Archive for Marzo, 2010

Iron Maiden

Posted on Marzo 27th, 2010 in Rassegna stampa | 5 Comments »

No, non è del gruppo di Steve Harris che si parla, ma di ‘sta qua. Dio mio, quante cazzate…

Le tre sepolture

Posted on Marzo 25th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 4 Comments »

Era da un po’ che il DVD de Le tre sepolture gironzolava per casa, senza che mi decidessi a vederlo. A conti fatti, ne valeva proprio la pena, e resta il rammarico di non avergli dato una sbirciata prima.

Western moderno diretto da Tommy Lee Jones, uscito del 2006, acciuffa a Cannes i premi per la miglior sceneggiatura (Guillermo Arriaga) e migliore attore (lo stesso Jones). Storia di frontiera e amicizia, immigrazione e razzismo, raccontata con ritmi mutevoli - brusche accelerazioni e stupende frenate - pochi virtuosismi di regia, zero fronzoli, e con un uso sapiente dei flashback.

Un po’ di Leone e tanto Peckinpah, senza tuttavia citarli in maniera diretta. Soprattutto nella prima parte, il Texas che si vede è quello malinconico di Lansdale, una provincia americana sommersa dalla polvere, al confine con un altro mondo. Anche qui, come nei romanzi di Joe, tutto il mondo è paese e viene quasi da pensare che se prosciugassimo il Mediterraneo, noialtri potremmo vivere situazioni totalmente simili, compresi anche i landscape.

Bello vedere ambientata in Texas, che nell’immaginario collettivo è l’emblema della segregazione razziale, un’altra prova di forza contro il razzismo. Il nostro immaginario nazionale ci impone invece la padania (la minuscola è d’obbligo) - impegnata in film squinternati e cazzoni su Alberto da Giussano - come la patria dei campioni del razzismo nostrano. Nella mia testa ho sovrapposto le situazioni, i luoghi, le storie e sono giunto alla conclusione che dal Texas giungono canti di ribellione perché è una terra che esiste, dalla padania no, perché è un nonluogo che estende i propri confini dal tubo catodico fino alle tessere elettorali.

Zucchero

Posted on Marzo 23rd, 2010 in Appunti, Scriptorium | 2 Comments »

Questione di punti di vista.

Aggirarsi nel tuo quartiere a mezzogiorno può essere un’esperienza parimenti poetica e infernale. Prendiamo gli odori. Quel profumino di pane appena sfornato, il soffritto che trasuda dalle finestre, o i fumi della carne arrostita che invadono la tromba delle scale possono essere elegie alla quotidianità e al ricongiungimento familiare – piatti fumanti, televisori che gracchiano telegiornali – come pure terribili fetori emanati da prigionieri di se stessi e della propria vita quali genitori scoglionati dal lavoro, figli sfavati dalla scuola, guarniti da pietanze preparate col volantino delle offerte dell’ipermercato.

C’è un momento esatto in cui si può switchare da un punto di vista all’altro. Ed è il momento in cui hai la sensazione di vivere imbottendoti di medicine dal sapore orribile, propinate a furia di zuccherini.

Quando lo zucchero finisce e il farmaco si sparge in bocca come un veleno, l’essere umano riprende il suo sapore di carne andata a male, di bistecca dimenticata da Dio fuori dal frigorifero.

Majorana, Pavolini e l’insetto degli abissi del tempo

Posted on Marzo 17th, 2010 in Racconti, Scriptorium | 9 Comments »

A Simone Conti.
Con stima e stupita ammirazione.

