Archive for Febbraio, 2010

Avatar, una riflessione a media cottura

Posted on Febbraio 25th, 2010 in Drowned Words, Sguardi | 4 Comments »

Per evitare di sparare cazzate, ho aspettato a dire la mia su Avatar, cercando di mondarmi da ogni pregiudizio. Ora, sul film di James Cameron se ne sono dette e scritte di cotte e di crude. I giudizi più frequenti sono: spettacolare, ma la storia è una boiata; è una puttanata pazzesca; è il capolavoro del secolo. Anche Eugenio Scalfari, su L’Espresso, gli ha decidato una puntata della sua rubrica uscendosene con un giudizio che suona più o meno così: - L’ho visto, è spettacolare, i contenuti ci sono (spirituali, sociali, ecologisti), ma io sono un po’ anziano per ’ste cose ipermoderne.

Hum, tutte opinioni ugualmente condivisibili o palesemente smontabili. Il plot è semplice ma non è una cazzata totale, i contenuti ci sono ma di certo non sono rivoluzionari, la tecnica, beh, non è il 3D l’innovazione più shoccante, ma la computer grafica. Alla fine della fiera, la visione più lucida ce l’ho a portata di mano, ed è quello dell’amico Sir sullo Strano Attrattore. Come pure l’interrogativo più stimolante è quello di Iguana Jo: “Ma Avatar piace così tanto perché è tecnicamente perfetto o perché è così rassicurante?”

Tecnicamente perfetto, alla fine non lo è. E scritto e diretto con precisione, ma alcune scelte sono quantomeno discutibili (certi altri personaggi tagliati con l’accetta e qualche altra pulce…). Consolatorio? Sì, decisamente. Ma tutti i colossal lo sono, e ho smesso di scandalizzarmi per questo almeno una quindicina di anni fa, quando ero un adolescente in piena lotta col mondo.

Può cambiare la percezione del genere fantascientifico, regalargli una nuova giovinezza e portarsi a traino anche la letteratura che langue negli scaffali delle patrie librerie? Non penso, perché il nodo sta tutto qua: la fantascienza in Avatar è un registro, un canone, nulla di più, nulla di meno. Cameron ha tirato su un ottimo colossal - di fantascienza - ma pur sempre un colossal. E’ così che si dovrebbe guardare a questa pellicola, credo. Almeno per non perdersi in terre limitrofe, ma fuori giurisdizione.

Cocktail d’amore: politica e ‘ndrangheta

Posted on Febbraio 24th, 2010 in From Other Sites, Megafono | 2 Comments »

Lo sapevamo, eccome. Il vero scandalo è che, di grazia, ogni giorno che Dio manda in terra ce ne fottiamo. Il polverone di questi giorni - come sempre inquadrato con lucidità da Giuseppe D’Avanzo - mi ha fatto tornare in mente Ragù di capra, fulminate romanzo di Gianfrancesco Turano, in cui il protagonista, Stefano Airaghi, tenta strani giri di soldi e prova ad applicare la ferrea mentalità imprenditoriale alla ‘ndrangheta. Oggi, a conti fatti, le cose si sono invertite: sono le ‘ndrine a fare da metronomo all’economia. Anche l’assioma di Giovanni Falcone, secondo cui le mafie sono organizzazioni parallele e parassite allo Stato, pare essere mutato. Con inquietudine mi chiedo, evitando di darmi una risposta: le mafie sono lo Stato? Deriva populista, qualunquista, menefreghista o visione concreta di uno spettro ricoperto d’un lenzuolo di soldi, assegni ed estratti conto?

La Grande B.

Posted on Febbraio 23rd, 2010 in Fantascienza, Racconti, Scriptorium | 6 Comments »

Senza retorica e senza morale bucata, questo racconto è per tutte le donne - di qualsiasi nazionalità e condizione - che nella nostra Italietta da basso avanspettacolo vedono ogni giorno calpestate le conquiste e le lotte degli anni passati e, al passare di ogni secondo, vengono private di interi pezzi di futuro. L’immagine è di Francesca Dattilo.

