Archive for Agosto, 2009

Musiche del Dopobomba

Posted on Agosto 26th, 2009 in Emersioni, Fantascienza, Grammofono | 6 Comments »

Evito sempre di prendere delle sbronze con i vini migliori, ne sprecherei ogni goccia bevuta in eccedenza. Allo stesso modo faccio con gli autori eccezionali, evitando di bermeli tutti d’un fiato. Di cotte ne ho avute parecchie: Ellroy, Hammett, Lansdale, Leonard, King, Ballard, Sciascia, Burroughs, Dick… Tutta gente che ha scritto parecchio e della quale - per fortuna - non ho letto per intero la produzione. Così, quando mi viene voglia di un autore “d’annata” scendo in cantina e mi stappo un bel libro. Direte voi, anche leggendoli tutti di fila, ci si può sempre fare una ripassatina. Giusto. Ma il tempo è quello che è, sto invecchiando e comincio a essere vittima di strane malinconie.

Ed eccomi qua, a consacrare un’altra settimana di vacanza al vecchio Phil Dick, con la lettura quasi contemporanea delle Cronache del dopobomba e della biografia di Emmanuel Carrère (ancora in itinere). Che dire di questo amabile barbuto? Che magari era uno scrittore che formalmente non faceva cantare la sua penna ma che ha “solo” costruito un immaginario nel quale sguazziamo quotidianamente, come i personaggi dei suoi libri, quasi senza rendersene conto. Il fatto poi che negli ultimi tempi immaginario e realtà tendano a confondersi e a completarsi, certo non è l’ennesimo requiem alla fantascienza, ma - ne sono convinto - la conferma della genialità di un autore come Philip K. Dick.

Dopo aver letto le Cronache, ho avuto la netta sensazione che le bombe non hanno mai smesso di cadere, ma solo di fare rumore. Ordigni psichici per devastazioni su larga scala. Radiazioni di paranoia che hanno imparato, oltre a mutare la vita delle persone, a mutare se stesse, come un virus.  Ecco perché nell’epoca in cui tutto (e niente) è urlo, rumore ed esplosione, le bombe (di ogni tipo) hanno la capacità di cadere in silenzio.

Di tutti i personaggi del romanzo, quello a cui mi sono affezionato di più è Walt Dangerfield, pioniere spaziale mandato a colonizzare Marte assieme alla moglie. Rimasto in orbita attorno alla Terra dopo un’improvvisa devastazione atomica planetaria, diventa suo malgrado una via di mezzo tra un dj e la voce consolatoria di Dio. Walt intrattiene i superstiti che lottano per riorganizzare una società civile leggendo romanzi, proponendo musica dal suo enorme archivio e soprattutto immolandosi all’occhio dello spettatore (forse sarebbe meglio dire all’orecchio dell’ascoltatore, ma la sovrapposizione con l’attualità mediatica  provoca delle interferenze), in un’eucarestia in cui la transustanziazione della nuova divinità avviene via etere.

Ora, immaginate quest’uomo in orbita attorno a una terra devastata dalle bombe H. La moglie, con lui nello spazio, s’è suicidata ed è solo - anzi, di più - è un monumento vivente alla solitudine. Ed è in fin di vita, un male (o forse la pazzia) lo sta divorando poco a poco. Un dio al crepuscolo, pronto a essere sacrificato.

Walking Dead 2: Il lungo cammino

Posted on Agosto 12th, 2009 in Emersioni | 2 Comments »

C’ho messo un po’ a procurarmi il secondo volume della zombi saga orchestrata da Robert Kirkman, ma alla fine ce l’ho fatta, Dio benedica le ristampe!