Bandoliers
To fight you, dear […]
Can’t become what I’m not

Them Crooked Vultures

Il carabiniere posò la tanica di nafta accanto alla porta e con la bocca arsa disse: – In questa stanza, Onorevole.
Pavolini mormorò solo un – Grazie. – e seguì il giovane all’interno della sala. Nonostante l’aria sbattuta, aveva in quegli occhi una folle determinazione che atterriva i sottoposti. E questa cosa – perché nasconderlo a se stessi? – gli piaceva da morire.
L’appuntato, posata la tanica, un attimo prima d’irrigidirsi sull’attenti e svignare via: – Il dottor Majorana arriverà tra qualche minuto, la prega di attendere qui.
La sala era enorme e, a parte quella che sembrava una cupola coperta da un telo nero, vuota. L’onorevole non resistette alla curiosità e tirò giù il lenzuolo. Apparve un incrocio tra una vasca da bagno col baldacchino e uno strumento di tortura: aveva al centro una poltrona dotata di casco e una spessa anima di tubi di rame e cavi penzolanti; sul davanti spiccava quello che immaginò essere il motore. Dava l’idea complessiva di un insetto gigante appena spuntato dalle profondità dell’abisso.
Il dottor Majorana lo fece trasalire, piombandogli alle spalle silenzioso come un animale notturno. Non gli riservò nessun onore, nessuna parata e nemmeno un saluto. Puntò dritto alla tanica, l’aprì e ne annusò il contenuto. Poi sbottò in una fragorosa risata – Avrei dovuto immaginarlo!
– Cosa immaginava, di grazia, camerata?
– Ogni volta che chiedo del “carburante” arriva quello sbagliato. – L’odore di nafta s’era sparso per la stanza. – Questa macchina non va a idrocarburi, va a vapore.
Majorana aprì il davanti della macchina e quello che all’onorevole era parso un roboante motore a scoppio apparve in tutta la sua inequivocabile guisa di caldaia. – Quello che volevo era acqua, solo venti litri di misera acqua. – Continuò divertito – Lei intanto si accomodi, Onorevole. Prenda confidenza col mezzo. Io provvederò a farlo partire. – Poi sparì dietro la porta continuando a ghignare.
Pavolini prese posto sulla macchina, mentendo a se stesso e a alle sue sensazioni: quella cosa lo spaventava a morte.
Dio santo, pensò, una macchina del tempo. E io ci sono sopra.

– Pronto a partire?
– Pronto. – Majorana gli aveva messo in testa il casco e poi s’era dedicato ad attizzare il carbone.
– Sicuro? Ancora posso arrestarla. Tra un minuto il processo sarà irreversibile.
– Proceda pure, camerata.
Così tra scoppi e gorgoglii infernali, Pavolini si ritrovò a occhi chiusi, viaggiando in una galleria dai colori cangianti, cavalcando un misto di eccitazione e terrore che non provava da quando aveva smesso di mulinare personalmente il manganello.
Majorana si accomodò su una poltrona, accese una sigaretta e iniziò a scarabocchiare appunti sul pacchetto. Neanche il tempo di finirla, che Pavolini riaprì gli occhi e balzò fuori dalla macchina, strappando i cavi del casco. Ansimava madido di sudore. Aveva stampato in faccia un sorriso sardonico.

– Ebbene, cosa ha visto? – chiese lo scienziato alzandosi dalla poltrona, continuando a fumare tranquillo la sua sigaretta.
– Ho visto cose davvero meravigliose. Altre, decisamente terribili, le ho dedotte. Ma c’è di che stare tranquilli. Credo di essere arrivato dal ’34 fino al 2010, o giù di lì.
– E allora?
– Forse meneremo di meno i bastoni per aria, anche se non è detto. Non sono arrivato così in fondo da escluderlo del tutto.
Majorana schiacciò la sigaretta sul pavimento, poi si alzò e andò verso Pavolini. Non gli tese la mano. Rimase lì in piedi a fissarlo, dall’alto in basso.
L’Onorevole deglutì un grumo di saliva e disse: – In buona sostanza, non cambierà niente.

James Ellroy

Posted on Marzo 15th, 2010 in From Other Sites | 3 Comments »

Corpo, sangue, inchiostro e marketing.

BB King: Broadband Barak, ovvero Obama Cyberpunk

Posted on Marzo 15th, 2010 in Appunti, Rassegna stampa, Scriptorium | 2 Comments »

Mado’ - ho pensato - sembra un prequel di un romanzo di Gibson.

