Non c'era più traccia del sole sul mare lucido come una lama. Pesci morti, o moribondi, cominciarono ad apparire sull'acqua, in morbido galleggiamento, dischiudendo i molli ventri, boccheggiando contro il cielo vuoto.

Kladis si alzò, immergendosi fino al ginocchio; ne scelse uno, lo tenne per la coda, sollevandolo. Verglas lo raggiunse, glielo prese dalla mano, con un morso ne staccò un pezzo e si mise a masticarlo.

- Perché credi che i pesci muoiano? chiese.

- Non lo so - rispose Kladis che adesso guardava verso i grattacieli di vetro sui quali erano accesi occhi di luce gialla.

Si affacciava gente che cominciò a sternutire, tossire, bestemmiare, gridare, e che cominciò a chiamare, a muoversi forsennatamente in tutte le direzioni mentre l'intero quartiere si animava e pullulava. Molti correvano verso le automobili, cercando forse di recuperare ancora qualcosa; rimanevano imprigionati nella melma dei pneumatici liquefatti e abbandonavano lì le scarpe, correndo a piedi nudi sull'asfalto dal quale si sollevava ancora un denso vapore.

Verglas gettò nell'acqua ciò che rimaneva del pesce. Guardò verso i grattacieli.

- Non ci sono le stelle - disse.

- Non ancora - disse Kladis. - Ma non dovresti preoccuparti. Non è ancora il momento.

- E' questo strano?

- Appariranno. Conoscevo un tizio che aveva paura delle stelle. Non le aspettava come fai tu. Ogni volta che apparivano gli si aprivano bolle su tutto il corpo. Non vorrai fare la stessa fine?

Risero.

- Le stelle sono come il sole? - chiese Verglas.

- Sono stelle. Sono molto più lontane - rispose Kladis - e non si avvicineranno mai... Rimarranno sempre lì dove le vedi.

- Io non le vedo. Anche del sole mi avevi detto la stessa cosa, che non si sarebbe avvicinato mai... Staremo qui tutta la notte?

- Sì.

- Bene.

- Bene.

Verglas tornò a sedersi.

- Tra poco scenderanno - disse poi.

- Non importa - disse Kladis che ostinatamente osservava la superficie del mare.

Quasi d'improvviso, il cielo diventò nero, incollandosi inesorabilmente all'acqua che pure diventò nera.

Una moltitudine si riversò sulla spiaggia. Erano venuti dal quartiere e si sparpagliavano ovunque; portavano grandi torce elettriche. Sull'acqua e nel cielo si intrecciavano disordinatamente fasci di luce. Bambini, donne, cani affollavano il mare riempiendo l'aria di voci, grida, richiami, risa. Correvano tutti a bagnarsi tuffandosi, rotolandosi, rincorrendosi freneticamente, entrando e uscendo di continuo dall'acqua che diventava sempre più buia. E sempre meno calda.

Intorno agli scogli transitavano veloci correnti che emanavano calore e bruciavano le gambe; sparivano subito, risucchiate verso l'alto mare.

Avevano legato le torce sulla schiena dei cani, e capitava che qualcuno di essi, sfuggendo al richiamo, cercasse di liberarsene impennandosi, lanciando fasci di luce in mille direzioni, come un faro impazzito. I giovani allora rincorrevano le bestie bloccando loro le zampe, facendole rotolare sulla sabbia; e durante la breve lotta, la torcia continuava a roteare pazzescamente col suo occhio acceso.

Molti stavano immersi fino al ginocchio, e aspettavano di vedere apparire in superficie i pesci che, dopo l'ultima disperata boccata nell'aria infetta, rimanevano stecchiti. Venivano presi e subito mangiati. I più grandi venivano portati a riva dove erano stati accesi innumerevoli fuochi e preparate braci pronte a riceverli. L'odore di arrosto si diffondeva dappertutto, e si creavano allegri capannelli.

Immergendo appena le dita sotto la sabbia ancora calda, si potevano trovare grandi conchiglie che si aprivano se solo si puntava verso di loro la luce della torcia; le dure labbra del guscio si staccavano pian piano, e da quella bocca usciva vapore misto a un forte e stuzzichevole odore di mollusco. Quando lo spazio tra un labbro e l'altro era tale da poterci ficcare un dito, bastava esercitare una leggera pressione e il guscio si spalancava, lasciando apparire una tenera e gustosa poltiglia.