Addio belle spiagge, sogni vacanzieri, resort, impianti turistici, ecomostri e catapecchie abusive, tanti saluti a interi paesi e città: la Grande Barriera Adriatica aveva calpestato tutto un mondo costiero andato in malora già ai tempi della V Guerra Balcanica, quando l’emergenza profughi e rifugiati raggiunse il suo picco storico. L’avevano tirata su nel tempo record di dieci anni. Alla stessa velocità era mutato il mestiere dello scafista, adattandosi ai tempi. Niente più barconi pieni di gente, carrette del mare, scontri con la guardia costiera, annegamenti di massa. Il business della tratta di esseri umani viaggiava su scafi dalla capienza massima di sei, sette persone, progettati per dissolversi – alla lettera – entro un giorno dall’arrivo. Biotecnologie applicate alla nautica o impiego di materiali scarsi, fate voi.

Greta vide per la prima volta la Grande B. un mattino in cui il mare era calmo e docile come le sue speranze. La muraglia correva da Caorle a Siderno per più di millequattrocento chilometri, ma vista dal suo modulo nautico monoposto, il cemento di cui era fatta pareva trasparente: oltre, c’era la sua nuova vita. Alle sue spalle, l’Albania e la disperazione della XIII Guerra. Dall’altra parte della Barriera, l’ing. Marco Di Lena, un manager alto e secco, appena cinquantenne e dall’aria tranquilla, stava cuocendo la sua pelata al sole di mezza estate.
Aspettava Greta.
Già la immaginava stesa sul letto, sua moglie che le accarezzava con affetto una guancia e i due figli gemelli, suoi coetanei, che sorridevano con gli occhi lucidi di gioia. E poi c’era lui, che diceva: – Non ti preoccupare, piccola, sei a casa.
Ah, Greta, Greta, Greta…
E poi ancora, sempre più premuroso: – Questo è il tuo letto, bambina mia. Dormirai al caldo d’inverno e al fresco dell’aria condizionata d’estate. Com’era quella pubblicità? “Con i nostri condizionatori la vostra città cambia provincia, da Roma, Milano o Palermo diventa Copenaghen!”
Potresti restare con noi per tutta la vita.

A Greta avevano detto: – Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro che comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva. Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.

Chiuse gli occhi e sfidò i suggerimenti dello scafista abbandonandosi alla deriva di un sogno lucido, sotto la pioggia battente di desideri e speranze.
Dormire una notte senza il sibilare di bombe e proiettili, mangiare qualcosa che non piova dal cielo in quei cazzo di cassettoni dell’Onu, ma che sia già in casa, senza per questo dover litigare con tuo padre che, accecato dalla fame, durante quelle piogge di cibo in periodo di siccità, si dimentica di avere sei figli, fa a pugni coi vicini, prende la roba e se la va a sbafare sulle colline, sparendo per una settimana intera. E ancora: un lavoro onesto, una casa, una macchina e delle amiche. Poi avere un ragazzo, chissà, anzi dieci, cento ragazzi, e poi un compagno, uno solo per tutta la vita.

Scapperà di sicuro, la troietta. Prima o poi, si stancherà della casa, del condizionatore e, soprattutto, della famiglia. Dieci anni sarebbero un tempo sufficiente da “ospite” in casa Di Lena.
L’arco di tempo esatto in cui qualsiasi speranza andrebbe a farsi fottere. Con lo scorrere dei mesi, i sogni da lucidi si cristallizzerebbero in terra arsa, per poi svanire in un nugolo di polvere. Due lustri in cui Greta sarebbe diventata il chihuahua della signora Di Lena e la bambola di carne di suo marito e dei due gemelli.
Poi sarebbe finita in mezzo alla strada, sul marciapiede o sul ciglio di tangenziali sospese sul vuoto, aggrappata solo ai guardrail della disperazione e dello spirito di sopravvivenza.
Dulcis in fundo, l’unica maniera di scappare dai propri sfruttatori sarebbe stata ucciderli o essere comprata da altri, con la speranza di trovarne di più clementi. Magari prendere uno dei pochi treni disponibili per lasciare la fogna del
kipple, quello che portava alla BBF Spa, Bio-Beauty Farm, società che controllava i più grossi centri benessere del Belpaese, parte di una holding controllata dai soliti noti al governo della Repubblica. Centri di ristrutturazione totale, comprendenti tutta una serie di servizi che andavano dal pompino al refresh genetico delle cellule invecchiate.
L’ingegner Di Lena pensò che per Greta, in fondo, tutto questo non sarebbe stato poi così tanto male.
Un lavoro e tutti gli uomini del mondo. Cos’avrebbe potuto desiderare di meglio? E nel pensarlo ebbe un’erezione.

