, spalmato su un nastro di carta e inchiostro molto breve. Ironico e ammiccante, lo stile di McDonald ben si allinea con lo scenario, confezionando un romanzo breve -  o racconto lungo, fate voi - pieno zeppo di suggestioni politiche, religiose, estetiche e sociologiche tipiche di quel cyberpunk che ha squassato la scena sci-fi tra 80’s e 90’s. Una buona storia, tutto sommato, con dei picchi notevoli e qualche calo di tensione.

Il personaggio più riuscito è Luka Casipriadin, l’esperta di realtà virtuale che intreccia una storia d’amore con Ethan SuperUomoSuoMalgrado. È suo lo sguardo più lucido sul mondo, come sue sono le battute e le puntate migliori, come questa cartolina spedita a filistei e sacerdoti dell’arte di ogni epoca: “Amo quello che faccio, e amo la ragione per cui lo faccio. Non piegherò la testa infilandola tre volte nella merda davanti all’ideologia del mese. Loro [i suoi colleghi di corso, NdA] si preoccupano o di farsi rivolgere la parola dalla gente giusta o di farsi notare dai tutor giusti; o, se sono tutor, pensano ad andare alle feste giuste, all’integrità del cazzo, all’originalità, all’arte del cazzo”.

La guerra dei simboli

Posted on Settembre 3rd, 2010 in Bassitalia, Rassegna stampa | No Comments »

A Polsi ieri s’è festeggiata la Madonna. Festeggiamenti tristemente noti per la presenza tradizionale dei vertici della ‘ndrangheta. Non è che sono stati tutti là, ma qualcuno - più di qualcuno - era presente. E allora? Via alla guerra dei simboli!

Un giorno da precari

Posted on Settembre 1st, 2010 in Megafono | No Comments »

31 agosto, l’estate volge al termine, le ferie al capolinea, le città tornano a riempirsi e l’aria al mattino comincia a farsi frizzante. È tempo di mercato: mentre quello del baraccone calcio si chiude ufficialmente, è in pieno svolgimento la tratta degli esseri umani che coinvolge il personale precario della scuola pubblica. Si montano i tendoni della fiera: la speranza di lavorare di queste persone è sospesa tra i tagli ai posti e le graduatorie permanenti per le immissioni in ruolo che stabiliscono l’ordine di scelta delle supplenze. I giorni delle nomine sono teatri di guerre fra poveri, immensi carnai dove queste persone sono costrette a sgomitare per un posto e a calpestarsi a vicenda. C’è chi è allatta il bambino, chi chiama i carabinieri, o più spesso l’avvocato, chi sviene, chi si dispera.

I precari della scuola in questi giorni affinano le armi, si preparano, perché quando sarà il momento di scegliere non ci si può far trovare impreparati. È uno studio laborioso, fatto di incrocio di dati e graduatorie, di calcoli e supposizioni, di studio sulle mappe per individuare la posizione degli istituti. Ieri ero in una di queste centrali operative con due insegnati precarie, chine sulle mappe a preparare il loro piano di guerra.

La vita del precario è fatta di continui ribaltamenti di fronte e colpi di scena, come in un romanzo thriller, solo che il più delle volte queste sono storie che non divertono nessuno. Il colpo di scena è stato la pubblicazione della scelta delle sedi degli immessi in ruolo. Risultato: tutto da rifare per le mie amiche precarie, tutto da aggiornare. Mi sono messo in un angolo e le ho osservate e ascoltate. Quello che segue sono le loro parole, raccolte in presa diretta e fissate su un foglio bianco sul mio laptop.

