Archive for Giugno, 2009

Dark Tower III - Waste Lands

Posted on Giugno 29th, 2009 in Connettivismo, Emersioni | 1 Comment »

The Waste Lands è il terzo capitolo della serie della Torre Nera. Qui Stephen King comincia a fare veramente sul serio. Il titolo e l’epigrafe rimandano direttamente ad un’altra Terra desolata, quella di T. S. Eliot:

Un cumulo di immagini infrante, dove picchia il sole
E l’albero morto non dà riparo, il grillo non dà tregua,
E la pietra arida ha suono d’acqua. Solo
C’è l’ombra sotto questa questa roccia rossa,
(Vieni nell’ombra di questa roccia rossa),
E ti mostrerò qualcosa di diverso dalla
Tua ombra che di mattino ti viene dietro
O dall’ombra che la sera ti si leva contro;
Ti mostrerò la paura in una manciata di polvere.

Così, con anni di ritardo rispetto al tarlo che mi rodeva fin dai tempi del liceo, ho letto il poema del premio nobel americano, naturalizzato inglese. E ho trovato più di una corrispondenza, molto più di un debito o di un tributo letterario, ho visto la precisa volontà di portare avanti un’idea (O di smembrarla, a seconda dei punti di vista).

Alfiere del modernismo, Eliot scende nelle sue lande desolate all’inizio degli anni ‘20, gli anni in cui dalla morte di un’avanguardia ne nasceva un’altra, quel lasso di tempo in cui gli artisti - come funamboli della storia - dalla catastrofe della Grande Guerra gettavano l’occhio in avanti, fino all’apocalisse temporanea segnata dalla seconda guerra mondiale. L’opera (giunta al termine della formazione del poeta/drammaturgo e che segna a fuoco la sua prima, pessimista produzione) fu accolta dalla critica con pareti contrastanti; l’addebito più frequente fu quello di essere un lavoro troppo complesso, cervellotico, freddo, distante anni luce dall’immediatezza emotiva che dovrebbe contraddistinguere la poesia. In gran parte, tutte stronzate. Vero è che La terra desolata è così rimpinzata di riferimenti che in pratica non la si può leggere senza note, almeno quanto altrettanto vero è che il mondo, come scriverebbe King, è andato avanti. Noi, da questa sponda del tempo, di certo non possiamo accampare scuse così esili (Ad esempio: cosa sarebbe La mostra delle atrocità senza le note di Ballard?).

Eliot riesce nella magnifica illusione di comprimere parte cospicua della letteratura che l’ha preceduto in poco più di quattrocento versi, mischiando toni, registri e stili, mettendoli in relazione facendoli collidere e schiacciare contro se stessi, fino a sintetizzarli in una visione temporale della sua epoca che ancora ha molto da dire anche nell’era dell’ipertesto. A tal proposito, Julia Kristeva scrive: “Per i testi poetici moderni questa è una legge fondamentale;  essi si costruiscono assorbendo e distruggendo nel medesimo tempo gli altri testi dello spazio intertestuale: sono per così dire alter-giunzioni discorsive“. E Alessandro Serpieri (professore di Letteratura Inglese all’Università di Firenze nonché traduttore e curatore dell’edizione BUR che ho letto), precisa: “Semplificando, si potrebbe concludere che quello che più interessa a Eliot (come, d’altronde, a Pound, a Joyce, ecc.) è mettere in rapporto: soggetto e oggetto, presente e passato, realtà e mito, testo e testo”.

Insomma, quello che ha fatto T. S. Eliot con la poesia, secondo la mia modestissima opinione, Stephen King - appresa (consapevolmente o inconsapevolmente è secondario) la lezione dei modernisti e dei postmodernisti - lo fa con la letteratura di genere: solo che invece di comprimere le alter-giunzioni, le fa letteralmente (o letterariamente) esplodere. La Torre Nera, come è noto, è un’opera-fiume o, se preferite, un grande mosaico in cui tutti i generi popolari trovano una loro collocazione.

Questa, in buona sostanza, è l’apparente scoperta dell’acqua calda che mi ha sconvolto.