Il lungo cammino presenta una novità più che palese: la serie ha cambiato disegnatore. Diciamo addio a Tony Moore e diamo il benvenuto a Charlie Adlard. Non saprei dire chi dei due preferisca, ma questo è del tutto secondario, non solo perché si tratta di una mia opinione, ma anche perché la forza di The Walking Dead è la storia. E non me ne vogliano i fumettari più incalliti, se dico che la narrazione è così coinvolgente che forse funzionerebbe lo stesso anche se disegnata da un bambino di cinque anni. No, questa volta l’ho sparata grossa, la cazzata. Cercavo di trovare una frase a effetto tipo quella di Ammaniti su Lansdale, e cioè che bisognerebbe imparare a leggere solo per il gusto di leggere i romanzi dell’autore texano.

Vabbé, il senso è quello: con questo volume sui morti che camminano Robert Kirkman ci convince. Ciò che stiamo leggendo è una vera e propria epopea zombesca.

Questa puntata, in particolare mette a fuoco un aspetto tipico dell’animale uomo: la sua capacità di “sovrarazionalizzare” i propri istinti fino a farli diventare sentimenti. L’amore, per esempio: quello che ci sforziamo di credere che sia per sempre, quello che si dimentica, quello che si costruisce, quello che ci rovina, ci delizia, ci fa scomparire o emergere nel lago delle nostre esistenze.

Walking Dead, i morti che camminano: verrebbe facile dire che i veri morti a camminare siamo noi e non loro, gli zombie. Ma l’ennesima cazzata è presto evitata: il mondo di questo fumetto è talmente verosimile che ci si sforza di tenere delimitato bene il confine tra noi e loro. Tale è l’immedesimazione che ci si convince di questo per forza di cose, per non impazzire come qualche personaggio ha già fatto, o forse perché l’estinzione, la fine della specie, in fin dei conti è qualcosa di molto più pauroso di una teoria o di una profezia dell’apocalisse scritta. E’ qualcosa che ti toglie ogni speranza. La cancellazione totale del senso della nostra persistenza sul pianeta.

Ah, eccola un’altra caratteristica tipica della bestia uomo: la presunzione di essere necessari e indispensabili. Non è detto che alla fine saremo noialtri a spuntarla. Prima o poi, tanti saluti e tante belle cose, homo sapiens. Ma non c’è da meravigliarsi, su cosa debba o non debba essere necessario e indispensabile abbiamo fondato le nostre esistenze. Sul bisogno abbiamo (O hanno? Chi, poi?) regolato le nostre vite.

Aveva ragione il vecchio Zio Billy Burroughs, quando diceva: “The face of evil is always the face of total need”. Sante parole.

Tele-Iniezioni #0

Posted on Agosto 9th, 2009 in Tele-Iniezioni | 1 Comment »

Più o meno da quattro anni vivo da solo ed è da altrettanto tempo che ho perso contatto col Grande Capezzolo: mesi e mesi in cui la televisione, per me, non è quasi esistita. Nessuna presa di posizione radicale, nessun mantra ideologico, solo la fottuta vita quotidiana. Niente di più, niente di meno. Confesso senza pudore che non ne ho sentito la mancanza.

Ogni tanto - moooolto ogni tanto, direi più di rado - si sente parlare di manipolazione televisiva, mentre sono stati scritti miliardi di saggi su questo o quell’argomento della sociologia delle comunicazioni. Non mi invento nulla che non sia stato scritto. Ne ha parlato con autorevolezza anche Pier Paolo Pasolini, come ne La Rabbia, in cui definisce gli spettatori della televisione italiana (allora agli albori) come “milioni di candidati alla morte dell’anima”:

“Sperimentano modi per dividere la verità e per porgere la mezza verità che rimane attraverso l’unica voce che ha la borghesia per parlare: la voce che contrappone un’ironia umiliante a ogni ideale, la voce che contrappone gli scherzi e la tragedia, la voce che contrappone il buonsenso degli assassini agli eccessi degli uomini miti”.