Questa potrebbe essere una storia ambientata in un west polveroso, talmente polveroso da aver seppellito ferrovia e telegrafo, e poi autostrada e telefono, televisione e tv via cavo. Una nuova frontiera psichica estesa a 360°, senza punti cardinali. Ci sono buoni, brutti e cattivi, corporazioni, lobby e una battaglia che potrebbe durare anni.

Non ho né le competenze, né il senso della misura, ma sento odore di futuro.

Jimi Hendrix, from Valleys Of Neptune

Posted on Marzo 9th, 2010 in Appunti, Drowned Words, Grammofono | 2 Comments »

A quarant’anni di distanza dalla sua morte, Jimi Hendrix torna a viaggiare sui nostri nervi acustici con Valleys of Neptune, un nuovo album composto da 60 minuti di registrazioni non del tutto sconosciute ai fedeli del culto del Dio della Seicorde, ma mai utilizzate completamente.

Raschiamento del barile chiamato James Marshall Hendrix o una celebrazione?

In definitiva, dalle Valli di Nettuno provengono note che non aggiungono niente a quanto già s’apprezzava del divin Hendrix - una fenomenale miscela di rock, blues e “fughe” psichedeliche - e che non sono il suo testamento (che testamento avrebbe potuto scrivere un ragazzo scivolato via senza aver compiuto neanche 28 anni?) ma semmai l’ennesima riconferma di un fatto chiaro come un calcio in culo: Jimi era anni luce davanti tutti.

Scoperte dell’acqua calda a parte, la sensazione strana è che in un periodo di paralizzante compresenza di epoche - sogniamo in continuazione con gli occhi rigirati nell’orbita, a guardare indietro, producendo finanche  incubi di totalitarismi riverniciati di modernissima democrazia - sentire la voce di un uomo che era palesemente avanti nel tempo crea uno strappo al tessuto del presente. Come se certe soluzioni armoniche che al tramonto di quei 60’s la stessa band di Jimi, seppur experienced, faceva fatica a seguire, riuscissero a creare il paradosso di un futuro remoto.

E dico questo fuori ogni logica dettata dalle tendenze musicali, descrivendola come un’idea suggerita che diventa sensazione e percezione reale.

Vi lascio col testo di Valleys of Neptune, uno psycho sci-fi rock gospel:

I feel the ocean swaying me
Washing away all my pains.
See where I was wounded,
Remember the scar?
Now you can’t see a thing
And I feel no pain

Singing about the Valley of Sunsets
Green and blue… Canyons too
Singing about Atlantis love songs.
The Valleys of Neptune is arising.

Mercury liquid… Emerald’s shining
Telling me where I came from
Honey Sun… Pourquise Bed he
Lays in… on the Burning
Edge Horizon.

I’m sailing on the Bluebird’s mission…
Bubble and curls and tiptoes in the foam
See the wind make love to all
The ocean… Joy spread and
The massage got home

Singing about the Valley of Sunsets…
Purple and gold… the Armies of the Lord
Before ancient Egypt, there were moon trips…
The Valleys of Neptune is arising

Look out East coast, but you’re
Gonna have a neighbor,
A rebirth land…
The praying Burning Sands.

We know there were worlds
So much older…
And they shall rise, and
Tell us much more the truth of man

I see visions of sleeping peaks
Erupting…
Releasing all hell that
Will shake the Earth from end to end
And this ain’t bad news, good news,
Or any news… it’s just the truth,
Better save your souls while
You can

Singing about the New Valleys
Of the Sunrise… Rainbow clean,
The world is gonna be…
Singing about getting ready for the new tide…
The Valleys of Neptune is arising.

