Kierkegaard sente i muscoli irrigidirsi sotto il cappotto. Le mani nelle tasche si chiudono in pugni, cercano di aggrapparsi a un oggetto solido, qualcosa di materiale, che faccia al caso.L’altro Kierkegaard lo ha afferrato per le spalle, gli parla fissandolo dritto negli occhi, ma Kierkegaard ha smesso di ascoltarlo. Non può più sentirlo, ormai. È scivolato oltre l’orlo e ormai sprofonda nell’abisso della disperazione, il baratro in cui lo ha scagliato il ripiegamento della sua stessa autocoscienza…Afferra lo stilo e lo usa come un pugnale, affondandolo nella giugulare dell’altro… di sé… E colpisce, senza curarsi del caldo umido e organico che gli scorre tra le dita e gli scivola tra le nocche, imbrattandogli le mani e i polsini.

La neve si tinge di rosso.

Kierkegaard colpisce, ancora e ancora, come a voler cancellare ogni traccia dell’oltraggio, per eliminare lo scandalo dal mondo, per relegare il paradosso nell’oblio. E quando sente la forza venire meno nella presa dell’altro sulle sue spalle, sfrutta il movimento del corpo esanime per accompagnarlo sul bordo del parapetto e spingerlo oltre la sponda.

Il cadavere colpisce l’acqua gelida con forza, ma senza sollevare schizzi. Viene inghiottito dalla torbida corrente come se fosse solo un fiocco di neve troppo grosso e solo quando è scomparso alla vista Kierkegaard si ferma a pensare. Ha il respiro affannato, ma la strada è ancora deserta. Si accorge di impugnare l’arma del delitto: la abbandona al richiamo della gravità, lasciando che le acque cancellino ogni prova. Poi cerca di ricomporsi.

La sera è ormai scesa.

Kierkegaard è sconvolto. Pensa a quanto è accaduto, non si dà pace. È consapevole di aver rimediato una ferita che si porterà dietro per tutta la vita, senza mai rimarginarsi. Perché un gesto disperato ha appena segnato l’inserzione dell’eternità nel tempo, e l’istante in cui la penna è affondata nel collo dell’altro se stesso, succhiandogli via la vita, è ormai inciso a fuoco nelle sue carni.

Si trascina stancamente verso casa, la mansarda presa in affitto solo a un paio di isolati da lì. Di tanto in tanto si volta a guardare se per caso sulla strada, nello strato di neve appena caduta, s’inseguano altre impronte parallele alle sue. Non c’è niente, ma un peso immenso grava stasera sulle sue spalle. Ha appena vissuto la morte dell’io: le conseguenze del suo gesto sono condensate in una scheggia che d’ora in avanti Kierkegaard è condannato a portarsi nelle carni, fino all’ultimo dei suoi giorni.