Ott 27

Fibra di vetro

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Era una persona molto fragile: aveva un occhio di vetro e l’uccello dalle piume di cristallo.

È una vecchia battuta, ma quando si leggono certe cose bisogna ridere per non piangere. Mi sto riferendo all’articolo «Pirata» di film uno su quattro a firma di Valerio Cappelli pubblicato su Corriere.it.

Come puntualizzato anche da Stefano, questo non vuole essere un articolo “contro” quello di Corriere.it.

Mi fa specie che Carlo Verdone si sia accorto solamente all’alba dell’ottobre 2008 che ci siano siti tramite i quali sia possibile scaricare film senza pagare il giusto compenso a chi detiene i diritti di copia legittima. Probabilmente il simpatico attore e regista ha vissuto un un mondo a parte se sostiene che la pirateria sia la causa del calo delle sale cinematografiche, visto che nel 2007 si è toccato l’apice, almeno a Roma (fonte).

Certo, è pur vero che la pirateria sia un bel problema per il cinema, ma mi permetto di far notare alcuni punti:

  • oltre alla pirateria online, è molto fiorente in alcune zone la vendita per strada di supporti contraffatti da parte di ambulanti occasionali;
  • chi acquista legalmente i film si ritrova con supporti ottici impossibili da copiare e bloccati con ogni tipo di tecnologia nota al momento della produzione: paradossalmente chi si comporta legalmente si ritrova con meno diritti di utilizzo rispetto a chi ottiene illegalmente un contenuto, il quale può copiare, riversare, trasferire a piacimento un film;
  • prima c’erano le videocassette, poi sono venuti i DVD (tralasciamo i LaserDisc), ora i BlueRay: chi pensa onestamente che il pubblico sia così fesso da ripagare ancora una volta per avere i medesimi contenuti? Per conto mio i DVD di nuova generazione possono rimanere lì dove stanno, assieme ad ogni tipo di memoria ottica rotante perché sarebbe ora di abbandonare una tecnologia vecchia di decenni in favore di tecnologie allo stato solido (più controllabili, tra l’altro);
  • se si mantengono costi elevati è naturale che le persone con budget limitato (i giovani citati nell’articolo) si procurino i contenuti con mezzi illegali, del resto è sempre successo, oppure nessuno si ricorda quando si comperavano le cassette C46 con 23 minuti per lato per farci stare un LP? iTunes insegna che se si mantengono prezzi popolari, è possibile vendere i contenuti a tutti perché, di fatto, si rende la pirateria sconveniente.

Cari signori, se volete raccogliere i danari che legittimamente vi spettano, adeguatevi al mercato, non citate dati e tecnologie a vanvera e scendete coi piedi sulla Terra del 2008, ma, soprattutto, producete film che la gente vuole tenere e rivedere anche fra trent’anni.

E, di grazia, lasciate perdere la “fibra di vetro”…

L’argomento è tornato in auge quando la stampa italiana ha parlato (per lo più a sproposito e senza una conoscenza specifica) di Facebook.

I sistemi di aggregazione di persone per via telematica sono vecchi come la telematica medesima e probabilmente affondano le loro radici nelle BBS che si interconnettevano via modem, come FidoNet, Sublink, Internet stessa prima dl boom e il network dedicato ad Apple di cui ho dimenticato il nome. Per chi è nato e cresciuto telematicamente su quelle reti, il boom di Internet iniziato nel tardo 1994 non ha rappresentato nulla di nuovo.

La novità a mio modo di vedere è arrivata con la connettività flat casalinga e dei piccoli uffici, che ha permesso la fruizione e la pubblicazione di contenuti in maniera costante.

I sistemi di aggregazione e comunicazione più diffusi sono sempre stati quelli asincroni, ovvero quelli per i quali non è richiesta un’attenzione costante, ovvero ciascuno può decidere autonomamente quando e quanto connettersi senza essere escluso dalla comunità. Il tipico esempio di comunicazione asincrona è la posta elettronica, mentre per la comunicazione sincrona si può citare IRC e tutti i derivati di chat in tempo reale. Altri esempi di comunità asincrone sono Flickr, i blog, i forum, le mailing list, i newsgroup e Facebook. La comunità sincrona per eccellenza è forse Second Life, che richiede un’immersione totale nell’interfaccia.

Il mio personale favore va per le comunità asincrone. Ho provato Second Life, ma confesso che ho la spiacevole sensazione di entrare nel Villaggio della serie The Prisoner, non per il timore di essere sorvegliato, quanto per l’ambientazione contemporaneamente familiare e surreale e per il fatto che molti luoghi sono perennemente vuoti. Facebook, fin’ora, mi piace. Non richiede tanta dedizione, posso ignorarlo per una giornata senza perdermi nulla, si consulta via web e non è per nulla impegnativo.

