
Sarà banale e anche superficiale dirlo, ma il Cile del 1988 raccontato dal film Pablo Larraín, non è troppo lontano da noi. Certo, quella di Pinochet era una dittatura vera, col suo triste corollario di morti, dispersi, oppressione e controllo. Ma quella gente, così sospesa tra luminose promesse di benessere e disilluso pessimismo, assomiglia un po’ al popolo europeo in questi anni di crisi economica. Perché - sempre coi dovuti distinguo - anche questa finanza iperbolica e perniciosa ha le caratteristiche di una dittatura, coi suoi morti, la paura e la disperazione. Solo, non ha faccia. Non ha un solo volto o personalità cui attribuire le responsabilità della tragedia.
Ovvero, la festa della mediocrità. Mediocre il soggetto, la regia, il montaggio, la colonna sonora. Ma la sceneggiatura, tutto sommato, regge. Senza infamia e senza lode, si dice. Un buon film per la tv. Il cinema è un’altra cosa. Anche i blockbuster sono altro. Potrebbe essere un buon “Bignami” della fantascienza dai 70’s a oggi ma, a ben pensarci, non è neanche questo. Pretese e risultati non collimano. E poteva andare peggio.
«La vita non è altro che il risultato naturale di un’assurda, e talvolta persino triviale, concatenazione di eventi».
Sul romanzo fiume di Murakami Haruki sono state scritte un’infinità di recensioni e opinioni, spesso con polarità opposte. Data la varietà di temi – sociale, romantico, psicologico, fantastico, metaletterario – e lo stile al contempo puntuale e velato, era quasi inevitabile. 1Q84 potrebbe apparire come il classico romanzo che si fa Dio e divide i lettori tra fedeli adoratori piegati sulle ginocchia e iconoclasti armati di mazza, pronti a distruggere la statua della Divinità. Peccato, perché volendo insistere sulla metafora spirituale e filosofica, si può affermare che Murakami ha scritto il romanzo agnostico per eccellenza: pieno zeppo di dubbi e sfumature. Un inno alla sospensione del giudizio.
Molti hanno individuato il nodo centrale nella storia d’amore tra i due protagonisti Tengo e Aomame ma, a ben vedere, il tema che attraversa tutto il romanzo è la ricerca. Dell’amore, certo, ma anche spirituale, psicologica, politica, letteraria. La ricerca non assoluta, ma costante, di nuovi punti vista sulla realtà. E la ricerca cos’è, se non il moto proprio del dubbio? Ed ecco spiegata la Q del titolo: question mark, il punto interrogativo.
Anche e soprattutto per 1Q84, vale l’assunto di Aschenbach/Mann: «Gli uomini non sanno perché conferiscono gloria a un’opera d’arte. Tutt’altro che intenditori, credono di scoprirvi mille pregi per giustificare tanto consenso; ma il motivo del loro plauso è qualcosa di imponderabile: la simpatia». Simpatia che può essere intesa come la maniera meno obiettiva per esprimere un giudizio, oppure come affinità che, nel caso di Murakami e del suo (e nostro) tempo, è totale.
Ecco spiegato il mistero di certi atteggiamenti di voto e di un certo ottundimento generalizzato.
Ho trovato la pellicola di Rian Johnson più onesta del Django tarantiniano. L’onestà non la misuro né sulla tecnica cinematografica né sulla scrittura - altrimenti non ci sarebbe partita - ma sulla capacità di interrogare e divertire lo spettatore allo stesso tempo. Certo bisogna concedere alla banda di Joseph Gordon-Levitt una dose extra di sospensione dell’incredulità per digerire cliché e qualche buco narrativo che a Quentin Tarantino non si perdonerebbe mai, ma il risultato finale è molto più appagante. Quello che riconosco a Looper è la volontà di raccontare una storia nonostante i propri limiti, siano essi di budget o di capacità in fase di sceneggiatura. Vedere certi film di Tarantino (assieme all’ultimo ci metterei Kill Bill) può voler dire confrontarsi con una specie di Peter Pan postmoderno della celluloide, che si diverte in maniera maniacale col suo giocattolo preferito.
A scanso di fatalismi vari, il titolo di Levi ancora un volta calza a pennello. La segnalazione è del dott. Moska, che ringrazio.
Sul Corriere della Sera di oggi, in un articolo di Dino Martirano, leggo le dichiarazioni di Casini e Vendola su una loro possibile collaborazione in chiave governativa: «Pensare a un governo con un ministro come me e uno di fianco come Vendola mi sembra proprio un film di fantascienza» dice il primo, con la sottoscrizione dell’altro: «L’alleanza con il centro è fantascienza». E un brivido mi assale, ben sapendo che - al contrario di quel che intendono i due politici - la fantascienza lavora sull’immaginario del futuro possibile, e non improbabile.
Il connettivisti allungano le distanze… narrative. Da tempo a loro agio sulle distanze brevi - tre antologie di racconti e una silloge poetica - gli autori del movimento hanno definitivamente familiarizzato con la forma romanzo. Senza citare quanto prodotto in passato, basta registrare l’esplosione avvenuta proprio in questi giorni: riappare per eAvatar e-Doll di Francesco Verso e, per la stessa casa editrice, viene pubblicato Trans-Human Express di Lukha B. Kremo ed escono rispettivamente per Galaad e CiEsse Edizioni Sentieri di notte di Giovanni Agnoloni e Olonomico di Sandro Battisti. E altro è pronto sulla rampa di lancio. Il movimento è vivo e si evolve, entra in una fase matura. Keep on writing!
«Era un individuo che per molto tempo aveva portato in sé la propria condizione di uomo senza esserne consapevole, come gli altri si portano addosso senza saperlo una malattia. Era stato un uomo tra gli uomini e si era dato da fare come loro, sgomitando, a volte con accaimento, del tutto ignaro di dove stesse andando».
Georges Simenon, La fuga del signor Monde, Adelphi
Traduzione di Federica Di Lella e Maria Laura Vanorio