La Terra dell’anno 2077 è un posto non particolarmente accogliente. Mezzo secolo prima un misterioso ed enorme artefatto alieno si è avvicinato al pianeta e ha ridotto in frammenti la Luna, causando delle alterazioni gravitazionali che hanno drammaticamente alterato la superficie del pianeta. Jack (Tom Cruise) e Vika (Andrea Risenborough) conducono una vita solitaria, essendo addetti al mantenimento dei droni che proteggono dai tentativi si sabotaggio degli Scavs le gigantesche macchine che stanno raccogliendo le ultime risorse rimaste, acqua in particolare, per inviarle su Titano, la luna di Saturno sulla quale è stata evacuata la razza umana. Vi sono tuttavia degli interrogativi. Jack continua ad avere delle visioni nelle quali si trova sulla cima dell’Empire State Building di una New York pre-devastazione con una donna. Qual’è il significato di queste immagini ricorrenti? E perchè, quando una vecchia nave spaziale della Nasa rientra inaspettatamente sulla superficie, i droni automatici attaccano e distruggono le capsule con l’equipaggio umano tranne l’unica che Jack riesce a proteggere col proprio intervento?

 

Al suo secondo lungometraggio, dopo l’interessante ma non completamente riuscito Tron: Legacy (di cui ora sta preparando il sequel) Joseph Kosinski si dimostra un cineasta emergente decisamente da tenere d’occhio. Di Oblivion è la vera forza motrice. Ha scritto il soggetto originale, da cui nel 2005 è nato un graphic novel che è servito a presentare il progetto alle case di produzione. Ha scritto, in collaborazione con Karl Gajdusek e Michael DeBruyn, la sceneggiatura. Lo ha prodotto e diretto. Ha scelto con puntigliosità quale macchina da presa (digitale) avrebbe dovuto essere girato e già nel 2005 aveva preso nota che la musica elettronico-sinfonica del francese Anthony Gonzalez (alias M83, dal nome della galassia a spirale Messier 83) sarebbe stata perfetta per la colonna sonora del film che aveva in mente di fare. È dunque un film che lo rappresenta pienamente come autore e questo, per chi scrive, è certamente già un punto di forza enormemente positivo in un mondo come quello della grande produzione cinematografica hollywoodiana, lavorando per la quale significa spesso spersonalizzarsi e piegarsi ai dettami di un’industria che tende a omogenizzare il prodotto.

 

Sontuosamente girato in eterni tra i desolati paesaggi islandesi (la fotografia è curata da Claudio Miranda, fresco vincitore del premio Oscar per Vita di Pi) e per buona parte in edifici di stampo classico a New Orleans, per gli interni, Oblivion per certi versi affonda le proprie radici contenutistiche e stilistiche nella fantascienza dei primi anni ’70, film come 1975: occhi bianchi sul pianeta Terra o 2002: la seconda odissea, senza dimenticare l’imprescindibile 2001: odissea nello spazio. Ad essi lo accomuna l’interesse per le sorti dell’umanità e per il tentativo di dire qualcosa sull’essenza stessa dell’esperienza umana. D’altro canto Kosinski, classe 1974, è cresciuto nell’era post Star Wars e dunque varie sequenze possono richiamare, crediamo volutamente, scene di Guerre Stellari (l’inseguimento tra i canyon) o Star Trek – The Motion Picture (l’ingresso nella gigantesca nave aliena). Visto un aspetto specifico della trama qualcuno vi troverà dei richiami anche a Moon, ma su questo punto è opportuno andare cauti, ricordando che il piccolo gioiellino di Duncan Jones è uscito nel 2009 quando il soggetto di Oblivion era già pronto da qualche anno.

 

Esperto lui stesso di architettura e di grafica computerizzata Kosinski sfrutta appieno i rapidi e progressivi avanzamenti tecnologici che hanno reso gli effetti speciali dei film sempre più complessi e sofisticati, mettendoli al servizio di una storia che non è solo sfoggio dei soli effetti visivi, comunque eccellenti, affidati agli artisti digitali di varie aziende, Digital Domain in testa ma anche Pixomondo e The Third Floor. 

 

Oblivion non è certamente un film esente da difetti; qualche ingenuità e qualche forzatura logica certamente non ci vuole molto a trovarne, ma nel complesso è un potente e riuscito film d’intrattenimento si potrebbe dire liricamente spettacolare, spudoratamente emotivo ed emozionante, che al tempo stesso richiede allo spettatore un certo lavoro cerebrale per mettere insieme i pezzi di un complicato puzzle narrativo al centro del quale, nel bene e nel male, c’è un cuore che batte.

 

Per gli interessati, la colonna sonora è ascoltabile in streaming.