Quanto alle “aderenze” tra il poema di Eliot e il romanzo di King, ce ne sono a bizzeffe.  L’allineamento delle quest Sacro Graal/Torre Nera (viste come la ricerca di una fertilità perduta) è la più banale e non basterebbe da sola a far capire quanto le due opere siano intimamente legate. Sul serio, c’è tanto di quel materiale da poterci scrivere un saggio; tra uomini incappucciati (There is always another one walking beside you / Glinding wrapt in a brown mantle, hooded), donne con lunghi capelli neri che aspettano di cantare la loro canzone (A woman drew her long black hair out tight / And fiddled whisper music on those strings) e torri che crollano, c’è il tempo pure per una descrizione che calzerebbe perfettamente alla Dark Tower, se non fosse che, da quello che si capisce fino alla lettura del terzo capitolo, essa si trovi in mezzo a uno sconfinato campo di rose; poco importa, l’immagine evocata è la seguente:

In this decayed hole among the mountains
In the faint moolinght, the grass is singing
Over the tumbled graves, about the chapel
There is the empty chapel, only the wind’s home
It has no windows, and the door swings,
Dry bones can harm no one.

In questa decaduta buca fra le montagne
Nella tenue luce della luna, l’erba canta
Sopra le tombe rovesciate, attorno alla cappella
Ecco la cappella vuota, casa solo del vento.
Non ha finestre, e la porta sbatte,
Aride ossa non possono far male a nessuno.

In fondo, è più che legittimo aspettarsi che nella Torre non vi sia nessun Graal benefico e che, in questo senso, sia vuota. Ma forse quello che colpisce di più, sarà perché è più defilato, quasi secondario, è il gioco di rimandi tra la Lud/New York kinghiana e l’Unreal City di Eliot.

Unreal City
Under the brown fog o a winter down,
A crowd flowed over London Bridge, so many
I had not thought deathhad undone so many.

Città irreale
Sotto la nebbia bruna di un’alba invernale,
Una folla fluiva sul London Bridge, tanti,
C’hio non avrei creduto che morte tanti n’avesse disfatti.

Questi versi, con un preciso riferimento all’Inferno dantesco (IV, 25-27), si trovano nella prima parte del poemetto e vengono ripresi diverse volte più avanti, quasi come un refrain, o come un tessuto connettivo in formazione:

What is the city over the mountains
Cracks and reforms and bursts in the violet air
Falling towers
Jerusalem Athens Alexandria
Vienna London
Unreal

Qual è la città sulle montagne
Si spacca e si riforma e scoppia nell’aria viola
Torri crollanti
Gerusalemme Atene Alessandria
Vienna Londra
Irreale

Alessandro Serpieri scrive di “avvicinamenti prospettici alla Cappella dove la coppa [il Graal] è custodita”, mentre “una visione terrifica vi si frammette, con la ripresa di un motivo tipico della leggenda, quello di orrende apparizioni predisposte per mettere alla prova la purezza del cavaliere che vi si avventurava”. O forse, ai fini di questa nota comparativa, si potrebbe tranquillamente scrivere di una messa alla prova dell’Ultimo cavaliere, come spesso viene chiamato Roland di Gilead, il protagonista dell’epopea pop di King.

Lui e i suoi compagni di viaggio, dicevo, giungono in una città decadente, ai margini delle Terre desolate, Lud: un posto che potrebbe ricordare la Grande - Marcia - Mela, una New York del futuro che nel tempo narrativo è già passato, abitata da rozzi e superstiziosi uomini (divisi in due fazioni, i Pube e i Grigi) che non fanno altro che giocare al massacro, uccidendosi a vicenda, spesso anche tra compagni, al suono di tamburi che risuonano negli altoparlanti posti in tutte le vie (il “dead sound on the final stroke of nine” di Eliot?), abituati a venerare macchine silenti frutto di tecnologie a loro sconosciute come divinità in terra.

Ed ecco ciò che lega maggiormente le due opere: la tragica compresenza del tempo, la confusione dei piani, la ciclicità della storia che appare come una grande illusione, un gioco di specchi. Cos’è che ci rende così diversi dagli abitanti di Lud? L’analogia, a prima vista semplice,  costruita su un background complesso come quello della Torre Nera o della Terra desolata, getta la proprio eco non solo tra presente e passato, ma anche verso il futuro.

Parafrasando Serpieri:

Semplificando, si potrebbe concludere che quello che più ci interessa (come, d’altronde, a Eliot, a King, a Pynchon, a Gibson, a Lansdale ecc.) è mettere in rapporto: soggetto e oggetto, presente e passato, realtà e mito, testo e testo, fotogramma e fotogramma, ogni futuro possibile.

