Titoli di testa: 1926

— DECIMA! — esclamò il regista e, abbassando il megafono, tornò a sedersi. La sedia, sotto il suo peso, sprofondò un po’ di più nella sabbia e il regista, risistemandosi con irritazione, spostò lo sguardo sullo stallone al galoppo sulla distesa di sabbia davanti a lui, mentre il suo cavaliere incappucciato nel tradizionale burnus dei beduini si teneva forte alla sella per resistere alla violenta e abrasiva corrente d’aria generata dalle macchine del vento.

— Se la sta cavando bene… — cantilenò l’aiuto regista.

A fianco a lui, Rodolfo Valentino - vestito con un burnus dello stesso colore di quello del cavaliere - annuì con espressione grave. Osservarono il cavallo e il cavaliere che andavano su per una duna di sabbia, poi giù dalla successiva, avvicinandosi via via al punto in cui avrebbero potuto tagliare…

— Oh-oh! — esclamò il macchinista.

Dal mare alle loro spalle si levò il vento, quello vero, che si insinuò fin sulla distesa di sabbia, strappando una fronda dalle stanche palme finte che circondavano il set del Campo dello Sceicco, che andò a finire, mulinando, proprio davanti allo stallone.

Il cavallo arrestò la sua corsa all’improvviso, terrorizzato, e prese a sgroppare con forza. Circa un secondo più tardi, il valoroso cavaliere fu scagliato per aria e, vorticando braccia e gambe in modo scomposto, ricadde a testa in giù sulla sabbia.

— Oh, cristo! — ringhiò il regista. — TAGLIA! SPEGNI IL VENTO!

— STAI BENE, LEWIS? — gridò il segretario di edizione.

Il cavaliere si tirò su a sedere con movimenti incerti, liberandosi la faccia dalle abbondanti pieghe di stoffa del burnus. Sollevò la mano destra e fece un gesto affermativo con la mano.

— PREPARARSI PER L’UNDICESIMA! — esclamò l’aiuto regista.

Il cavaliere si mise in piedi a fatica e riuscì a calmare la sua cavalcatura; quindi la prese per le briglie e si allontanarono insieme, percorrendo a ritroso il tragitto sulla sabbia fino al loro segno.

Il vento salmastro cancellò le tracce del loro passaggio.

— Il vento non calerà, lo sai — sottolineò Valentino, pessimista. Si accarezzò la finta barba che lo faceva apparire più vecchio di quanto non sarebbe mai diventato.

— Non è che per caso abbiamo un cavallo del posto, uno che non si lasci spaventare da quelle dannate foglie di palma? — chiese il macchinista.

— Certo. Cavalli da tiro! — gli rispose il regista. — Senti, quello stallone arabo l’abbiamo pagato caro. Hai per caso sentito il nostro uomo lamentarsi? Io non l’ho sentito.

— Io non riesco neppure a vederlo — puntualizzò l’aiuto regista, scrutando l’orizzonte. — Gesù, non è che è caduto ed è morto o roba simile, lì fuori?

Ma in quel momento, da dietro la duna di sabbia, sbucarono cavallo e cavaliere e la coppia riprese posizione in cima alla duna più lontana.

— Macché. Visto? — esclamò il regista. — Il piccoletto è un professionista. — Sollevò il megafono, guardando Lewis rimontare in sella. Il segretario di edizione aggiornò col gessetto il numero della scena e sollevò il ciak davanti alla telecamera.

Ciak!

— AZIONARE LE MACCHINE DEL VENTO… E… UNDICESIMA!

Ed ecco che ritornavano, correndo nel vento e nella luce del tramonto, su onde del colore del manto di un leone, mentre la telecamera.

Ora sulla cima dell’ultima duna e poi giù, scomparendo…

Scomparendo.

Il macchinista e l’aiuto regista gemettero in coro. Valentino fece una smorfia.

— Non li vedo più, signor Fitzmaurice — disse l’assistente di edizione.

— Dove diavolo sono finiti! — sbraitò il regista. — TAGLIA! TAGLIA E SPEGNI QUEL DANNATO VENTO.

— Scusate! — gridò una voce lontana e, un secondo più tardi, Lewis spuntò da dietro la duna, camminando a grandi passi e tirandosi dietro uno stallone piuttosto agitato. — Ho paura che abbiamo avuto una piccola caduta, lì dietro.

