Cattivi tenenti
Posted on Ottobre 2nd, 2009 in Drowned Words, Sguardi |
Li ho visti entrambi, su grande schermo e a sequenza temporale invertita, prima Herzog/Cage e poi Ferrara/Keitel, sospendendo il giudizio sul remake in attesa di vedere l’originale. Beh, è di dominio pubblico: i due film in comune hanno solo il soggetto - due tenenti della polizia di dubbia moralità a confronto col disastro crescente delle loro vite - per il resto, zero, nada de nada.
A chi, come me fino a pochi giorni fa, non aveva visto nessuno dei due, e a chi ne ha visto uno solo consiglio di vederli tutti e due. Werner Herzog non è ancora da buttare e la pellicola di Abel Ferrara è un capolavoro.
A distinguerli non è solo un giudizio di gradimento complessivo, ma la scelta di soluzioni di sceneggiatura e di regia che pongono i film su piani differenti. La perfetta interpretazione di una psicosi religiosa di Keitel non fa neanche capolino nella prova di Cage, alle prese con un personaggio quasi caricaturale, che entra ed esce da suo mondo allucinato e allucinatorio quasi senza soluzione di continuità. La droga, nello script di Ferrara, ha più la funzione di accumulatore/amplificatore dei conflitti interni/esterni del protagonista.
Si è tentati di pensare che i film siano complementari: Herzog sembra fare più attenzione allo sfondo (Lousiana post-Katrina) di quanto non faccia Ferrara (New Jersey a cavallo tra 80’s e 90’s), viceversa, il resista di New York ha una maggiore cura dell’impatto del fotogramma sullo spettatore, facendone un uso piratesco e dissacrante.
Ma la sensazione di complementarietà è una falsa impressione. In questo caso due cose costituite da legami molecolari e fondanti diversi non possono legarsi in nessuna maniera, con buona pace del magnetismo.
Alla fine, i Cattivi tenenti mi danno da pensare sul riciclaggio di soggetti. Nell’epoca in cui i remake si susseguono senza sosta, sintomo di una stasi dell’inventiva cinematografica, opere come quella di Herzog hanno una loro dignità. Esercizi di stile o interessanti variazioni da commedia dell’arte?







One Response
[...] Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans. Finto remake del discusso capolavoro di Abel Ferrara del 1992, girato da Werner Herzog. In realtà il cattivo tenente interpretato da Nicolas Cage (mai così convincente negli ultimi tempi) ha davvero poco da spartire con l’originale di Harvey Keitel, se si esclude un debole per la cocaina e per i soldi facili che lo porta a mettersi sempre più nei guai. Per il resto, le loro storie seguono parabole nettamente divergenti: il cattivo tenente Keitel, assalito da una crisi mistica dopo lo scabroso episodio di una violenza ai danni di una suora, viene da questa convinto della necessità del perdono e riesce infine a resistere alla propria disperata sete di vendetta (riflesso di una vita immorale, dominata da un abbandono animalesco al vizio), per abbracciare l’insegnamento della donna e cercare un’impossibile redenzione, suggellata dagli spari che mettono fine al film; il cattivo tenente Cage/McDonagh, al contrario, ha molti più elementi di contatto con L’infernale Quinlan di Orson Welles, corrotto, prepotente, disposto a tutto per incastrare i colpevoli di una strage compiuta nell’ambito di un regolamento di conti tra spacciatori, ma la sua sorte capovolge i destini tanto del prototipo newyorchese quanto del capitano Quinlan, in un’insperata quanto delirante redenzione finale sottolineata dallo stato di pace trasognata di un acquario. La scelta di Herzog di trasporre l’ultima chiamata del suo cattivo tenente a New Orleans, ancora segnata dal passaggio di Katrina, contribuisce a regalare alla pellicola un ulteriore elemento di interesse nell’atmosfera umida e avvolgente del Sud. Un paio di parentesi visionarie spezzano il ritmo lento della trama poliziesca e iniettano una dose di delirio lisergico che sembra voler quasi sostituire un panteismo molto pagano, con tracce di misticismo voodoo, alla morale cristiana che pervadeva il Bad Lieutenant di Ferrara. Sussulti di personalità che rendono quest’opera degna di considerazione quanto l’originale. [Il compagno Fazarov non è del tutto d'accordo con me: la sua recensione è su Drowned Word.] [...]