Intercettazioni dal cyberspazio

Posted on Giugno 26th, 2009 in Emersioni, Sguardi | 4 Comments »

Nel mezzo del casino sulle intercettazioni ai potenti, in rete se ne registrano di strane. Non so, potrebbe essere un rigurgito di paranoia, ma leggendo quello che scrive la persona interessata c’è da essere preoccupati. E’ quello che è successo a TyrOne: qualcuno è entrato nel suo pc, ha “catturato” ciò che stava facendo, c’ha fatto un video e lo ha sparato su You Tube. Il canale è gestito da tale 11f33p55, 16 anni, dal Belgio. Non mi risulta che ci siano dei precedenti simili, ma un fatto del genere ci costringerebbe a ridisegnare la frontiera personale del web.

Ecomostri

Posted on Giugno 25th, 2009 in Bassitalia, Grammofono, Megafono, Rassegna stampa | No Comments »

Round and round we go,
When will it stop, nobody knows
The same old chords, the same old words
It all sounds familiar, all starts to sound the same

Carcass - Ever increasing circles
 
Gira e rigira siamo sempre là. I bubboni scoppiano ciclicamente. E scoppiando uno dopo l’altro, danno il tempo a quelli già scoppiati di riformarsi, e poi scoppiare again, again and again… vecchia consuetudine, in Bassitalia. Qualcosa che negli anni siamo riusciti a esportare nel resto del Paese, anche dove, per tradizione, dal dopoguerra in poi si è sempre ben amministrato: l’immobilismo secolare.

Adesso è il turno degli ecomostri sulle coste della Calabria. Poi torneranno di moda i depuratori, poi la monnezza, la sanità (a dire il vero questa è una costante cronica) e via dicendo. Se solo cominciassimo a risolver i problemi, non dico del tutto, ma magari cominciare a farlo, col tempo potremmo trovarci di fronte a bubboni sempre più piccoli da far scoppiare.

Ci siamo! (Quasi)

Posted on Giugno 20th, 2009 in Connettivismo, Emersioni, Fantascienza, From Other Sites | No Comments »

Finalmente è pronta la nuova incarnazione (ancora per un po’ “di passaggio”) di Next-Station.org, con l’inserto di un Magazine nuovo di zecca. Un grazie a tutti coloro che hanno collaborato e che collaboreranno a questa nuova avventura, amici vicini e lontani. Il prossimo appuntamento definirà meglio le intenzioni della nuova redazione. Alla prossima!

Zombie! Walking Dead

Posted on Giugno 18th, 2009 in Emersioni | No Comments »

Un tranquillo weekend di paura: dopo una breve visita in fumetteria, l’ho passato praticacamente a divorare zombie di carta. Due albi, nessuno dei due recentissimi, due uscite diametralmente opposte.

The Zombie: Simon Garth è una ripoposizione del 2007 in volume 100% Max della Marvel del personaggio che - leggo in giro - ebbe il suo periodo d’oro negli ‘70 (sotto la direzione Steve Gerber/John Buscema/Pablo Marcos). Simon conserva poco del suo antenato seventies, salvo la sua condizione di “zombie anomalo”, dotato di un’intelligenza e soprattutto di uno spiccato senso morale. Godibile, ben disegnato e scritto, ma in definitva una bella “americanata”. Il personaggio sa bene dove stare (con gli umani) e pare non vivere alcuna scissione, a parte qualche acceno di maliconica depressione; a differenza dei suoi colleghi barcollanti, non ha neanche fame. Un buon Rambo in decomposizione. Anche se il vecchio John, che con Simon condivide la condizione di isolamento, avendo qualche rotella da mettere a posto, è un personaggio persino più spesso.

Tutt’altra storia per The Walking Dead Vol. 1: Giorni perduti, zombie-saga scritta da Robert Kirkman e pubblicata in Italia da Saldapress. Una vera e propria odissea, quella dell’agente di polizia Grimes che, al risveglio dal coma si trova in un mondo infestato dagli zombi, o almeno quello che prima era stato il suo mondo. Ma non lasciatevi ingannare dal pretesto - neanche troppo fantasioso, a dire il vero - le avventure di Grimes sono di uno spessore analitico notevole, niente viene lasciato al caso (psicologia dei personaggi, intreccio, scenario); delle volte si ha l’impressione che i personaggi, loro malgrado, abbiano letto il Manuale di Max Brooks. Qualcuno potrà obiettare che non si conosce l’origine dell’epidemia che fa camminare i morti, ma tant’è, non se ne sente la necessità. L’intenzione di Kirkman è quella di scrivere una saga fiume; Saldapress, su licenza  Image comics, è arrivata al 5° volume. Dopo aver letto il primo ho già arraffato l’arraffabile e prenotato il prenotabile.