La borghesia di cui parla Pasolini è bella che svanita da un po’, forse ha perso quell’identità definita dal marxismo. Ad ogni modo, quelli del poeta sono indizi che portano a una sorta di vera e propria teoria della contraddizione, sottolineata con forza da Guy Debord nell’analisi della Società dello Spettacolo: ” Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso”. In estrema sintesi, l’ultimo e definitivo atto di paraculaggine, il cardine del nostro vivere quotidiano nell’amnio dei media: affermare e negare tutto e tutto in una volta.

Pasolini e Debord hanno visto molto più in là del loro naso, individuando il nocciolo della questione senza averlo sperimentato a lungo; la loro analisi, provenendo dal loro tempo (entrambi erano nati negli anni in cui la televisione era poco meno di un incubo e poco più di un sogno), mancava di quell’esperienza diretta e dell’esposizione costante del cervello di gente nata dopo di loro, persone nate in piena era televisiva. Alfiere di questo nuovo pionierismo dei media è stato sicuramente Blob. Personalmente (e diversamente da Ghezzi&co) sono nato nel periodo in cui il colonialismo catodico era ormai diventato più che esteso, quegli 80’s in cui la leggenda narra che avessi espresso desiderio di venire alla luce provocando le doglie a mia madre nel bel mezzo di una puntata di Dallas.

J.R. me è testimone: non c’è niente di meglio che di un periodo di assenza per guardare città familiari con occhi diversi. Ed ecco l’idea di un rapporto dalla terra dei morti viventi, un mondo in cui l’epidemia si trasmette sulle frequenze delle Tele-Iniezioni.

* * *

#0 Target: Generazione Seriale
L’estate sta finendo / pa para para pappa / e un anno se ne va / pa para para pappa / sto diventando grande / pi piri piri pippi / lo sai che non mi va-a-aaaa… Sentiti così, i Righeira sono molto di più di un gruppo “monohit”, sono la terribile testimonianza di come la mia generazione stia migrando verso categorie commerciali diverse. Siamo passati dal drogarci di Fruttolo a essere dei tristi trentenni pseudo-mucciniani, lagnosi, incapaci, stupidi fino al midollo.

Facciamo parte di un target diverso, ora.

Dicevo che l’estate sta finendo e, come vuole la tradizione, in edicola spuntano le collezioni più disparate: velieri, cimeli nazisti, francobolli dell’Angola e via dicendo, ognuno pensato per cullare la depressione post-ferie dell’italiano medio. Per la serie: “Stai per tornare a schiattare al lavoro, ma non pensarci, amigo, sarà cura nostra farti svagare a dovere”. Con inquietudine vedo che ora appaiono in edicola le collezioni di dvd di serie televisive anni 80, tipo MacGyver e La donna bionica, per la serie: “Ti ricordi quando ti rimpinzavamo di Fruttolo, eh old boy, siamo sempre noi. Stai per tornare dalle ferie ma non essere triste, ti prego. Ti ricordi del vecchio Angus MacGyver? Se al ritorno dalle vacanze trovi una perdita, te la sistema lui con uno stuzzicadenti e un po’ di sputazza. Non essere triste, dai! Questa collezione ti tirerà su! Non perdere l’appuntamento in edicola!”.

Nascere, crescere, invecchiare e anche morire sono solo cambi di target, my friend, la biologia è roba da raccolta indifferenziata.

Radici

Posted on Agosto 6th, 2009 in Appunti, Emersioni, Scriptorium | No Comments »

Il regionalismo ultimamente va di moda, tra bandiere, proclami e (auto)segregazioni. E’ una deriva del Paese, che la Lega ha saputo interpretare al meglio, catalizzando la paura e l’ignoranza in voti sonanti. Ed è in questo contesto che mi trovo a pensare al senso e al significato delle radici, non posso evitarlo, è la mia mia condizione di emigrante a impormelo.

