di Vittorio Catani

Il suo primo racconto apparve nel 1962 sull'edizione italiana di "Galaxy". Ha vinto la prima edizione del Premio Urania (1980). Ancora non sa cosa farà da grande, sa solo che per lui non ha piu' senso chiederselo.

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QUANDO LE RADICI

Giuliano Giachino Giuliano Giachino (Torino, 1943) esordì come autore di narrativa fantastica e fantascientifica a metà degli anni '70, partecipando annualmente al premio Mary Shelley indetto dalla fanzine padovana The Time Machine. Per due volte - 1975 e 1978 - si piazzò tra i finalisti, e risultò vincitore nel 1976 e nel 1979. Ma il suo rapporto con la fantascienza risaliva a molti anni prima (1957).

Quanto a The Time Machine, ho già avuto modo di scriverne in questa rubrica: vale tuttavia la pena ricordare che il gruppo di cui era emanazione, il CFP (Club Fantascienza Padova, in cui spiccavano Mauro Gaffo e Franco Stocco) fu particolarmente attivo per undici anni, fino al 1985. Nei suoi 50 numeri, TTM finì con l'assumere le connotazioni di una vera e propria rivista, con collaboratori di qualità e varie iniziative collaterali. Sulle sue pagine apparvero, fra centinaia di altre, le firme di Renato Pestriniero, Lino Aldani, Daniele Brolli, Enzo Verrengia, Mariangela Cerrino, Lanfranco Fabriani, Daniela Piegai, Grazia Lipos, Gianluigi Pilu, Gilda Musa, Inisero Cremaschi, Gianluigi Zuddas, Miriam Poloniato; io stesso ebbi occasione di pubblicarvi alcuni racconti. Il duo Gaffo-Stocco fu anche promotore di alcune convention decisamente riuscite, tra cui richiamo almeno la OrwellCon, organizzata a Montegrotto, ovviamente nel "fatidico" 1984.

Chiusasi la notevole esperienza di TTM, Giachino cercò altri spazi, e li trovò dapprima presso la fanzine di Vercelli The Dark Side, poi nelle pagine della rivista Futuro Europa (diretta da Lino Aldani e Ugo Malaguti, giunta oggi al ventisettesimo fascicolo), nonché partecipando a numerose edizioni del Premio Courmayeur, promosso dalla Keltia Editrice. Anche qui i risultati furono buoni: varie volte finalista, nonché primo classificato nel 1993 e 1996. Nel '93 aveva partecipato con Lo Scudo di Anghor: il racconto che stavolta Quando le radici... propone alla vostra attenzione.

Assiduo frequentatore delle convention di fantascienza, autore di una ventina di storie brevi, di numerosi articoli, recensioni, conferenze, prose di vario genere, Giachino (laureato in Medicina e Chirurgia, attualmente Direttore dell'U.O.A. di Nefrologia e Dialisi dell'ASL n. 5 presso l'ospedale di Rivoli, Torino) ha mantenuto negli anni una produzione non intensa ma costante, che certo meriterebbe maggiore diffusione. Le sue tematiche sono varie e spaziano dalla fantascienza avventurosa al cyberpunk, alle leggende ladine e delle Dolomiti (argomento in cui Giachino è un esperto), all'horror, fino alla rielaborazione fantastica di lavori musicali (è anche un approfondito conoscitore e amatore delle opere di Richard Wagner; e c'è una sua storia intitolata Omaggio a Bela Bartók). Durante la convention sammarinese del 1997 Giachino presentò una conferenza-spettacolo di cui era coautore unitamente ad Annamaria Bonavoglia, Eroi ed eroine alati nella science fiction. La pièce prendeva spunto da numerose opere fantastiche e si avvaleva anche delle musiche di Edoardo Volpi Kellermann per il brano L'ultimo volo di Maris di Amberly (dal romanzo Il pianeta dei venti, di George R.R. Martin e Lisa Tuttle).

Quanto a Lo Scudo di Anghor, è una storia di fantascienza sostanzialmente avventurosa, ma attenta alla costruzione dei personaggi, e che rielabora alcuni temi in modo personale attraverso una prosa evocativa, efficace. Ed è indubbiamente nuova l'idea dello Scudo, sorta di gigantesco dente roccioso alto quasi 400 km., piantato sulla superficie dello sperduto pianeta Anghor e in cima al quale, oltre lo strato atmosferico, è ubicata una Stazione abitata da un insolito, affascinante Osservatore. Lo Scudo sta per crollare, e provocherà un immane cataclisma: tre giornalisti si recano sulla Stazione in cerca di uno scoop. Ovviamente gli eventi prenderanno una piega inattesa...


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