Entries from Aprile 2010 ↓

Red Hat 6.0 Beta

Schermata introduttiva dell'installazioneSu segnalazione del blog di Karanbir Singh, ho scaricato la beta della Red Hat 6.0; Karanbir ha scritto le sue prime impressioni sui package della nuova versione, scrivo qui di seguito le mie, dopo aver installato il sistema operativo in una macchina virtuale di vmware workstation.

La scelta dei device di installazione durante il setup è molto variegata e denota evidentemente un’attenzione agli ambienti enterprise: vengono supportati nativamente molti tipi di ambienti SAN e di soluzioni RAID.

Anche la scelta della partizione di installazione è molto più variegata della versione precedente e include la possibilità di ridurre lo spazio di una partizione esistente; non posso però verificare questa funzione durante questo test, quindi seleziono la definizione personalizzata delle partizioni, in cui il default è ext4. Creo una partizione boot, una swap e il resto sotto il root file system. Noto che è stata aggiunta una finestra che avvisa quando i dati delle partizioni stanno per essere fisicamente scritti sul disco.

Anche la scelta dei pacchetti di installazione rivela un’attenzione più agli ambienti enterprise che allo smanettone casalingo, pur non tralasciandone le necessità. Apprezzo molto la razionalizzazione dei gruppi di pacchetti, più orientata alle funzionalità dei programmi, molto più razionale della versione precedente.

Non so se sia a causa della beta, ma in questa versione la dipendenza dei pacchetti non è ancora stata definita, quindi se non si definiscono esplicitamente i pacchetti, questi non vengono installati, anche se sono stati selezionati dei pacchetti “dipendenti” (in poche parole, se selezionate gnome, ricordatevi di selezionare anche X Windows, altrimenti non funziona nulla).

Due differenze con la vecchia versione al termine dell’installazione: è ora obbligatorio creare un utente (ottimo, non si lavora come root) e selinux è abilitato per default in modo enforcing. Per disabilitare selinux basta editare

Le impressioni di lavoro in produzione sono difficili da dare su una beta appena uscita, mi limito, quindi, a fornire un elenco di verisoni di programmi distribuiti, che saranno, probabilmente, quelle con cui dovremo lavorare nei prossimi anni, se decideremo per Red Hat o CentOS:

  • Apache 2.2
  • PHP 5.3
  • Postfix 2.6 (finalmente il default al posto di sendmail)
  • MySQL 5.1
  • Postgresql 8.4
  • OpenOffice 3.1
  • Thunderbird 3.0
  • Firefox 3.5
  • Samba 3.4

Plug and Play

Un cliente ha acquistato un server nuovo un HP ProLiant ML150 G6 con Windows 2008 R2 per aggiornare il suo vecchio server. Sembrava una passeggiata, visto che Windows 2008 è fuori da tempo e HP, seguendo le orme di Compaq, fornisce un CD (SmartStart o Easy Setup, a seconda dai modelli) per l’installazione guidata.

Povero illuso.

Il CD di Easy Setup 1.0 fornito con il server non supporta Windows 2008 R2 x64 Microsoft OEM, decido quindi di provare a scaricare la versione 2.0 (500 Mb), ma nemmeno quella supporta questa versione di Windows.

Scarico, quindi, i driver del controller (Smart Array B110i), il setup di Windows me li carica correttamente, mi lascia creare una partizione, me la lascia formattare, ma al momento di avviare il setup, il programma dice di non riuscire a trovare alcun disco o alcuna partizione utilizzabile. Notare che è il medesimo programma che ha appena creato e formattato la partizione. C’è qualcosa di molto strano.

Sconsolato, mi rivolgo al supporto HP, da cui apprendo che, dal momento che i dischi e il lettore DVD del server sono gestiti dal medesimo controller, il setup di Windows 2008 si incasina: devo installare da chiavetta USB utilizzando il Windows 7 USB/DVD Download Tool, che, nonostante il nome, va bene anche per Windows 2008. Ringrazio e mi armo di tanta pazienza per seguire la procedura indicata, fortuna che ho con me due chiavette da 4 Gb e il fido portatile.

Scarico l’utility indicata, tento di installarla ma necessita delle Microsoft Image Mastering API v2; scarico anche quelle, le installo, ma hanno bisogno del reboot. E vabbè, riavviamo.

Installo e avvio il Windows 7 usb/dvd download tool ma scopro che l’utility non legge il DVD, ma vuole un’immagine ISO. Creo, quindi, l’immagine ISO del DVD con un programma esterno e la do in pasto all’utility, che la accetta, formatta la chiavetta e copia i file di installazione. Teniamo presente che l’immagine ISO sono 3 Gb, che sono stati prima trasferiti dal lettore DVD e poi ritrasferiti sulla chiavetta USB. Ci vuole un po’ di tempo per fare tutto ciò.