* * *

Bologna, martedì 31 agosto, due giovani insegnati precarie cercano di leggere il proprio destino nelle viscere della burocrazia. Due computer ronzano. L’aria è satura del fumo delle sigarette fumate e delle parole che fluiscono alla stessa velocità dei pensieri.
- Come? Borgo Tossignano?
- IC9? No! Hanno preso le due vacanti di Bazzano, San Pietro in Casale.
- Lo sapevo che la prendeva perché l’anno scorso… Quindi avanzo di un posto perché è una passata nella zerosessanta?
- Minerbio era una vacante.
- Vai col sostegno, vai. Sono in ordine alfabetico.
- Media Cavour. Media Bazzano. Rolandino Pepoli: ce ne sono disponibili due e tutte e due andate via.
- Si trova nella prima pagina.
- Aspetta un attimo scusami. Ci sono pure gli spezzoni. Facciamo una fotocopia.
- No, aspetta che lo scarichiamo e lo stampo da qui.
Parte la stampante, vomita tabelle, nomi e codici. Cibo per le supposizioni.
- Aspetta un secondo. Ruolo? In che data è uscito?
- Boh! A tempo indeterminato primo grado, educazione fisica, italiano, ADM, da pagina dieci a pagina tredici.
- Se l’anno scorso se sono passati quattro di ruolo perché questa è passata terza? Prendi la graduatoria, non è lì? La tipa è assente anche l’anno scorso.
- Ti rendi conto questa qui, che pensava di non essere a ruolo… le è venuto un coccolone.
- Spilla tutto sennò ci imbrogliamo. Ripetiamo quella del sostegno. Segna questa di Bazzano. Stavi dicendo la Rolandino Pepoli due disponibilità, poi ci sono due cattedre disponibili a San Pietro in Casale, Poi c’è…
- Dimmi il nome della scuola. Lusvardi, Monte San Pietro.
- Dov’è Monte San Pietro?
- Nella penultima pagina.
Fine della registrazione in presa diretta.

* * *

Più tardi, vedendomi scioccato da queste scene di panico e dal profluvio di parole e codici, le mie amiche confessano: - E pensa che noi sappiamo di lavorare, in ogni caso. Per noi è solo un problema di sede. Pensa a quanti in questi giorni resteranno tagliati fuori.
- Già, parecchi. Anche gente con più di dieci anni di servizio.

* * *

Seconda serata, quando il minor numero di persone lo può ascoltare, il tubo catodico ci porta in casa le parole di Giacomo Russo, il precario palermitano che dal 18 agosto fa lo sciopero della fame e ha guidato la protesta dalla Sicilia fin sotto Montecitorio. Ieri l’hanno dovuto portare in ospedale, le sue condizioni fisiche sono, manco a dirlo, precarie. Ma non le sue parole, che parlano al cuore e alla mente: “Sono d’accordissimo con le mobilitazioni di massa, figurarsi, ma per i giorni a venire lo sciopero della fame continuerà. L’ho detto: chiedo alla Gelmini un pubblico dibattito sull’efficacia della sua riforma, il ministro deve spiegare agli italiani la bontà dei suoi tagli. Così milioni di genitori comprenderanno quale sciagura si sta abbattendo sulla vita dei propri figli. Noi veniamo da questa scuola pubblica e la difendiamo. Ci riteniamo teste pensanti, quelle che questo Paese non vuole più”.
Il Ministro ancora non ha accettato il confronto.

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Ninna nanna ISTAT: un giovane su quattro è disoccupato.
Buonanotte…

La neve era sporca

Posted on Settembre 1st, 2010 in Drowned Words, From Other Sites | No Comments »

“Sempre neve sporca, tutta quella neve che pare marcita, con tracce nere e incrostazioni di detriti. La polvere bianca che ogni tanto si stacca dalla crosta celeste, a mucchietti, come il calcinaccio da un soffitto, non ce la fa a coprire quel sudiciume”.

Frank Friedmaier è un campione del nichilismo a bassissime temperature. Glaciale e sporco come la neve che dà il titolo al romanzo, è l’anima nera che costringe Georges Simenon a cedere il passo, a perdere il controllo, quasi forzando la prosa geometrica dello scrittore di Liegi ad abbandonarsi al flusso di coscienza. La neve era sporca è il romanzo di de-formazione di Frank, un viaggio claustrofobico che parte dalle strade di una città occupata e continua nell’umore nero che scorre nelle sue vene, fino al salto nel vuoto del finale.

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Il resto della recensione è su Thriller Magazine.
In coda, vi ricordo il bellissimo articolo di John Banville apparso sul Corriere.