Moltissime comunità online non sono “utili”, nel senso che probabilmente non si impara qualcosa di fondamentale né si leggono notiziari o commenti autorevoli sugli ultimi avvenimenti. Ma non è questo lo scopo: le comunità servono a rilassarsi, divertirsi, ricontattare un amico perso nei meandri del tempo e della memoria e chiudere la giornata o una sessione di lavoro con il sorriso in volto o con un ricordo piacevole.

È una cosa così brutta?

Gli spettacoli di Lella Costa a teatro sono sempre notevoli. Colpisce ogni volta la sua capacità di reggere due ore di monologo senza colpo ferire e mantenendo costantemente elevate la qualità e l’energia dedicata alla recitazione.

Il “suo” Amleto è veramente particolare.

Non è la recitazione del classico che (non) conosciamo tutti, è un qualcosa di unico in cui si mischiano magistrali recitazioni dei brani del Bardo, battute fulminanti, spiegazioni interessanti e commenti con riferimenti alla realtà.

Credo che gli artisti come Lella Costa siano dei “veri” attori di teatro: persone che con un paio di oggetti di scena e una scenografia minimale riescono ad inchiodare lo spettatore per due ore. Quando c’è una grande artista sul palco e quando c’è qualcosa da dire non serve molto altro.

Ancora una volta, brava Lella Costa!

Ott 16

Uova Fatali

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Image of Le uova fatali

La sera del 16 aprile 1928 Vladimir Ipat’evic Pérsikov, professore di zoologia della IV Università statale e Direttore dell’Istituto Zootecnico di Mosca, entrò nel suo studio annesso all’Istituto di via Herzen. Accese il globo smerigliato sospeso nel centro del soffitto e girò lo sguardo intorno. Come il principio della spaventevole catastrofe va ricercato appunto in quella sera infausta, così il professore Pérsikov, sì proprio lui, deve essere considerato la causa prima della catastrofe stessa.

Uova fatali di Michail Bulgakov (pure il nome in cirillico, tiè: Михаил Булгаков) è un breve racconto scritto nel 1925 e ambientato pochi anni più in là.

Il racconto ha un gusto che ora definiremmo forse steampunk, ma credo abbia un certo rilievo per la data in cui è stato scritto. La storia narra del professor Pérsikov che scopre per puro caso un metodo per aumentare lo sviluppo degli embrioni animali al prezzo dell’aumento della ferocia dei medesimi. Con queste premesse è facile intuire l’evolversi della storia, ma rimane un raccontino gradevole da leggere.

Qualcuno forse ricorderà l’omonimo sceneggiato della RAI degli anni ‘70 diretto da Ugo Gregoretti tratto, appunto, da questa storia.

Se vi capita sotto mano il libercolo dateci un’occhiata.

Ott 16

VMware 6.5

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Fino alla versione 6.0.x chi utilizzava VMware Workstation su Ubuntu doveva lanciare uno script di compilazione che poneva domande non troppo chiare per chi non sia uno smanettone.

Questa operazione non doveva essere eseguita all’installazione, ma ogni volta che veniva aggiornato il kernel, all’incirca una volta ogni 40 giorni.

Tempo fa ho scaricato e installato la nuova versione 6.5 di VMware Workstation. Già nella procedura di installazione ho notato un notevole miglioramento della procedura di installazione dal punto di vista dell’utente medio, in quanto è scomparsa la necessità di eseguire lo script di compilazione.

Questa mattina ho riscontrato il secondo netto miglioramento. Quando VMware 6.5 viene eseguito appena dopo l’aggiornamento del kernel, appare una finestra che avvisa della necessità di ricompilare alcuni moduli. L’operazione avviene automaticamente senza domande criptiche per l’utente medio con l’interfaccia riportata nella figura qui sopra. Il tutto dura qualche decina di secondi, al termine dei quali si può lavorare con VMware.

Ritengo che questo sia un notevole passo in avanti verso la possibilità di utilizzare in ambiente business VMware Workstation utilizzando come sistema operativo ospitante [K]Ubuntu o altre distribuzioni supportate da VMware.

Narra una storiella dell’economia americana che anni fa una ditta di dentifrici, trovandosi in crisi di vendite, abbia chiesto aiuto ai suoi dipendenti. Come vuole il mito americano, è stato uno dei dipendenti a salvare l’azienda per cui lavorava suggerendo di allargare leggermente il beccuccio del tubetto del dentifrico, in modo tale da aumentare la quantità consumata ogni giorno dagli utenti.

Non so quanto sia fondata la storiella, ma è un fatto che da un certo momento in avanti i beccucci dei tubetti di dentifricio abbiano aumentato il loro diametro interno.