Anche se i regionalismi da parata o da sagra del manganello mi disgustano all’inverosimile, ho la netta sensazione di vivere in una Nazione nata non per autodeterminazione di un popolo, ma accuratamente costruita come un recinto entro i cui confini è stato ammassato un gregge con uno specifico non-ruolo nella geografia politica mondiale; spiegarne il perché non è difficile, basta guardarsi alle spalle, dai Savoia fino alla Guerra di Liberazione, passando per gli ultimi sessant’anni di storia repubblicana, è tutto un frullare di bassi interessi, sogni mandati a puttane e - ora come nel Ventennio - di inedia.

Il senso delle radici quindi qual’è?

Non saprei, davvero, ma è una domanda che in questi giorni continua a girarmi per la testa, mentre attorno a me vedo sparsi per una Bologna vuota pezzi di solitudini provenienti da ogni parte dell’Italia e del mondo. Forse il senso è tutto nelle strade fantasma di questa città e nello sguardo di uno “Sradicato”, i gomiti piantati nelle ginocchia e la faccia tra le mani, che riempie il vuoto dei suoi occhi contando i granelli del deserto d’asfalto che ha davanti, nell’attesa che un autobus lo riporti a casa. Quale casa poi, forse non lo sa neanche lui.

Pellegrinaggio laico

Posted on Agosto 2nd, 2009 in Appunti, Emersioni, Megafono, Scriptorium | 2 Comments »

Di solito si dice: “non si muove neanche una foglia”. In questo caso, sarebbe più preciso dire: “si muovono solo le foglie”. Per Bologna siamo solo io, loro e il vento.  Ho deciso di andare in stazione a piedi. Oggi non è un giorno come un altro. Oggi è il 2 di agosto. Considero la passeggiata come un piccolo pellegrinaggio laico.

Le mura della città mi inghiottono all’altezza di porta San Felice. Entro nelle sue viscere fatte di mattoni rossi, un ventre attraversato e sorretto dai portici. Percorro le strade come un corpo estraneo che si è inoculato nel sistema circolatorio di un organismo vivo, caldo. E mentre percorro le arterie che si chiamano via Riva Reno e via Galliera, il bollore per le strade non fa che confermare questa mia sensazione.

In giro non c’è più quasi nessuno. Il silenzio viene rotto solo da un gruppetto di immigrati davanti a un circolo del PD; pare che discutano di qualcosa di molto importante o che se la ridano sonoramente. Ad ogni modo, dopo averli incrociati - e mano a mano che mi avvicino alla stazione - le presenze umane aumentano di numero e si dirigono tutte nella mia direzione, come attratte da un magnete. Guardando due uomini anziani che camminano davanti a me (tutti e due con le mani dietro la schiena, entrambi con la stessa andatura di poco ciondolante, vestiti con la stessa divisa poloarighepantalonedicotoneemocassinoestivo), mi chiedo se loro c’erano, 29 anni fa (io non c’ero, non ero stato neanche concepito), e alla stessa maniera mi guardo attorno e mi interrogo su uomini e cose; vorrei avere qualche testimonianza anche da una bicicletta arrugginita parcheggiata in piazza XX Settembre.

Arrivo davanti al piazzale Delle Medaglie d’Oro. La facciata della stazione è interamente ripulita, ristrutturata e agghindata di manifesti pubblicitari sgargianti. A fronteggiarsi, uno davanti all’altro come in un duello leoniano, ci sono l’orologio che segna sempre le 10.25 e il cronomentro del conto alla rovescia per la fine dei lavori dell’alta velcità ferroviaria sulla tratta bolognese; una sfida tra nozioni del tempo così diverse che ognuna delle due dovrebbe avere un nome tutto suo.

La gente entra ed esce dalla stazione, ignara. Degli addetti stanno finendo di smontare il palco da cui oggi si sono tenuti i discorsi di commemorazione della strage, caricano su un camion le assi che ha calcato il ministro Bondi; non so, ma quel legno ai miei occhi ha qualcosa di osceno.