Tutto ciò per riaffermare a gran voce l’importanza dello zombie in un periodo in cui la fanno da padrone vampiri fighetti con turbe adolescenziali. Sul mutare della percezione che abbiamo di questo essere, ne aveva già scritto qualche mese fa Elvezio Sciallis sul suo blog. Vero, di acqua ne è passata sotto i ponti, e gli zombi sub-proletari di Romero ci appaiono come creature fuori dal tempo e fuori contesto. Anche se non smetto di credere al potenziale - come dire: rivoluzionario? Analitico? - degli zombie. Il paradosso che rappresentano è ancora attuale e possono dire sicuramente la loro. Quella imboccata da Kirkman è solo una delle possibili vie da percorrere. 

Spettatori di una tragedia: sul vedere lontano

Posted on Giugno 16th, 2009 in Megafono, Rassegna stampa | 2 Comments »

Quello che scrivevo l’altro giorno sulla crisi della semantica, sulla sostanziale confusione dei termini e del loro significato, ha assunto in poche ore un’ombra tragica. In Iran, i manifestanti che contestano la rielezione di Ahmadinejad intonano: “Allah u Akbar”, “Dio è grande”, lo stesso slogan della rivoluzione del 1979. Sette di loro vengono uccisi.

E’ un collasso storico incredibile. L’orizzonte degli eventi, il confine di un buco nero che potrebbe inghiottirci tutti.

Noi occidentali assistiamo al caos con la solita indifferenza del tossico che bada alla propria scimmia. Soffriamo di una miopia della coscienza storica; non riusciamo più a vedere lontano: né nel passato, né nel futuro, né dentro e né fuori i nostri confini.

Cosa accadrà quando (e se) torneremo a vedere?

La crisi della semantica: elezioni o eversioni?

Posted on Giugno 14th, 2009 in Emersioni, Megafono, Rassegna stampa | 1 Comment »

Guardando a quello che accade nel mondo - dovunque - dovremmo interrogarci sul significato e sul valore di una consultazione elettorale: strumento democratico o cemento per regimi?

Elezione ed eversione si scambiano il significato. Una vera e propria crisi della semantica: una scienza  costruita con secoli di sudore e sangue che torna al punto di collasso, al Big bang linguistico. La nuova babele dei media.

Nero Muto

Posted on Giugno 13th, 2009 in From Other Sites | No Comments »

Ecco la recensione dell’ultima fatica di Gianfranco Nerozzi.

Intercettazioni

Posted on Giugno 12th, 2009 in Emersioni, Megafono | 3 Comments »

Tempo fa, intervistai IMD, agente della Catturandi di Palermo, uno che di intercettazioni se ne intende:

Ti occupi di intercettazioni, argomento che tuttora crea polemiche nella nostra classe politica. La mafia è un parassita che si nutre anche della politica. Ergo: mafia, politica e intercettazioni, testo libero.
“Le intercettazioni sono uno strumento in mano alla polizia giudiziaria, alla magistratura e — non dimentichiamolo — alla difesa, che consente in modo quasi inequivocabile di venire a conoscenza di fatti e situazioni altrimenti non conoscibili né raggiungibili. Il 90% delle attività antimafia si compone di intercettazioni ambientali e telefoniche.L’intercettazione, se registra un reato o qualcosa che riconduce a un reato, viene trascritta integralmente ed entra nel processo. Tutto ciò che si registra ma che non costituisce elemento di prova si consegna all’autorità giudiziaria, la quale, trascorsi i termini di legge, ne dispone la distruzione.Cosa c’è di rischioso per il cittadino onesto in questa procedura io non lo so. Credo nulla. Se le mie conversazioni venissero intercettate, e si scoprisse che io ho trecento amanti, visto che questo fatto non costituisce reato, rimarrebbe nella mia sfera privata e personale. Se la registrazione di una mia accalorata conversazione finisse sul giornale, io chiederei a un giudice di intervenire, indagare e scoprire chi si è reso responsabile di un gravissimo reato, ma non chiederei che le intercettazioni fossero vietate per legge. Io la penso così”.

Credo basti.
Resto sempre convinto che chi è investito di una carica pubblica abbia il dovere della trasparenza. E’ lapalissiano. La privacy è un’altra cosa.

* * *

Nota: mentre giravo i siti dei maggiori (e anche minori) quotidiani italiani mi sono chiesto però come mai noi, it-alienati, non ci accorgiamo che per spazzare via un certo marciume non abbiamo bisogno di altre prove. Certe cose sono palesi, o no? Dio buono!