Altra storiella, ma questa vera. Qualche giorno fa Chiara, trovandosi a cenare da me, mi fa notare che la CocaCola Light che le ho offerto è scaduta. Effettivamente, non avevo comperato quella bottiglietta il giorno prima (compero la bevanda solamente per lei), ma nemmeno quando si pagava ancora tutto in lire.

Questa mattina al supermercato ho fatto una piccola indagine nella corsia, a me sconosciuta, delle bibite per verificare le date di «consumarsi preferibilmente entro il…». Nel tripudio di colori liquidi degno più di un colorificio che di un reparto di bevande per il consumo umano mi sono concentrato sulle cole. Le date entro cui è preferibile consumare tutte quelle bevande, inclusa la Pepsi, vanno dai dieci ai dodici mesi, con una sola eccezione, la CocaCola, la cui data ultima di consumo preferibile si aggira attorno agli otto mesi.

«È per garantire una miglior qualità del prodotto» risponderebbe probabilmente l’addetto PR della CocaCola se venisse interpellato. A parte una mia limitazione cerebrale che mi impedisce di immaginare come possa peggiorare ulteriormente una CocaCola, Light o classica che sia, mi chiedo come mai la CocaCola sia l’unica tra le cole ad avere una vita di scaffale (shelf life, per i manager rampanti) così bassa.

Come dice Andreotti, a pensar male si commette peccato anche se si rischia di aver ragione, ma a me questa cosa della scadenza così breve puzza un po’…

Ott 05

ParanoidLinux

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ParanoidLinux is an operating system that assumes that its operator is under assault from the government (it was intended for use by Chinese and Syrian dissidents), and it does everything it can to keep your communications and documents a secret. It even throws up a bunch of “chaff” communications that are supposed to disguise the fact that you’re doing anything covert. So while you’re receiving a political message one character at a time, ParanoidLinux is pretending to surf the Web and fill in questionnaires and flirt in chat-rooms. Meanwhile, one in every five hundred characters you receive is your real message, a needle buried in a huge haystack.

Quando Cory Doctorow ha scritto questo brano di Little Brother, Paranoid Linux era solamente una sua invenzione funzionale allo svolgimento del racconto. Qualcuno, però, ha pensato di trasformare la finzione in realtà, così lo scorso maggio è nato il progetto ParanoidLinux.

Per qualche mese il progetto ha cercato una propria identità e ora sembra che l’abbia finalmente trovata. Pochi giorni fa, infatti, nel blog del sito è stato pubblicato l’annuncio del raggiungimento di una alpha-alpha release. Purtroppo non è ancora possibile scaricare un ISO, bruciarlo su un CD e avviare una copia di ParanoidLinux, ma almeno il team ha delineato un percorso.

La privacy è un diritto imprescindibile di un cittadino, sia questa nei confronti di entità private o nei confronti di organizzazioni pubbliche o governative che non hanno uno scopo definito per violarla. Esiste, infatti, una linea netta tra la raccolta di dati per una legittima indagine da parte delle forze di polizia e una raccolta di dati indiscriminata, aprioristica, non garantita da un mandato di un giudice e senza uno scopo dichiarato. Va inoltre ricordato che il motto «chi non ha nulla da nascondere non ha nulla da temere» è tipico delle forze di polizia politica dei regimi totalitari.

Ben vengano, quindi, queste distribuzioni e ogni tipo di software che alzino delle barriere per proteggere i dati informatici di ogni cittadino, così come le mura di casa proteggono i cittadini dallo sguardo di chicchessia.

Quando avete un momento libero, scaricate GnuPG (è disponibile anche una versione italiana del sito) e imparate ad utilizzarlo. Questa è la mia chiave pubblica.

Uno dei grimaldelli utilizzati per convincere molte organizzazioni ad adottare Linux è sempre stata la bassa richiesta di hardware da parte di questo sistema operativo quando vengono paragonate a quelle di Windows Server. È una strategia che ha pagato moltissimo perché è tutt’ora possibile dimostrare che un qualsiasi PC desktop può essere utilizzato per ricoprire il ruolo di un server.

Se ciò aveva un significato quando i costi di un server erano cospicui, credo che ora il gioco al ribasso per i server Linux inizi ad essere un boomerang assai pericoloso.

I sostenitori di Linux sono spesso determinati a dimostrare la bontà del sistema e accettano troppe volte offerte al ribasso sull’hardware fino a raggiungere livelli ridicoli. Non dobbiamo più accettare che l’hardware di scarto di un’organizzazione diventi la base su cui viene costruito un sistema mission critical quale il NAS per i backup, il mail server, il web server della intranet, il fax server…

Se facciamo due conti, i compromessi e il tempo necessario per allestire un sistema funzionante, ma con performance imbarazzanti, costa molto di più di un server base con tre anni di assistenza on site. Per chiarire il concetto, il Dell PowerEdge T105 dell’ultimo server Linux che ho installato (mail server, pop e imap server, antispam, antivirus, firewall, due webmail, fax server) è costato meno di una licenza Windows Server ed ha un processore dual core a 64 bit, due dischi da 250 Gb con controller RAID e 4 Gb di RAM.