Mi avvicino al marmo su cui sono scritti i nomi delle 85 vittime. Con me, ci sono solo un ragazzo che, valigia in mano, scorre i nomi e scuote la testa e un cane che fa le bizze e saltella attorno alla sua padrona. Non che mi aspettassi la stessa fila alla lapide di Giovanni Paolo II ma… inutile farsi meraviglia. Punto.

* * *

Entro in stazione e controllo sul tabellone che il mio treno sia in orario, mentre le persone mi sfrecciano attorno come atomi impazziti.

Primo binario, sala d’aspetto, quella sala d’aspetto. L’aria è rarefatta dai condizionatori e dal profumo dei fiori alla memoria. Sulla parete dove è scoppiata la bomba sono state poggiate delle corone funerarie, tra le quali spunta come un fungo giallo un’obliteratrice: una signora - sul volto un’espressione di imbarazzo - sposta la corona e timbra un bigliletto. Dall’altra parte della sala è stato allestito uno spazio per fare giocare  bambini. In mezzo è pieno di gente. Come da copione c’è chi dorme e chi legge, altri che non fanno nulla di nulla, in attesa che il loro treno parta.

Prendo posto e cerco in quei volti una traccia, un segno che rimadi a ventinove anni fa esatti. Per fortuna, ne trovo: non sono l’unico a guardarmi attorno, ad annusare l’aria. Nel mezzo di questa panoramica, metto a fuoco l’uomo che mi siede davanti: è molto anziano, quasi del tutto sdentato, ha la camicia aperta sul petto e indossa dei sandali lisi. Ma non è nessuno di questi dettagli a impressionarmi - neanche i suoi occhi rossi lo fanno sul serio - piuttosto è il fatto che è l’unico a non avere alcun tipo di bagaglio appresso, o almeno io non ne vedo di nessun tipo. Potrebbe essere solo un vecchietto in cerca di un po’ di fresco, ma quel suo sguardo fisso sulla parete delle corone e dei fiori alla memoria, quel suo rimuginare saliva in un ritornello di deglutizioni che sono come un pendolo in accelerazone, tutto questo mi suggerisce un’ipotesi così straziante che - rimanendo lì, paralizzato dll’idea - quasi perdo il treno: e se questo uomo, esattamente qui, ventinove anni fa, alle 10.25 avesse perso qualcuno?

E’ tardi, il mio treno è in partenza, mi guardo per l’ultima volta attorno e poi esco fuori, verso i binari, attraverso il caldo e l’indifferenza della gente.

2 agosto 1980

Posted on Agosto 2nd, 2009 in Megafono | No Comments »

