La concentrazione di scheletri di cui era già stato informato era maggiore negli immediati dintorni dell’arcipelago delle Positree, e l’esame degli strati superiori rivelava che alcune tra le formazioni cartilaginee non dovevano essere più vecchie di qualche mese.Probabilmente, indicava una nota degli zoologi, le sostanze alcaline presenti in abbondanza nell’acqua hanno la capacità di sciogliere molto rapidamente le componenti organiche delle creature, la­sciando scheletri intatti che si accumulano sul fondo dell’oceano.Ender si accarezzò il mento perplesso. Se era così, da dove dia­volo provenivano quei mostri? E che collegamento poteva esserci tra loro e la creatura che aveva assalito il jetcraft e di cui aveva avvertito le emanazioni mentali? Perché lui sapeva che un col­legamento esisteva. Il braccio che avevano trovato sul ponte, ancora avvolto nella manica di tessuto grigio, apparteneva a Kay-Won, lo spe­cialista pilota. Il suo distintivo spiccava all’altezza del tricipite, cucito con filo dorato.

Quando udì un rumore alle sue spalle, Ender si girò di scatto. Era Tanitha, che sembrava essersi ripresa e che gli si era avvicinata pal­lida in volto.

— Dobbiamo avvertire il comando — disse la ragazza con voce rotta. — Deve intervenire la sorveglianza.

— No — ribatté Ender con decisione. — Lasciamo fuori i militari da questa storia.

— Ma forse Kay-Won e Silvia Waas sono ancora vivi! — protestò Tanitha con le lacrime agli occhi. Era una ragazza graziosa e gracile che non aveva mai dovuto fronteggiare una situazione del genere.

— Può darsi — fu la risposta asciutta di Ender. — Di certo lo è Silvia Waas. E io credo di sapere dove si trova.

Tanitha lo guardò sorpresa, poi sembrò ricordare le sue facoltà empatiche e annuì, mordendosi il labbro.

— Che cosa facciamo? — chiese.

— Ancora un istante e poi ci muoviamo — rispose Ender. — Cercheremo di andare a prenderli.

Otto

Le emanazioni mentali inviate da Silvia Waas erano for­tissime, così chiare che a Ender sembrava vi fosse una voce acuta che gli strillava direttamente nel cervello parole senza senso.

Il motore di quell’incredibile potenza era il panico: una paura totale e definitiva per qualcosa che aveva annullato persino l’equilibrio chimico mantenuto dall’impianto di inibizione empatica della donna.

Ender terminò di riempire lo zainetto, controllò il carica­tore del fucile e diede a Tanitha Bekaram la piccola borsa imbottita con il portatile.

In silenzio, seppure con una smorfia di terrore sul viso celata a fa­tica, la ragazza lo seguì a bordo del gommone. Le urla mentali di Silvia Waas erano un frastuono che Ender poteva seguire come un faro nella notte e che li condusse in un anfratto tra due scogliere che cadevano a picco nel mare, nel versante occidentale dell’isola.

Ender accostò con il gommone, lo legò a una roccia e aiutò Tanitha a scendere. Da quel punto, arrampicandosi sopra i la­stroni scolpiti dal vento, arrivarono in breve su una sorta di terrazza naturale che si sporgeva sull’oceano per oltre venti metri, abbastanza grande da consentire l’atterraggio di un elicottero.

La creatura aliena che aveva attaccato il jetcraft si trovava appesa alla parete dirimpetto a loro, un muro di roccia con una pendenza di novanta gradi che saliva senza interruzione fino alla cima superiore del rilievo centrale dell’isola.

E appena più sotto c’erano i corpi esanimi di Kay-Won e Silvia Waas.

Nove

— Mio Dio — sibilò Tanitha Bekaram. — Che cos’è?

A un’altezza di poco più di cinque metri dalla piattaforma c’era una creatura gigantesca attaccata alla parete rocciosa. Aveva la parte inferiore del corpo e tutta la struttura dorsale imbozzolata in un grumo di materia biancastra cristallizzata, come quella che avevano trovato sul jetcraft, quanto bastava per sorreggerne il peso im­ponente.

Ender stimò che la creatura doveva essere alta sette o otto metri, e sep­pure parzialmente nascoste distinse le curve cartilaginee delle ali ripiegate. Le zampe superiori, sottili e biancastre, non sembravano essere dotate di artigli, ma il muso massiccio lasciava intravedere una doppia fila di zanne giallastre.

Silvia Waas, sdraiata a terra priva di sensi, continuava a urlare nella sua mente come un disco rotto. Un segnale continuo e istintivo che non aveva un impulso vo­lontario e che lui non avrebbe potuto far cessare se non destando la donna dal coma in cui sembrava essere sprofondata.

Non aveva speranze invece per il pilota: tutta la piattaforma era macchiata del suo sangue, e ormai doveva essere morto dissanguato da pa­recchio tempo.

— Dubigan — lo chiamò Tanitha con la voce che le tremava e le mani contratte sul fucile. — C’è una chiamata dalla base.