Estremamente fedele allo spirito e alle atmosfere dell'originale omonimo del 1941 intepretato con trucco patetico, ma tanta buona volontà da Lon Chaney Jr, Wolfman risulta sorprendentemente libero di fornire un'insperata connotazione psicologica a un film horror prodotto nel ventunesimo secolo da una major hollywoodiana.

In questo senso, Wolfman deve grandissima parte della sua riuscita al talento dei due sceneggiatori coinvolti: Andrew Kevin Walker (Il Mistero di Sleepy Hollow, 8MM, Seven) e David Self (Thirteen Days, Era Mio Padre).

A questi due veri e propri geni della scrittura cinematografica viene affiancato un regista dall'enorme talento visivo come Joe Johnston che prima di Capitan America cui sta lavorando attualmente, ha diretto l'indimenticabile Cielo D'Ottobre e i meno interessanti, se non addirittura trascurabili Jurassic Park III e Hidalgo.

 

Wolfman, quindi, unisce una sensibilità e un'estetica molto classiche da film Hammer (semplicemente meravigliosa la fotografia desaturata di Shelly Johnson che richiama il bianco e nero) a uno spirito postmoderno in grado di creare un gioco di rimandi continui tra la tragedia greca, Shakespeare e il lavoro di Sigmund Freud, mettendo in scena una sorta di violenta rilettura del complesso di Edipo.

Tutto questo nel contesto dinamico e adrenalinico di un film horror pieno di colpi di scena ed emozioni, impreziosito da dialoghi eleganti e raffinati interpretati con eleganza da Sir Anthony Hopkins, una sensuale Emily Blunt, un ambiguo Benicio del Toro e un - come sempre - sarcastico Hugo Weaving.

 

Intelligente e divertente, Wolfman, pur lasciando aperta discretamente la porta alla possibilità di una franchise, è una pellicola compiuta che prova, sin da subito, a fuorviare lo spettatore in direzione di cose che non accadono e di indizi più o meno volutamente errati rispetto a quello che sarà il finale.

La storia, infatti, che vede un nobile inglese tornare alla casa paterna dopo un lungo esilio, richiamato dalle richieste della fidanzata del fratello scomparso, offre spunto per una serie di interpretazioni psicologiche estremamente interessanti e stimolanti.

Brillante e in alcuni momenti, perfino divertente, Wolfman è un film da amare per la sua straordinaria capacità di unire classico e moderno, per un uso intelligente ed estensivo degli effetti visivi, per il suo sapere essere essenziale, in un contesto visivo e narrativo sofisticato e meraviglioso.

Nessuna forzatura e tantomeno nessuna ridondanza connotano questa trama che gioca anche su continui rimandi rispetto a quello che lo spettatore sa oppure ritiene di sapere rispetto alla licantropia e alla Londra vittoriana.

Un remake unico nel suo genere che riesce ad andare molto oltre l'altrimenti asfittico e generalmente cafone panorama delle produzioni hollywoodiane legate all'horror.

Un film da non perdere per chi ama il cinema di genere, ma anche per chi, al cinema, adora essere sorpreso da una narrazione ineccepile ed elegante.