2 agosto 1980, ore 10.25

  • Antonella Ceci, anni 19
  • Angela Marino, anni 23
  • Leo Luca Marino, anni 24
  • Domenica Marino, anni 26
  • Errica Frigerio In Diomede Fresa, anni 57
  • Vito Diomede Fresa, anni 62
  • Cesare Francesco Diomede Fresa, anni 14
  • Anna Maria Bosio In Mauri, anni 28
  • Carlo Mauri, anni 32
  • Luca Mauri, anni 6
  • Eckhardt Mader, anni 14
  • Margret Rohrs In Mader, anni 39
  • Kai Mader, anni 8
  • Sonia Burri, anni 7
  • Patrizia Messineo, anni 18
  • Silvana Serravalli In Barbera, anni 34
  • Manuela Gallon, anni 11
  • Natalia Agostini In Gallon, anni 40
  • Marina Antonella Trolese, anni 16
  • Anna Maria Salvagnini In Trolese, anni 51
  • Roberto De Marchi, anni 21
  • Elisabetta Manea Ved. De Marchi, anni 60
  • Eleonora Geraci In Vaccaro, anni 46
  • Vittorio Vaccaro, anni 24
  • Velia Carli In Lauro, anni 50
  • Salvatore Lauro, anni 57
  • Paolo Zecchi, anni 23
  • Viviana Bugamelli In Zecchi, anni 23
  • Catherine Helen Mitchell, anni 22
  • John Andrew Kolpinski, anni 22
  • Angela Fresu, anni 3
  • Maria Fresu, anni 24
  • Loredana Molina In Sacrati, anni 44
  • Angelica Tarsi, anni 72
  • Katia Bertasi, anni 34
  • Mirella Fornasari, anni 36
  • Euridia Bergianti, anni 49
  • Nilla Natali, anni 25
  • Franca Dall’olio, anni 20
  • Rita Verde, anni 23
  • Flavia Casadei, anni 18
  • Giuseppe Patruno, anni 18
  • Rossella Marceddu, anni 19
  • Davide Caprioli, anni 20
  • Vito Ales, anni 20
  • Iwao Sekiguchi, anni 20
  • Brigitte Drouhard, anni 21
  • Roberto Procelli, anni 21
  • Mauro Alganon, anni 22
  • Maria Angela Marangon, anni 22
  • Verdiana Bivona, anni 22
  • Francesco Gomez Martinez, anni 23
  • Mauro Di Vittorio, anni 24
  • Sergio Secci, anni 24
  • Roberto Gaiola, anni 25
  • Angelo Priore, anni 26
  • Onofrio Zappala’, anni 27
  • Pio Carmine Remollino, anni 31
  • Gaetano Roda, anni 31
  • Antonino Di Paola, anni 32
  • Mirco Castellaro, anni 33
  • Nazzareno Basso, anni 33
  • Vincenzo Petteni, anni 34
  • Salvatore Seminara, anni 34
  • Carla Gozzi, anni 36
  • Umberto Lugli, anni 38
  • Fausto Venturi, anni 38
  • Argeo Bonora, anni 42
  • Francesco Betti, anni 44
  • Mario Sica, anni 44
  • Pier Francesco Laurenti, anni 44
  • Paolino Bianchi, anni 50
  • Vincenzina Sala In Zanetti, anni 50
  • Berta Ebner, anni 50
  • Vincenzo Lanconelli, anni 51
  • Lina Ferretti In Mannocci, anni 53
  • Romeo Ruozi, anni 54
  • Amorveno Marzagalli, anni 54
  • Antonio Francesco Lascala, anni 56
  • Rosina Barbaro In Montani, anni 58
  • Irene Breton In Boudouban, anni 61
  • Pietro Galassi, anni 66
  • Lidia Olla In Cardillo, anni 67
  • Maria Idria Avati, anni 80
  • Antonio Montanari, anni 86

* * *

Affinché questi nomi non vengano dimenticati, affinché non diventino false memorie, affinché non siano - mai più - strumento dei potenti. Già leggere i lori nomi dura più dell’istante che gli prese la vita: dietro ogni parola, dietro ogni numero, non ci sono solo identità anagrafiche: fino a un minuto prima dell’esplosione erano tutte persone, erano mondi possibili. Considerate almeno questo.

I nomi, le parole, trascendono il loro significato, assumono un peso insostenibile: basti pensare a che pozzo nero debba essere la mente che ha meditato la strage. Strazio ricordo sangue Stato vita destino morte anni feriti commemorazione cordoglio binari Bologna strategia della tensione terrorismo depistare insabbiare opinione pubblica servizi segreti vittima parente lamiere dolore politica valigia viaggio sala d’aspetto esplosione uomo donna carne perché perché perché perché perché

Bologna, 2 agosto 2009. La città è silenziosa, quasi deserta, il caldo l’avvolge come una coperta d’asfalto. Parecchia gente è in vacanza. Nell’aria vi è una sospensione viscosa quasi quanto il petrolio. In questa giornata, l’orecchio teso fuori dalla finestra, anche l’eco della voce giocosa di un bambino si disperde nel tempo.

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Per riannodare la memoria, si può partire da qui.