— ADDETTI AGLI ANIMALI! Jadaan è caduto — gridò l’aiuto regista, con voce orripilata, e dal campo sulla spiaggia una mezza dozzina di addetti agli animali giunsero di corsa. Fecero capannello intorno allo stallone, preoccupati. Lewis lo lasciò alle loro cure e proseguì con fatica verso il regista.

Il cappuccio del burnus gli era ricaduto intorno al collo e i suoi capelli biondi e lisci si agitavano nel vento, facendo apparire il trucco olivastro sulla pelle - o meglio, quello che ne restava dopo le ripetute cadute a faccia in giù contro la sabbia delle dune - del tutto incongruente.

Sputò un grumo di sabbia e fece un largo sorriso, strappandosi via la barba finta, incollata con gomma arabica disciolta nell’alcol.

— Ovviamente, se lei è pronto per un altro ciak, lo sono anch’io, signor Fitzmaurice — disse Lewis.

— No — rispose Valentino. — Finiremo per ucciderlo o per far fuori il cavallo. O entrambi.

— Oh, ‘fanculo — sentenziò il regista. — Dentro la scatola abbiamo già un bel po’ di girato di qualità. E poi la luce ormai sta calando. Vediamo cosa riusciamo a fare con quell’ultimo ciak, fino a quando è durato.

Lewis annuì e continuò ad avanzare con fatica nella sabbia, intento a togliersi il costume. Valentino fece un passo in avanti per appoggiargli una mano sulla spalla. Lewis lo guardò strizzando gli occhi a fessura, sbattendo gli occhi per togliersi la sabbia dalle ciglia.

— Sei un gran lavoratore, amico — gli disse Valentino. — Ma dovresti lasciar perdere i cavalli. Fa male anche solo guardarti.

— Oh… Ehm… grazie. È divertente essere Rodolfo Valentino per qualche ora, comunque — rispose Lewis, facendo comparire una penna dal nulla. — Potrei avere il suo autografo, signor Valentino?

— Ma certo — rispose Valentino, guardandosi intorno per cercare, inutilmente, qualcosa da autografare. Sempre dal nulla, Lewis tirò fuori un copione del film e lo porse a Valentino.

— Il tuo nome, come si scrive?

— L-e-w-i-s, signor Valentino. Lì come le sembra? — suggerì. — Lì, sotto a dove c’è scritto Il figlio dello Sceicco?

Con una gioia curiosamente trattenuta, guardò Valentino che scriveva:

“Al mio alter ego Lewis. Rodolfo Valentino.”

— Ecco fatto — gli disse Valentino, riconsegnandogli il copione. — Ma basta cadute di testa, eh?

— Tante grazie. È molto gentile a preoccuparsi per me, ma è tutto a posto, sul serio — rispose Lewis. — Un paio di cadute non sono un problema. Sono uno stuntman professionista, dopotutto.

Fece sparire il copione tra le pieghe del costume e si trascinò fino alla riva del mare, dove le comparse e la troupe si stavano ammassando nel cassone di un vecchio camion scoperto. L’autista aveva già avviato il motore e lo faceva ruggire per tenerlo su di giri, ansioso di iniziare il viaggio verso Pismo Beach prima che la marea cambiasse e li facesse impantanare di nuovo.

Valentino guardò Lewis che si allontanava, scuotendo il capo.

— Non ti preoccupare per quel tizio, Rudy — gli disse il regista, ripulendo il megafono dalla sabbia. — Lo so che sembra uno spericolato, ma non l’ho mai visto farsi male. E intendo proprio mai.

— La fortuna, però, a un certo punto vola via, come la sabbia. — Valentino fece un sorriso ironico, indicando le dune che si stendevano a perdita d’occhio alle sue spalle, dove la luce sempre più obliqua del sole calante faceva allungare la sua ombra fino ai confini del mondo.

— Non è così? E quello lì, secondo me, ha la faccia di uno destinato a morire giovane.

Ironico sentire quelle parole uscire dalle labbra di Valentino, considerato che lui stesso sarebbe morto entro l’anno e che Lewis invece, in quel particolare giorno del 1926, fosse sul punto di compiere 1823 anni.

O per lo meno, li avrebbe compiuti se noi immortali ce l’avessimo, il compleanno.