Lui non reagisce, si volta e si limita a fissare il braccio nudo, le mie labbra e l’impianto sulla tempia. Come se avesse percepito onde sonore, ma non origine o significato.Il silenzio di questo posto mi fa impazzire.

Poi, nella penombra del laboratorio distrutto, mi accorgo che le sue cornee sono scarlatte e brillano di follia fissandomi.

Nella destra, stringe tremando uno storditore elettrico.

Si avvicina ondeggiando il suo non/sorriso, che scopro fluorescente e fatto di chiodi.

‘fanculo.

Salto giù dal lettino lercio in tempo per bloccargli il polso prima che mi raggiunga... ma è troppo forte, il gomito stride e lui mi agguanta la gola, a denti stretti gemo di rabbia, con l’altra mano annaspo e sbatto a terra oggetti metallici

(perché l’artiglio non risponde? Perché perché perché?)

poi sotto le dita sento l’ago, la siringa. Senza pensare, senza respirare, quando già una lenta esplosione di puntini neri mi annebbia la vista, lo colpisco, affondando.

Una poltiglia fredda e appiccicosa mi scoppia sulla mano.

Lui abbandona lo storditore, si porta entrambe le mani all’occhio maciullato: il sangue pulsa in schizzi neri attraverso le dita e non emette suono.

Fra le sue fauci di chiodi vedo il moncherino della lingua vibrare come coda di lucertola.

Ansimante, fatta di adrenalina, inizio a correre.

L’artiglio è inerte.

Lo scyther è una crisalide fredda che mi avvolge la mano, rendendomi impacciati anche i movimenti più semplici.

Ciò che mi ha iniettato non era solo inchiostro… ha interferito con i circuiti d’interfaccia, danneggiandoli.

Sono spacciata.

Questo posto è una selva di incubi. E magari lo fossero davvero.

Questi sono incubi fatti di lame e fuoco e filo spinato.

Incubi che divorano.

- Da quanto tempo stai viaggiando, Capitano?

Capitano?

La ballerina ha il viso sfregiato d’intagli profondi, complessi, quasi barocchi.

Prendo dal bancone il tappo da birra, pieno di coca.

(a volte voglio essere io a decidere di dimenticare)

- Non lo so. - rispondo monocorde, lasciando vagare lo sguardo fra i tavoli, il vetro lurido delle bottiglie superstiti e i loro liquidi ustionanti, il volto scarabocchiato del mio barman/pusher che si muove su tozzi trampoli d’acciaio, cuciti con stringhe di tendine ai moncherini delle cosce.

Fra indice e pollice, il mio angolo di paradiso.

O di overdose.

Lei mi blocca la mano.

- Si può sapere che vuoi? - l’apostrofo infastidita.

Il pasticcio di carne che ha al posto della faccia si contrae, come se provasse un dolore improvviso, poi due lacrime colano giù dai bulbi oculari esposti.

La sua mano sa di febbre sulla mia eppure... provo uno strano piacere al contatto.

Una familiarità.

Lascio che mi sfili il tappo dalle dita.

La sua gonna di tulle è bruciacchiata, la calzamaglia piena di strappi e macchie di sangue. Attraverso la seta biancagrigia dell’abito, costole e cicatrici cheloidee.

È così assurda, così triste in questo luogo.