Quando Greta riaprì gli occhi, era a qualche centinaio di metri dalla Grande Barriera, poteva sentire le urla dei “pescatori”, impiegati nel mestiere infame di pescare esseri umani e non pesci.
Era il momento di premere il pulsante d’arresto, come aveva detto lo scafista.
– Quando la vedi, quando vedi il grigio del muro comincia a diventare più scuro, premi il pulsante d’arresto: il motore rallenta e poi si spegne in automatico, consegnandoti alla deriva.
Ma l’uomo di merda s’era dimenticato di spiegarle dove fosse.
– Non farlo, e sarai l’ennesima stronza che si è addormentata ancora intera e si è svegliata in forma di marmellata il mattino dopo, spalmata sulla Grande B.
Era sotto il sedile, il pulsante. Se ne accorse quando già era a pochi istanti dall’impatto.
Dì la del muro del sogno, c’era la verità: l’ingegnere - che poi concluse quella giornata con una quasi insolazione e un buco nell’acqua: niente più bambolina, gliela avevano consegnata tutta manomessa e sanguinante, inservibile - l’aveva comprata in Rete, al mercato elettronico degli uomini-pesci, come miglior offerente, munito di partita I.V.A. e regolare licenza di Privato Soccorritore.
Greta non si sarebbe mai liberata del sibilo delle bombe, neanche oltre la cortina di cemento della Grande B., nel comodo letto dell’ing. Marco di Lena.

In fondo alla palude

Posted on Febbraio 19th, 2010 in Drowned Words | 2 Comments »

Per me, Joe R. Lansdale è come un vino buono e gustoso: ogni tanto me ne viene voglia e ne stappo una bottiglia. Evito di prendermi delle sbronze, sia mai che me ne stanchi e che mi lasci qualche brutto ricordo di indigestione. Ogni tanto ne stappo una bottiglia e non ne resto mai deluso: questa è la tiritera che predico sempre per gli autori che amo di più. Giuro, è così: la buona letteratura è qualcosa di molto simile a un caldo senso d’ebbrezza, forse per l’intensità delle emozioni o forse perché sotto sotto covo la tendenza all’alcolismo.

L’ultimo “incontro” con l’illustre texano l’ho avuto questa estate, leggendo La sottile linea scura. In fondo alla palude ci sono gli stessi temi e quasi gli stessi personaggi: atmosfere southern d’annata, ragazzini alle prese con la morte e un razzismo che credevamo estinto e che invece ancora imperversa a tutte le latitudini geografiche e longitudini temporali.

(Anche se ritengo la “linea scura” migliore)La domanda è: come fa Joe a scrivere praticamente due romanzi gemelli e a non scazzare il colpo?

La risposta che mi sono dato è che Lansdale conosce profondamente la magia della parola e del racconto, ed è così bravo nel suo mestiere (o forse sarebbe meglio dire che è un così eccelso mestierante) che ti può raccontare la stessa storia duecento volte, magari con delle piccole variazioni sul tema e non annoiarti mai, senza neanche farti balenare in testa l’idea che si stia riciclando da solo.

Ma è solo maestria? Non credo.

Lo scorso 4 febbraio ho visto James Ellroy presentare a Bologna il suo ultimo romanzo Il sangue è randagio (ne parlerò approfonditamente più avanti). Il grand master del noir contemporaneo - nel mezzo del suo show variegato - s’è dichiarato convinto che ogni scrittore ha dei temi o delle ossessioni a cui non può sfuggire e che, prima o poi, bisogna lasciar fluire tutto all’esterno.

Allora mi viene da pensare che il Texas scivolato “in fondo alla palude” sia più di un semplice argomento per il vecchio Joe, ma un nodo tematico pieno di sfumature e contraddizioni vissute sulla propria pelle, di quegli incroci che raccontano molto di più di una semplice storia personale.

Con questi romanzi Lansdale ci racconta la corsa entropica dell’uomo verso la polvere, un essere diviso tra ragione e istinto, e fortemente intriso nelle devianze dell’uno e dell’altro.

Next-Station Webzine #1

Posted on Febbraio 18th, 2010 in Connettivismo, From Other Sites | 3 Comments »

Finalmente online il primo numero ufficiale del magazine di Next-Station. Le linee guida sono tutte in queste tre righe di editoriale: “Gettare uno sguardo critico sul panorama del fantastico e dei generi limitrofi, sfondando le barriere e anzi investigando con cura particolare proprio i loro margini di sovrapposizione e compenetrazione”.