Alla fine della creazione della chiavetta di boot l’utility dice che la copia è terminata, ma non le è possibile aggiornare il boot record della chiavetta perché non trova l’utility BOOTSECT.EXE. Dirlo prima di un’ora di copia dei file no, eh? Maledetti…

A quanto pare, BOOTSECT.EXE può essere facilmente scaricato dal sito Microsoft utilizzando le medesime credenziali con cui si accede all’area di download per scaricare l’ISO di installazione di Windows. Peccato che io non sia in possesso di quelle credenziali perché l’ISO l’ho creato dal DVD, non l’ho scaricato dal loro sito. Ma non è un problema perché ci sono sempre delle fonti alternative.

Una volta ottenuto BOOTSECT.EXE, secondo le istruzioni di Microsoft avrei dovuto copiarlo in una directory particolare e rilanciare la creazione della chiavetta (un’altra ora di non-lavoro). Dopo qualche tentativo ho divinato la command line giusta per creare il boot sector della chiavetta: bootsect.exe /nt60 x:

Fatto ciò, il percorso è oramai in discesa: una volta copiati sulla chiavetta i driver del controller, l’installazione di Windows è andata via come un olio.

Dopotutto, non era così difficile!

Cosa significherebbe un controllo di Internet

La notizia: il motore di ricerca cinese Baidu ha bloccato le ricerche con parole chiave che hanno a che fare con il terremoto appena verificatosi nella regione del Qinghai che ha provocato, per ora, 400 vittime e 8.000 feriti.

Il contrasto con altri motori di ricerca occidentali è stridente: noi utilizziamo i motori di ricerca quando abbiamo bisogno di notizie, un esempio è l’analisi compiuta da Google trends (già Google zeitgeist). Limitare le ricerche proprio nel momento in cui sono più utili è un’azione che non ha certo bisogno di commenti.

Internet non è un brutto babau in cui non vigono regole, come ha scritto un giudice italiano (signor giudice, cosa ne pensa degli stadi italiani?). È un posto con delle regole differenti, che possono confondere chi si ostina a non volerle comprendere e insiste nel voler applicare paradigmi dello scorso millennio ad una tecnologia nuova. Internet è uno strumento in cui “pluralità d’informazione” non significa poter leggere sia il Corsera, sia la Repubblica, ma poter leggere il Guardian, Al Jazeera, il NY Times, El País, la FAZ, e Haaretz, farsi una propria idea di cosa stia succedendo e magari concludere facendosi due risate con il Sun e la Bild.

Possa questa pluralità avere vita lunga e prospera, ma stiamoci attenti.

Questi sono i miei supereroi

Apollo XIIIQuarant’anni fa in queste ore Jack Swigert attivava, su consiglio del controllo missione, il sistema di rimescolamento delle bombole di ossigeno del modulo di servizio dell’Apollo XIII. A causa di una serie di piccoli incidenti capitati alla bombola di ossigeno numero 2, l’attivazione del sistema di rimescolamento ne provocava l’esplosione, annunciata dal comandante Jim Lovell con la famosa frase «Houston, we’ve had a problem here». L’esplosione distruggeva tutto il settore numero 3 del modulo di servizio, comprese le celle a combustibile.

I giorni successivi l’esplosione della bombola di ossigeno sono stati probabilmente uno dei più bei momenti della NASA. Le persone a terra sono riuscite a riportare a casa i tre astronauti (il terzo era Fred Haise) sani e salvi grazie alla loro incredibile competenza e ad un formidabile coordinamento. I tecnici non hanno dato nulla per scontato e hanno dovuto creare da zero una procedura di ritorno a terra basandosi su dati spesso poco certi.

Tra questi val la pena di citare John Aaron, già noto per il suggerimento «SCE to ‘Aux’» che aveva salvato la missione Apollo 12. Dopo l’esplosione, Gene Kranz aveva incaricato Aaron di supervisionare il razionamento dell’energia durante il volo di rientro; una delle sue soluzioni, sebbene contraria alle procedure del periodo, è stata l’idea di attivare la strumentazione all’ultimo momento, per poter disporre di energia sufficiente per azionare i sistemi automatici per l’apertura dei paracadute.

Se non l’avete mai fatto, questo potrebbe essere un buon momento per vedere il film di Ron Howard Apollo 13, che non ha la fedeltà di un documento storico (e non pretende di esserlo), ma è quanto di più vicino ad una narrazione fedele che si possa chiedere ad un film.

Per amor di precisione, la missione è iniziata l’11 aprile 1970 alle 19:13:00 UTC; l’esplosione della bombola d’ossigeno numero 2 è avvenuta il 14 aprile 1970 alle 03:07:53 UTC (55h55m GET); l’ammaraggio è avvenuto il 17 aprile 1970 alle 18:07:41 UTC