Stanley Kubrick e l’establishment

Posted on Marzo 5th, 2010 in Emersioni, Megafono | No Comments »

Intervistato da Michel Ciment negli early 80’s su Arancia Meccanica (intervista riproposta parzialmente in coda al volume dell’edizione einaudiana dell’omonimo romanzo di Anthony Burgess), Stanley Kubrick afferma:

“Penso che l’establishment vada tenuto sotto controllo, e che dobbiamo tenerci pronti a lottare contro di esso. Ma non nutro certo l’impressione utopica che, distruggendo le istituzioni sociali, emergerebbe nell’uomo la sua bontà originaria. Uno dei problemi sociali da risolvere oggigiorno (ieri-giorno come domani-giorno, NdBHS) è in quale modo chi detiene l’autorità possa mantenerla senza diventare repressivo; come ridare alle persone fiducia nelle leggi e nella politica in quanto soluzioni possibili ai problemi sociali”.

Ammetto che rispolverare e bearsi delle parole del mostro sacro è facile e forse vigliacco, ma in tempi bui ogni fonte di luce è un mezzo sole.

Ora pensiamo al nostro, di establishment: controllo prossimo a zero, possibilità di lotta soffocate, repressione dolce e fiducia nella politica e nelle leggi in piena evaporazione a causa di aderenza pressoché esatta con la Personalità di un unico attore/agente.

C’è di che stare allegri.

Ma cerchiamo di ragionare, e di non piangere i soliti proclama funebri e di sventura che, l’abbiamo capito, non portano a un emerito cazzo.

Arancia meccanica - libro e film alla stessa maniera - anticiparono la deriva thatcheriana d’Albione e qui, in cerca di via d’uscita da una situazione a dir poco soffocante, la domanda nasce lubrianamente spontanea: come fece la Lady di ferro ad arrugginirsi e a farsi da parte?  Introducendo la cosiddetta pool tax, calcolata in base a ogni singolo cranio del Regno Unito. Scelta impopolare. Da lì sciopero fiscale di massa, emarginazione da parte del suo partito e tanti saluti.

Credete sia possibile oggi una cosa del genere nella nostra terra desolata?

I movimenti di massa sono belli che rincoglioniti, ma le spallate degli alleati continuano ad avere un loro peso. Triste, triste, scenario.

Credo proprio di non aver ancora risolto il cortocircuito che si annida tra le mie sinapsi.

Un filo

Posted on Marzo 3rd, 2010 in Appunti, Emersioni, Grammofono | 2 Comments »

Durante il mio percorso dissestato di lettore, qualche volta mi capita di agguantare qualche filo che finisco per seguire nella macro-matassa letteraria. Ce n’è di piccoli e trasversali a diversi luoghi espressivi, altri scoperti dopo averne percorso, a mia insaputa,  già un bel pezzo, altri ancora suggeriti, alcuni agganciando un libro a un altro, come accade tirando fuori dal cesto le ciliegie, e infine non c’è il filo, ma una cima; e cioè quando hai l’impressione di aver pescato un pesce talmente grosso che non sai se riuscirai a tirarlo in barca.

Stronzate da “vecchi e il mare” a parte, ho acchiappato un filo veramente chilometrico: narrativa e musica. Ultimamente me la ritrovo sempre tra le orecchie e gli occhi, la musica; tra gli ultimi rintocchi della campana: ho ripreso fra le mani In fondo al nero, una vecchia antologia Urania curata da Gianfranco Nerozzi, ho comprato dopo anni di esitazione Metallo Urlante di Valerio Evangelisti e Arancia Meccanica di Anthony Burgess, incuriosito anche dal passato di compositore dell’autore. E poi, in questo momento, ho giusto piantati tra udito e vari strati di corteccia i blues di Hugues Pagan. Nell’ultimo anno ho pure seguito le fughe musicali di Nick Chianese, impegnato a suonare la batteria con in mano la penna mia e Sir John Van Matthews, giusto mentre pizzicavo Phil Dick a suonare la musica del dopobomba assieme a Kim Gordon.

Forse un’ossessione latente, più che un semplice percorso di lettura-ascolto, più o meno programmato.

Intuisco un legame indissolubile, che non sta solo nella condivisione del mezzo “parola”, ma fonda la sua peculiarità sull’arte di raccontare storie, affabulare, colpire, stordire e spingere al ragionamento, all’associazione e alla creazione di idee.