Con Alcatraz diventano tre in questo momento le serie prodotte da J.J. Abrams in onda negli Stati Uniti. Il pubblico - aiutato in questo dal marketing - tende a indentificare le serie TV con il produttore più noto, e non sempre questo è un bene per il produttore stesso (Falling Skies e Terra Nova, per esempio, non hanno certo aggiunto prestigio al nome di Steven Spielberg), ma la verità è che i creatori e gli show runner generalmente sono persone diverse. La mano o l’influenza del nome celebre si può sentire e non sentire, e a quel punto l’attribuzione di un contributo di paternità diventa una questione abbastanza sfumata e personale.

Se per esempio in Person Of Interest a nostro avviso si sente meno Abrams e molto più Jonathan Nolan, su questo Alcatraz, creato da Elizabeth Sarnoff, Steven Lilien e Bryan Wynbrandt, la mano di JJ sembra abbastanza evidente.

 

Lo spunto della serie: la storia ufficiale dice che la prigione di Alcatraz è stata svuotata dai prigionieri e abbandonata nel 1963. “Salvo che” dice la voce nella sigla, “questo non è affatto accaduto”. Anzi, prigionieri e secondini sono spariti misteriosamente, e ora altrettanto misteriosamente cominciano a riapparire, uno alla volta, senza essere invecchiati di un giorno, e con delle precise missioni da compiere. Che generalmente prevedono la morte di qualcuno.

4400” diranno subito i nostri piccoli lettori. E in effetti l’idea di base suona decisamente simile. Ovviamente nulla sappiamo su chi e perché abbia prelevato i carcerati e li abbia rimandati indietro mezzo secolo dopo, anche se le possibilità che ci sia dietro un complotto temporale come quello della serie citata sono abbastanza elevate. Dal canto suo, Alcatraz aggiunge la suggestiva ambientazione della vecchia prigione sull’isola.

 

Abbiamo atteso di vedere anche il terzo episodio per farci un’idea abbastanza chiara del funzionamento di questa serie, che sembra basata su un modello fisso: a ogni episodio viene presentato uno dei carcerati, viene seguita da una parte l’indagine nel presente per ritrovarlo e catturarlo, e dall’altra, con dei flashback, la sua storia nel passato. Lo schema in tutta franchezza ci sembra ripetitivo e tutto sommato poco coinvolgente. In questo senso: abbiamo un mistero, gente che viaggia nel tempo, un complotto di qualche tipo, e perdiamo tutto il tempo della puntata a farci raccontare come viveva in prigione questo tizio e come fanno a ritrovarlo i due investigatori. In sostanza, abbiamo un telefilm di fantascienza che perde la maggior parte del tempo a fare il telefilm poliziesco.

La parte continuity che propone i temi più interessanti per il momento rischia spesso di risultare indisponente, con continue “rivelazioni” che infittiscono il mistero ma senza costruire - per il momento - una struttura narrativa.

 

Abituati come siamo stati a Lost, Alias, anche a Fringe nei suoi momenti migliori, dobbiamo ammettere che la struttura episodica di questa serie, come pure di Person of Interest, ci dà fastidio. Una buona idea di fondo dovrebbe essere sfruttata con serie molto più organiche in cui, anche magari in presenza di storie che si risolvono nell’episodio, la continuity abbia una parte molto più importante.

 

Nel cast si distingue per il momento solo Jorge Garcia, lo “Hugo” di Lost, con un personaggio che dovrebbe rappresentare lo sguardo stupito dello spettatore e che fa un po’ da guida nei misteri della vera Alcatraz. Sarah Jones non sembra particolarmente adatta al ruolo della protagonista, la detective Rebecca Madsen, e non ha neppure una frazione della personalità di un personaggio analogo come quello interpretato benissimo da Anna Torv in Fringe. Sam Neill sfrutta davvero poco le sue capacità nel ruolo del capo progetto Emerson Hauer, e Parminder Nagra (la Neela di E.R.) si è vista davvero troppo poco per darle un voto. Nel pilot c’è anche Jeffrey Pierce, a suo tempo protagonista della serie sci fi Charlie Jade

 

Per il momento quindi il nostro giudizio deve essere interlocutorio ma con molti dubbi. La serie ha le potenzialità per decollare, ma dopo tre episodi ci sembra saldamente ancorata a terra.