Complimentoni a Mr. Marco Moschini, autore della copertina, di cui vedo finalmente la versione definitiva e un grande grazie a tutta la redazione di NS.

Neural Remote Junction

Posted on Febbraio 15th, 2010 in Fantascienza, Gallery, Racconti, Scriptorium | 6 Comments »

Sembra passato un secolo dal giorno del giuramento di questo governo al Quirinale, o forse è passato davvero e non ce ne siamo accorti. Ventitré neoministri schierati davanti alle celle NRJ, Neural Remote Junction, simili a certe macchine per la Tac ancora in uso una cinquantina di anni fa, bersagliati dai flash delle unità reporter delle agenzie stampa.

Ministro delle Attività di Rete e Comunicazione. Io ero uno di loro. A venti celle di distanza dal Presidente del Consiglio, facevo la mia parte e assistevo con orgoglio allo spettacolo che avevo imbastito. L’idea di rendere pubblico il processo di connessione remota al Primo Ministro era stata mia. Neanche un grande colpo di genio, a dire il vero. Da qualche mese lo Stato era scosso – oddio, scosso è una parola grossa – diciamo infastidito dalle proteste insistenti di Democrazia Digitale, una frangia radicale dell’opposizione che, con le solite insinuazioni su dittatura, controllo delle masse e crisi finanziaria, cominciava a far un certa presa sul popolino.

Stronzate.

La verità era che il Presidente era sempre meno sopportato, anche dai suoi fedelissimi. Una personalità talmente espansa, da avere la sensazione di soffocare al solo passaggio della sua figura tra gli scranni del Parlamento. Serviva un rimpasto, e anche in fretta, come altrettanto urgente era una pubblica dimostrazione di forza.

Durante l’ultimo gabinetto del nascente Governo c’eravamo detti: Cosa c’è di così scandaloso a essere messo in Rete col proprio Superiore? Condividerne i progetti fin dentro il più piccolo neurone, diventarne parte? E allora beccatevelo in diretta questo misterioso rito massonico di cui andate farneticando. Sono più di centocinquanta anni che in Europa la merda si nasconde alla luce del sole.

Il primo a entrare fu il Presidente del Consiglio. I miei colleghi avevano invece insistito per fare il contrario, che fosse proprio lui l’ultimo a entrare. Coglioni. Il messaggio è sottile quanto importante: il leader è lui, siamo noi a seguirlo. È lui che guida, prima noi – è per questo che condividiamo pubblicamente le nostre cortecce, no? – e di conseguenza tutto il Paese.

Sono un maledetto genio, vero? Macché, questa è accademia, nient’altro che accademia e storia trita e ritrita.

Io fui l’ultimo a entrare. Volevo controllare che tutto filasse liscio sull’olio dei flash delle unità reporter. Poi fu il turno del Presidente della Repubblica, con un discorso in neuro-conferenza dal moratorium della Capitale dal quale espletava ancora le sue funzioni.

C’eravamo quasi. Ero stanco morto, da una settimana ormai lavoravo a quel circo del cazzo. Per svegliarmi dovetti ordinare al Pannello di Controllo Organico di rilasciare nel mio sistema nervoso un po’ di anfetamine ad azione immediata. In parecchi erano delle farmacie ambulanti, pronti ad auto-sintetizzare quanto bisognava al sistema corpo-mente. Ovvio che la sintesi di molecole endogene a scopo curativo era controllato e autorizzato, atomo per atomo, dal controllo rete-indotto del Ministero della Salute.

Ecco perché avevo una cara, vecchia ipodermica pronta a scivolarmi in mano dalla manica destra. Ci sono sostanze che il mio collega deputato al controllo e alla salvaguardia della salute non approverebbe, benché sia uno che in merito all’uso di ogni tipo di merda psicotropa non sia certo un bacchettone.

La prosopopea del Presidente della Repubblica era appena finita. Qualche istante e saremmo stati, per qualche secondo una sconfinata rete autostradale di dendriti, fibre mieliniche e neuroni.

Un’unica mente.

Ecco perché nella mia siringa c’era una neurotossina. Mi chiedevo se sarei morto assieme a loro. Non morii, questo è evidente, ma la frittata la feci bella grossa. Il Presidente, beh, era da un po’ che aveva frantumato i coglioni anche a me.

Il montaggio è di Francesca Dattilo. Merci!