A parte la velocità con cui il sistema è andato online, gli utenti si sono accorti immediatamente della differenza rispetto all’hardware precedente (sempre un server Dell, ma un po’ anzianotto) e la soddisfazione dell’utente è uno degli scopi del SysAdmin.

I SysAdmin Linux più oltranzisti mi accuseranno di aver sovrastimato l’hardware e diranno che con meno della metà delle risorse avrei poruto mettere online il medesimo server. A queste persone rispondo che quel server è all’inizio dei suoi (almeno) tre anni di vita e partire con un sistema al limite del carico non è una scelta oculata perché con il tempo il carico può solamente aumentare. Inoltre, in caso di picchi di lavoro, un server non oberato di lavoro ha spazio di manovra per reagire nel migliore dei modi e per fare in modo che gli utenti non si accorgano nemmeno del picco di carico.

L’autunno è tempo di budget e questo non è certo un periodo di vacche grasse. Se è vero che, a parità di performance, molte implementazioni su Linux hanno richieste hardware inferiori, ciò non significa che un’organizzazione debba destinare gli scarti per i server Linux perché non si sta realizzando un risparmio, bensì la procrastinazione e la moltiplicazione di una spesa.

Image of The Audacity of Hope

As he walked away, I was remainded of something Justice Luois Brandies once said: that in a democracy, the most important office is the office of citizen.

Ho preso questo volume più per curiosità che per altro in aerostazione il giorno in cui son partito per le ferie, spinato anche dalla copertura informativa molto precisa offerta da Jefferson Ming, che seguo ogni volta che mi è possibile.

Questo libro viaggiava assieme Singularity Sky e al Cybook e, dopo aver sfogliato le prime pagine, ho fatto un po’ fatica a metterlo da parte per terminare il libro di Stross.

Lungi dal voler fare campagna elettorale, anche perché dubito che qualche lettore di queste righe possa votare per le presidenziali e, comunque, dubito che possa essere mosso da questo post.

La parte più interessante del libro è la prima metà, quando vengono trattati temi che vanno oltre i confini degli States. Indubbiamente Obama scrive con uno stile sopra la media rispetto agli scrittori americani: nessuna ripetizione, vocabolario esteso e periodi con più di cinque parole.

Le sue riflessioni, quelle di un docente di diritto costituzionale, sono molto interessanti ed equilibrate. Ci sono passi in cui viene voglia di stringere la mano all’autore, anche per la sua visione dei Repubblicani, che non vengono demonizzati, ma sono semplicemente persone che non la pensano come lui.

Dalle righe traspare anche la notevole differenza (nel bene e nel male) tra il modo di fare politica americano e italiano. Da Senatore, Obama scende in mezzo alla gente, va a parlare con le persone, si reca nei piccoli paesi del suo Stato per ascoltare i suoi concittadini. Il tutto non solo senza frapporre guardie del corpo tra lui e la gente ma senza nemmeno portarle con sé.

Negli ultimi sette giorni ho interagito con due call centre differenti.

Il primo mi ha risposto in un tempo ragionevole, la persona era gentile, cordiale, con un tono di voce gioviale e non solo ha risposto ad ogni mia domanda, ma ha anche proposto soluzioni alternative che non conoscevo, guidandomi verso la scelta giusta. Molto probabilmente la società a cui fa capo questo call centre si beccherà 25/30€ in più al mese per un servizio che è stato esaurientemente illustrato dall’operatore.

Il secondo call centre mi ha fatto aspettare oltre quindici minuti; chi mi ha risposto aveva una voce assonnata e svogliata e un atteggiamento indisponente che lasciava trasparire fin troppo bene la voglia di chiudere rapidamente e di levarsi di torno questo stracciapalle. Ho inoltre scoperto che un suo collega un mese prima mi aveva dato notizie false facendomi percorrere una strada inconcludente che non ha risolto il problema perché anche lui a suo tempo non aveva ascoltato ciò che gli veniva spiegato e aveva agito in maniera arrogante. Quasi sicuramente la società a cui fa capo questo call centre riceverà una lettera di disdetta dal titolare del servizio, che si è sentito sentito raggirato una volta di troppo. Di più, detto titolare acquisterà un servizio analogo dalla società di cui all’esempio precedente.

Le due società in questione sono Vodafone e Telecom (servizio Alice Business). Lascio ai miei due lettori il compito di indovinare a quale delle due si applicano le storie citate in questo post.

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