— Se il romanzo, o il film, vengono prodotti, li utilizziamo per la campagna pubblicitaria. Poi li eliminiamo. Su questo punto l’Associazione Attori è intransigente. — Vide l’espressione perplessa di Livia e precisò — Non hanno coscienza propria, badi bene. — Non è un po’ crudele?

L’uomo scosse la testa. — No, affatto. E’ il mondo degli affari. — Si alzò di scatto, prese un bastone da passeggio, si infilò un cappotto e concluse — ora, se vuole scusarmi, ho un appuntamento.

— Ma non abbiamo finito… — disse Livia stupita.

— Se lo desidera potremmo continuare stasera. Diciamo… alle otto al Caffè Marly? Lo conosce? E’ in Rue De Rivoli. Le manderò una carrozza. Ci saranno un po’ di amici. E anche Toulouse Lautrec. Sentirlo parlare è sempre un piacere. — Si esibì in un elegante baciamano e uscì.

Livia lo guardò allontanarsi, perplessa, mentre imboccava le scale con un passo felpato. Rue De Rivolì? Carrozza? Era una avance? Un tentativo di seduzione? Aprì la bocca per chiamarlo, ma era già sparito. Attese una decina di minuti, inutilmente. Piantata su due piedi! Alla faccia del fascino femminile, pensò irritata. Era nei guai, non aveva raccolto abbastanza materiale per un articolo.

Le sirene di allarme scattarono all’improvviso. Un suono lacerante e acuto.

Il corridoio si animò. Poliziotti, in assetto da guerriglia, con caschi neri e pistole in mano, sbucarono da un ascensore correndo e urlando. Una luce rossa lampeggiava in cima alle scale. Livia rimase ferma sull’ingresso dell’ufficio, spaventata, mentre gli passavano davanti.

Di colpo, capì. Non aveva parlato con Ferrero, ma con un clone! Un prototipo sperimentale di qualche futuro romanzo. Così ben programmato da voler vivere la sua vita al di fuori dell’edificio.

Allora era questo che accadeva, nella Fabbrica. Ogni tanto i personaggi cercavano di fuggire. Livia pensò con un brivido a una produzione horror. Serial Killer, vampiri, psicopatici. Era sicuro quel posto? Era mai accaduto che qualche clone riuscisse a far perdere le tracce e scorazzasse per la città uccidendo vittime innocenti?

Si guardò attorno. Era sola. In un’area riservata. Un brivido le percorse la schiena. Doveva approfittarne. Sull’attaccapanni trovò un camice bianco. Lo indossò e si diresse verso i laboratori, camminando furtiva poggiata alle pareti. I neon erano spenti e lampeggiavano solo le luci di sicurezza.

 Alcuni tecnici gridavano al telefono, altri correvano. Tre uomini discutevano indicando l’esterno. L’aria era carica di elettricità e confusione. Nessuno sembrava far caso alla sua presenza. Seguì le indicazioni sino alla Sala Clonazione, chiusa da una massiccia porta in acciaio verde con un oblò di vetro opaco. Come in una corsia di ospedale.

All’improvviso lo scatto del maniglione antipanico la fece sobbalzare. Un uomo in camicie verde, con la barba bianca ben curata e lo sguardo infastidito, uscì fuori.

— Che cosa succede? — chiese scontroso.

Il cuore di Livia perse un colpo. — Credo sia fuggito qualcuno — mormorò a testa bassa.

— I soliti buchi di sicurezza — l’uomo scosse la testa, come se la cosa fosse abituale. — Ho sempre sostenuto che la Fabbrica andrebbe spostata in un luogo deserto, lontano dai centri abitati.

Stava per continuare quando il cellulare squillò. Rispose, e si allontanò bofonchiando a voce bassa. La porta era rimasta aperta, Livia si infilò rapida.

Si era aspettata un corridoio lungo e stretto. Al contrario si ritrovò in un ambiente enorme, illuminato a giorno. Faceva freddo, come in una cella frigorifera. Al centro e lungo le pareti si susseguivano piani di lavoro, schermi e computer, affollati da tecnici e personale vario. A Livia vennero in mente le vecchie immagini della sala di controllo del progetto Apollo. Con una differenza.

Cilindri.

Alti tre metri, pieni di liquido, allineati sul muro in fondo alla sala. Livia si avvicinò. All’interno si agitavano dei corpi, con tubi infilati in gola e fili piantati nella testa.  Dunque era lì che creavano i personaggi.

Il personale era concentrato sul lavoro, nessuno la notò. Fece qualche passo. Su un bancone di zinco, vicino ai cilindri, erano allineati dei corpi nudi, come in un obitorio. Cloni pronti da utilizzare, pensò.

Lanciò un’occhiata, perplessa. Sembravano pupazzi buttati alla rinfusa. Un volto devastato dal dolore. Un paio di anziani, rugosi e rinsecchiti, con gli occhi aperti sul nulla. Un ragazzo con ferite e tagli su tutto il torace. Un paio di corpi maciullati, come dopo un violento incidente. Una donna senza un braccio a pancia in giù con le gambe a penzoloni.

Di colpo capì.

Cadaveri.

Erano cadaveri. La Fabbrica non creava cloni umani. Non partiva da una cellula per sviluppare un nuovo individuo. Utilizzava morti, presi dagli ospedali, dagli obitori, dai cimiteri. O addirittura rapiva e uccideva per procurarsi la materia prima. I tecnici scioglievano la carne, la impastavano e la riutilizzavano come materia prima. Ecco perché il processo era così economico!

La testa le girava. L’aria era fredda e pungente, l’odore di sangue e carne le impregnava i vestiti. Sentì lo stomaco ribellarsi e il vomito riempirle la gola. Cadde in ginocchio, con la testa tra le mani, piangendo e sputando bile nello stesso tempo. Urlò. Un grido acuto, prolungato, preludio alla follia, e poi svenne.

L’uomo guardò Livia, stesa per terra in una piccola stanza vuota. Il corpo sussultava, scuotendo gli elettrodi infilati nel cranio.

 — Non me lo aspettavo. Aveva un carattere forte.

— Te lo avevo detto. La morale va abbassata da B2 a B1. L’aspetto femminile anche. Per farla sexi e disinibita l’hai resa troppo fragile.

— Nel romanzo Livia raccoglie le prove e fugge, cercando di far conoscere la verità in un turbinio di colpi di scena…

L’uomo traccio una serie di croci in un questionario prestampato. 

— Ecco le correzioni. Riscrivi il personaggio. Non appena sei pronto, facciamo una seconda prova. Impiantiamo azioni e ricordi e partiamo da quando immagina di entrare nella sala clonazione — gli diede una pacca sulla spalla. 

— Vedrai, filerà tutto liscio. Sarà un best sellers!