Il lavoro, come sempre, mi annoiava.

Era mattina presto, ma già faceva caldo. I raggi della nostra stella principale sembravano poter sciogliere le incrostazioni nere dai palazzi sfioracielo, ma tutto rimaneva così com'era, in una statica morte apparente.

Fermo sul marciapiede, in attesa del permesso del semaforo senziente per poter attraversare, vidi il bambino. Poteva avere al massimo quattro o cinque anni. Indossava un completino da marinaretto con il cappellino blu. Una cartellina di finta pelle, che dava l'impressione di scoppiare da un momento all'altro, gli piegava una spalla in giù. Era veramente molto bello.

Cercai di avvicinarmi a lui. Si voltò per un attimo, attratto da un venditore ambulante di hot-dog. Il suo viso era angelico, perfetto nei lineamenti. Anche lui mi guardò, ma senza vedermi veramente; il mio volto si perdeva nella moltitudine della folla ondeggiante, eravamo anemoni di mare adagiati su un marciapiede. La camicetta aderiva perfettamente alla sua schiena e... una scossa elettrica percorse tutto il mio corpo: era il 'mio' bambino. Non c'erano dubbi.

"Passare ora, passare ora!" il semaforo impartiva i suoi ordini con un tono suadente, come se volesse convincerci dell'assenza assoluta di pericolo. Purtroppo, questa sicurezza, non l'avrebbe avuta mai nessuno. Anche la mamma di quel bimbo aveva baciato il suo frugoletto sulla fronte, sicura di rivederlo la sera stessa, ma non sarebbe andata così.

 

Il ragazzino prese un tram-ascensore. Io non feci in tempo a salire nella sua cabina e fui costretto a seguirlo su quella immediatamente successiva. Una volta presi a bordo gli inquilini di un'enorme condominio di trecento piani, ridiscendemmo verso la strada, per poi incanalarci nel serpentone infinito del traffico mattutino.

Dovevo solo essere paziente e sfruttare il momento in cui ci saremmo trovati in un posto isolato. Mi annoiava giocare al gatto e la topo, era una situazione che ormai si ripeteva immutata da anni. Però 'dovevo' farlo, non avevo altra scelta.

 

A una fermata davanti lo spazioporto, il fanciullo scese dal tram e in tutta ferra chiamò un aerotaxi, sparì nel cielo reso marrone dallo smog. Presi anch'io al volo un taxi e ordinai alla roboguida di seguire il veivolo appena decollato. La vista dai finestrini diventò uniforme come se ci fossimo immersi in una mare di gelatina al cacao; sembrava più di essere su un sottomarino che su un aereo.

Atterrammo in uno spazioparcheggio di un centro commerciale. Pagai, passando il codice a barre impresso sul mio polso sulla fotocellula, e scesi di corsa cercando di non perdere di vista il mio 'piccolo' obiettivo.

 

Come tutti i centri commerciali-città, il Sensorial Market IXX, era un guazzabuglio di culture e colori differenti. Si poteva trovare di tutto: merce legale, refurtiva e oggetti alieni. In questi centri la polizia non entrava, c'erano troppi interessi economici e troppe tangenti pagate regolarmente. Gli schiamazzi e le liti erano una costante. Era il posto giusto per acchiappare definitivamente il bambino senza dare troppo nell'occhio. Affrettai il passo.

Il mio marinaretto continuava a schivare persone sculettando amabilmente. Dopo un negozio di libri da compagnia multimediali, svoltò bruscamente e prese una scala che lo avrebbe condotto al primo sotto livello. Lì, probabilmente, c'era la sua scuola. Dovevo fare il mio meglio per non fargliela raggiungere. Scesi anch'io divorando i gradini tre alla volta. Iniziai a correre, distava cinquanta metri da me. Mi sentì, si voltò e assunse un'espressione terrorizzata. Cominciò a correre anche lui. Aumentai il ritmo delle falcate. I nostri passi rimbombavano sui soffitti bassi e sporchi di umidità. Gli fui addosso. Lo afferrai per il colletto e lo feci cadere in terra. Per lo slancio interrotto bruscamente fece una serie di capriole scomposte. Gli fui sopra.