Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…

Star Wars in Concert Circa trent’anni fa ero uno dei tanti bambini che assisteva alla proiezione di un film che avrebbe cambiato definitivamente il suo immaginario fantastico. La combinazione di immagini sul grande schermo e la musica davano vita ad uno spettacolo unico, che avrebbe definito il modo di fare cinema di fantascienza da lì in avanti, creando anche l’industria degli effetti speciali.

Trent’anni sono passati e ieri pomeriggio al come-si-chiama-adesso-il-Forum di Assago ho potuto assistere ad uno spettacolo che non avrei mai immaginato di poter vedere fino a pochi anni fa.

Lì davanti a me c’era un’intera orchestra sinfonica, con tanto di coro, una scenografia d’effetto e uno schermo largo quasi quanto il palco. Questa è la premessa di Star Wars in Concert.

Quello che è veramente Star Wars in Concert varia da persona a persona e ieri c’era un campionario molto assortito, che andava dal bambino delle elementari all’azzimato pensionato accompagnato dalla consorte che, alla vista della bacheca dei prop, ha perso l’autocontrollo e si è comportato esattamente come il bambino di cui sopra.

L’emozione di sentire dal vivo quelle note che ci accompagnano da anni è difficile da descrivere; a questa si aggiunge anche il fatto di avere Anthony Daniels lì davanti sul palco che accompagna la narrazione musicale con interventi di grande qualità recitativa.

Per anni quelle note sono uscite dal registratore a nastro, dallo stereo di casa, dal riproduttore CD, dal player MP3… ma questa era la prima volta che si sono potute ascoltare dal vivo quelle note che fin’ora per noi avevano nomi tipo Fox Fanfare, Main Titles, Cantina Band, Imperial March, Across the Stars, Duel of the Fates, The Desert And The Robot Auction, Yoda’s Theme, The Throne Room, End Titles…

Un’emozione così potrebbe essere superata solamente dal Maestro Yoda che suona alla porta di casa.

Foto e altri commenti più razionali li trovate sul blog di un amico che era seduto dietro di me.

L’ombra di Star Trek

Ovviamente sono andato a vedere l’ultimo film di Star Trek, ma ho aspettato un giorno e mezzo per poter digerire la visione prima di scrivere qualcosa.

JJ Abrams è un uomo di marketing dello show biz, l’ha dimostrato in varie occasioni ed è un furbacchione. Fino a un mese dal lancio del film ha spergiurato che non fosse un reboot della serie per avere il consenso dei fan più convinti (gli unici che pendevano dalla sue labbra da un anno e mezzo), che saranno pure dei rompicoglioni, ma sono anche quelli che tengono vivo il franchise con la partecipazione alle convention o con l’acquisto di merchandise spesso di pessimo gusto, ma tant’è: al cuor non si comanda.

Ad un mese dal lancio, JJ ha cambiato registro perché doveva rivolgersi a quanta più gente possibile e ha scoperto le carte. Un vero maestro della comunicazione, non c’è che dire: in altre epoche avrebbe avuto un posto di rilievo in un regime totalitario. Ma basta parlare di JJ.

Il film è simile a tanti altri del suo periodo, troppo simile. È spettacolare, scenografico, ci sono gli effetti della ILM, un combattimento con le spade, un vecchio saggio con le orecchie a punta, un pianeta di ghiaccio con dei mostri e una base… Dove ho già visto tutte queste cose in un film? Fosse stato girato qualche anno prima, avremmo avuto decine di scene in bullet time, ora abbiamo due ore di finti lens flare, anche quando non c’è nessuna sorgente luminosa che possa provocarli, ma tanto sono aggiunti in digitale.

Non si può dire che sia un brutto film, ma manca l’essenza di Star Trek. Mancano i messaggi al di là della spettacolarità, mancano i personaggi che non siano le caricature di quelli della Serie Classica, manca soprattutto uno spirito di corpo tra i marinai dell’Enterprise, che in questo film vanno d’accordo quasi solamente quando si baciano. Certo, non si può pretendere profondità da un film i cui dialoghi a volte sfiorano l’idiozia: «Io sono sulla navetta, tu no» «Io sono sull’astronave, non sono sulla navetta» «Ma tu dovresti essere sulla navetta non sull’astronave» «Invece sono sull’astronave e tu è bene che resti sulla navetta» «Ma se tu resti sull’astronave, non potrai più essere sulla navetta!» «Sono sull’astronave perché il mio posto è qui» (manco fosse una canzone dei Pooh). L’avevamo capito da subito che una era sulla navetta e l’altro sull’astronave senza bisogno che ce lo dicessero i dialoghi; dopo la seconda battuta in molti hanno sperato che Nero sparasse un siluro alla navetta per porre fine a questo strazio di dialogo. Purtroppo il nemico anche questa volta è un incapace, probabilmente è una clausola contrattuale. In undici film di Star Trek ci sono stati probabilmente tre cattivi decenti (V’ger, Khaaaaaaan e Gorkon Chang), forse è il tristo fato dei film della serie.

Molti si sono entusiasmati per le citazioni di altri film (altra moda del momento: i film che citano gli altri, praticamente dei patchwork cinematografici), ma Star Trek ci aveva abituato ed essere la fonte ciò che veniva citato per la profondità dei temi, peccato.

Quarant’anni fa Star Trek è stato ciò che, in un panorama di telefilm di pura azione, ha trattato lo spettatore da essere senziente; vent’anni dopo il franchise è riuscito in un’altra missione simile perché aveva ancora molto da dire a chi stava ad ascoltare. Evidentemente adesso Star Trek non riesce più in questa missione e lascia, fatalmente, lo spazio ad altri perché, come in biologia, se si lascia un vuoto, altri lo riempiono.