Ecco uno dei tanti motivi della mia assenza da queste pagine: Hyper Next, il nuovo blog connettivista.
Drowned Word resta in piedi, anche se andrà rivisto.
Ci leggiamo di qua o di là. O su tutti e due.
Ci siamo! Finalmente online il terzo numero di Next-Station.
Per quel che mi riguarda, posso solo sperare che Poe mi perdoni…
Questo di Caryl Férey — francese, classe ‘67 — non è un un romanzo sul leader dei Clash, la band che ha fatto la storia del rock e della musica. Il protagonista è l’irlandese Mc Cash, ex IRA, ex poliziotto, ex marito e quasi orbo (ha un occhio schiantato dal calcio di un fucile ai tempi della sua militanza politica e l’altro con un residuo visivo di pochi decimi); un duro di come non li fabbricano più, ridotto apparentemente a un rudere deambulante.
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A dangerous method rientra nel nuovo corso cinematografico di David Cronenberg, quello intrapreso da Spider in poi: canonico, essenziale nella sceneggiatura e nelle scelte registiche. È ormai chiaro che il cineasta canadese si è allontanato dagli sperimentalismi che l’hanno reso celebre e che ha portato avanti fino a eXistenZ. Rimpiangere quel Cronenberg non ha senso, anche perché l’oggetto della sua indagine non è cambiato e resta — senza ombra di dubbio — l’uomo, inteso come unità “inseparabile” di corpo e mente.
[Continua su TM].
Sulla quarta di un vecchio Urania (Ciao Futuro, n° 1406 del 2001) si legge: «Cos’è un maestro della sf? Uno scrittore capace di stupire i lettori per almeno due generazioni». Quello scrittore era Vittorio Curtoni. Se n’è andato ieri, lasciando il vuoto dei grandi.
Lo conobbi a una delle sue famose cene/con piacentine. Era la prima volta che entravo in contatto con la fantascienza italiana “in carne ed ossa”. Vittorio, manco a dirlo, fu quello che mi colpì subito: ironico, disponibile, enciclopedico. Consapevole di andare a cena col “mostro sacro”, mi portai appresso un numero 1 di Robot d’epoca che avevo scovato per miracolo. Venni presentato a lui come connettivista e firmò quel numero con una dedica indimenticabile: «A Fernando, in connessione retrospettiva. Vittorio». Ed ecco le due generazioni subito unite con una battuta.
Da allora non ho più avuto occasione di rivederlo di persona, a causa delle sue condizioni di salute. Nel frattempo, il “mostro sacro” aveva compiuto nella mia testa un volo paradossale: verso il basso, perché l’avevo conosciuto come uomo coi piedi per terra, per niente gonfio delle sue imprese, e verso l’alto, perché era diventato il metro di paragone dell’approccio alla fantascienza e alla letteratura tutta: un approccio concreto e mai sofistico, un misto di disincanto e meraviglia.
Ciao, Vittorio.
* * *
Altre ricordi in rete: S*, Emanuele Manco, Vanamonde, X, Valerio Evangelisti.
È uscita per Bietti Editore l’antologia Notturno Alieno, 22 racconti tra fantascienza e noir a cura di Gian Filippo Pizzo. Nell’introduzione Stefano Di Marino spiega che non si tratta solo di: «mescolare due filoni amati dai lettori e dagli autori, il noir e la fantascienza, ma inserirli in un contesto diverso dalla abituale atmosfera alla Blade Runner. [...] Ne è uscita un’opera composita, con voci e sensazioni differenti come è giusto che sia, ma interessante, stimolante. Meticcia. Che è un concetto democratico e universale».
Ho partecipato con Dormono soltanto, un racconto omaggio al maestro dell’hard boiled Dashiell Hammett. Non ho fatto altro che trasportare su un altro pianeta il suo Continental Op (qui Universal Op) e buttarlo in una triste triste storia di tradimenti, criminalità organizzata a DNA mutato e rogne di politica galattica. La colonna sonora è dei Melvins, Van Morrison e Tom Waits.
Il resto della truppa che ha partecipato alla raccolta: Donato Altomare, Claudio Asciuti, Cristiana Astori, Selene Ballerini, Sandro Battisti, Carlo Bordoni, Giovanni Burgio, Andrea Carlo Cappi, Stefano Carducci e Alessandro Fambrini, Walter Catalano, Piero Cavallotti e Riccardo Rovinetti, Milena Debenedetti, Domenico Gallo, Francesco Grasso, Domenico Mastrapasqua, Michele Piccolino, Gian Filippo Pizzo, Pierfrancesco Prosperi, Franco Ricciardiello, Stefano Roffo e Dario Tonani.
Intervista su Thriller Magazine.
Steven Soderbergh ci prova col thriller. E gli riesce a metà.
Raccontare un’epidemia che fa milioni di morti poteva essere, a livello registico, una bella serie di buchi nell’aqua che il cineasta statunitense evita montando (in tutti i sensi) l’angoscia con dissolvenze e dettagli hitchcockiani, inquadrature fisse e voci fuori campo. Gli riesce anche l’immersione nella realtà quotidiana di un tema così abusato, aiutato abbondantemente dalla cronaca globale che da qualche anno in qua gronda paranoia per le masse.
Contagion non riesce però ad andare oltre il bel compitino. [La recensione completa su TM]
Ancora acqua per Emanuele Crialese: da Respiro, passando per Nuovomondo fino all’ultimo Terraferma, la molecola costitutiva della vita sul pianeta è la stessa della poetica del regista di origine siciliana. Ma non è solo questo a rendere il suo cinema vivo. Ci sono una regia semplice — mai vittima dell’inquadratura e al servizio della narrazione — la scrittura e il lavoro sugli attori.
In Terraferma Crialese torna a parlare d’immigrazione, formando col precedente Nuovomondo un prezioso dittico sul tema. [Continua su Thriller Magazine]
Accadeva giusto 84 anni fa.