A volte quello che ci vuole è una bella vacanza. Ne sembrano convinti anche in Polonia, dalle parti di People Can Fly, che con Bulletstorm, la loro accattivante ricetta per riaccendere la passione negli sparatutto in soggettiva, invitano i giocatori a spassarsela al ritmo degli skillshot immersi nei paesaggi da cartolina di Stygia. Sarebbe un gigantesco villaggio turistico grande quanto un pianeta intero, baciato dal caldo arancione del sole e l'azzurro di un cielo che più immenso non si può, come se Magnum, P.I., le Hawaii e gli anni '80 avessero fatto tutti un salto di qualche secolo nel futuro. L'Unreal Engine, nelle mani giuste, lo dimostra anche Enslaved, può offrire scorci davvero paradisiaci. Quando però i nostri sbarcano rocambolescamente su Stygia, la località è ormai in disuso e in mezzo ai luccicanti rimasugli della speculazione edilizia infuria una guerra senza quartiere tra criminali e mutanti. Comunque Grayson, pirata spaziale con un passato nei corpi speciali, non è lì a caccia di un'abbronzatura. Sta inseguendo la sua personalissima vendetta nei confronti dell'uomo che gli ha rovinato la vita. Una di quelle strade che, si sa, finiscono per essere lastricate di cadaveri.

 

People Can Fly ha pensato di non ammucchiare semplicemente i corpi, ma di farlo con stile, puntando sugli skillshot, un sistema di valutazione delle uccisioni che riscrive le regole degli sparatutto nel segno dell'esibizionismo più sfrenato. Così lo sboccato cyberwestern a briglie sciolte dell'antieroe Grayson diventa anche un irridente spettacolo splatter in cui vengono premiati abilità, ingegno e fantasia. Un mix letale di first person shooter, pedate nel sedere, fuochi d'artificio e balletti sulle punte delle dita. Mentre si avanza sperimentando ogni possibile danza macabra, alla scoperta delle eliminazioni più scenografiche e remunerative, perché la pratica degli skillshot non è fine a se stessa ma inserita intimamente nel tessuto di gioco (si tratta della via privilegiata per rifocillarsi ai checkpoint di armi e munizioni), si viene colti da una genuina febbre dell'achievement, la continua ricerca della nuova impresa, in un tira e molla coi record degli amici, con tanto di modalità ad hoc dove concentrarsi sulla scalata al tabellone.

 

Pur concedendosi un pizzico di Call of Duty nello sviluppo a corridoio dei livelli, Bulletstorm rigetta i canoni dello spararatutto contemporaneo. Anche per certe scene plateali e alcune trovate in memoria degli enormi boss dei tempi andati, ma in fondo ben al di là di questo, l'ultimo, scanzonato, inebriante parto degli autori di Painkiller rappresenta piuttosto l'avanguardia del revival dei vecchi e chiassosi fps, da Quake a Duke Nukem, in una rilettura dissacrante del genere che apre inediti spiragli di divertimento, nei quali la logica degli headshot si espande ai buttshot e a ogni immaginabile combo, un calcio può ferire più della schioppettata e la gravity gun, intesa come invenzione ludica, si trasforma in un laccio con cui palleggiare i nemici in una gangbang di sangue e proiettili condita da un fiume di parolacce, doppi e tripli sensi carpiati con avvitamento.

 

Anche questo è Bulletstorm, un gioco costantemente sopra le righe che, nell'atmosfera esagerata da action movie dell'epoca d'oro di Stallone, Swarzy e compagnia, prova con successo a mescolare le carte in tavola aggiungendo carne al fuoco a dinamiche collaudate, un po' come aveva fatto Bizarre Creations nei racing con Project Gotham e negli sparatutto con The Club o, più di recente, Shinji Mikami sposando in Vanquish stylish, shooter e beat'em up. Quella di People Can Fly è una boccata d'aria fresca che sposta l'ago della bilancia dall'obiettivo all'esecuzione e colora di espressionismo arcade il mondo dei simulatori di warfare. Con un sorriso.