È un film che prende nettamente le distanze dai toni dei due precedessori, e anche dai compagni di continuity Marvel (Thor, Capitan America e The Avengers).

È una scelta precisa e, per molti versi, coraggiosa a opera di Shane Black, che, supportato da una produzione e da un'intelligente manovra di promozione (sappiatelo: teaser, trailer e poster vi vendono un certo tipo di prodotto ma ne avrete un altro), costruisce attorno il personaggio del Vendicatore di ferro una classica action-comedy alla maniera che meglio gli riesce (suoi sono i primi Arma Letale, di cui vediamo replicate alcune delle dinamiche tra Downey e Don Cheadle nella seconda parte della pellicola, ma anche L'ultimo Boy Scout e il Kiss Kiss Bang Bang del 2005), spogliandolo di qualsiasi connotazione epica o anche solo fumettistica.

Il che, probabilmente, spiazzerà parecchi spettatori, ma potrebbe esaltarne altrettanti.

 

Dicevo di Downey/Stark che passa poco tempo dentro la sua armatura. O magari, dovrei dire le sue armature, visto che ne ha un assortimento intero, proprio come Carrie Bradshaw tiene le sue Manolo Blahnik ordinatamente stipate nell'armadio.

Perché l'armatura qui è solo un'altro pezzo, una grossa pistola, all'occorrenza volante (ma piena di bug e inaffidabile, mai come in quest'episodio), un alter ego e anche un rifugio... ma non è certo al centro della storia.

 

Attenzione: siamo lontanissimi anche da Chrisopher Nolan e dalla sua lettura cupa e introspettiva dell'eroe.

I demoni interiori di Stark sono sì portati sulla scena, ma niente alcolismo (l'Iron Man dei fumetti), niente tumori al cervello (l'Iron Man Ultimate) o dipendenza da composti sintetici (Iron Man 2).

"Solo" attacchi di panico, nati dopo la traumatizzante esperienza newyorchese e dall'invasione aliena fronteggiata in The Avengers... dei quali comunque, Shane non fornisce mai una lettura troppo seriosa. Ricordate? siamo più in zona anni novanta, Nolan e il suo Batman sono di là da venire e i toni generali sono molto più leggeri.

A Downey viene dato tutto lo spazio che serve per gigioneggiare e piazzare le sue battute ogni volta che se ne apre uno spiraglio. Per conto mio, preferivo i dialoghi serrati e corrosivi del primo film, ma una volta accettato che il registro è diverso, ci si può comunque godere lo spettacolo.

 

Con tutti i pregi ma anche i difetti della costruzione, che, va detto, non può vantare né una sceneggiatura inattaccabile (direi che non è questa la sede per esaminarne tutte le incongruenze e le assurdità, e per questo magari mi riservo un prossimo post), né una fotografia particolarmente ricercata o degli stacchi di montaggio più che elementari (e, in alcuni casi, decisamente rozzi).

 

Questo non vuol dire che ci si annoi. La sola trovata del Mandarino, per esempio, è semplicemente geniale e per nulla scontata nella sua velata accusa a un sistema politico che, laddove non esiste una minaccia reale per il Paese, la inventa (e non intendo spoilerare oltre).

Per gli otto euro del biglietto avrete, inoltre: combattimenti in armatura e a mani nude, aeroplani presidenziali attaccati in volo, salvataggi multipli a diecimila piedi di quota, due comparsate che riconoscerete alla prima occhiata (il Miguel Ferrer di Robocop e William Sadler di Die Hard 2), più un'altra mezza dozzina di sequenze ad alto tasso di spettacolarità. Come da contratto.

 

E poi, l'ingrediente Extremis, la graphic novel che, qualche anno fa, riavviò e svecchiò la saga intera dell'Iron Man fumettistico e che, se fosse stata presa in mano da un regista diverso, ne avrebbe fatto una storia completamente differente, dai toni oscuri, cyberpunk e densa di implicazioni di carattere bioetico.

Niente di più lontano dall'uso che Shane ne fa in questo film, rendendola una specie di elisir tecnologico che fa ricrescere gli arti e rende invulnerabili come i Terminator di stampo cameroniano, asservendola alle dinamiche e all'estetica di una storia che è, più di ogni altra cosa, un omaggio sentito a un certo tipo di cinema che sembrava essere appena stato archiviato e mandato in soffitta.

E se avete dei dubbi su questa mia affermazione, vi verranno spazzati via dai titoli di coda, arrangiati e serviti visivamente - ma anche da un tema sonoro del tutto coerente - alla maniera di un telefilm di vent'anni fa.

 

In quest'ottica, vedrete che troveranno la loro collocazione una Paltrow-Pepper che non riesce a essere il motore emotivo del film ma solo un altro pezzo del meccanismo, un villain bidimensionale come Killian/Pearce, una spalla dodicenne che probabilmente ha persino più spazio di quanto non dovrebbe e al quale vengono riservate improbabili battute da adulto, l'ex regista Favreau che pur rimosso dall'incarico per evidenti demeriti riesce a ritagliarsi la sua particina nella prima parte, e un secondo personaggio femminile (la bella ma non bellissima Rebecca Hall) dal contenuto spessore ma dalla fisicità giusta.

In poche parole: consigliato... ma ricordate, se abbandonate da subito le aspettative di assistere all'ennesimo spin-off di Avengers, ve lo godrete molto di più. 

 

P.S. Sì, anche qui c'è la solita scenetta dopo i titoli di coda.