Nel frattempo, in Giappone, Astro Boy raggiunge grandi vette di popolarità e di ascolti tv,

dando origine a un vasto merchandising con la sua immagine e spingendo altri studi di produzione alla realizzazione di nuove serie animate. Tuttavia Tezuka non è soddisfatto di questa sua opera. Gli incessanti ritmi di produzione (uniti agli enormi costi di lavorazione) non gli consentono di lavorare sulla qualità delle animazioni, mentre le sceneggiature che aveva preparato per la serie sono già tutte utilizzate durante il primo anno di lavorazione e lo staff del cartone, per portare avanti la storia, si concentra soprattutto nel proporre continuamente scontri tra il protagonista e nuovi nemici. Tezuka ha l’impressione che il personaggio sia sfuggito al suo controllo e, dopo la conclusione della serie tv nel dicembre 1966 (al 193° episodio),  commenta amareggiato: “Considero Astro Boy come una delle mie peggiori realizzazioni, scritto per l’avidità di fama e denaro” (vedi pag. 32 del libro di Francesco Prandoni Anime al cinema. Storia del cinema di animazione giapponese 1917-1995, Yamato Video, Milano 1999).

Nonostante l’amarezza, il personaggio di Astro Boy diverrà prima fonte di ispirazione per la serie tv animata Capitan Jet (“Jetter Mars”, ideata da Tezuka e prodotta da Toei Animation nel 1977, dove il protagonista è un piccolo robot dall’aspetto simile ad Astro Boy), per poi godere di un remake realizzato dalla Tezuka Productions (sorta dopo il fallimento della Mushi) tra il 1980 e il 1981, consistente in una nuova serie tv a colori in 52 episodi dedicata ad Astroboy, destinata ad arrivare anche in Italia e recentemente pubblicata in dvd da Yamato Video e Dolmen.

Il personaggio continua ad essere conosciuto e amato anche negli anni successivi (sia in Giappone che in Occidente), tanto che nel 2003/2004 diviene protagonista di una nuova serie tv in 50 episodi (inedita in Italia), mentre alla fine del 2009 esce nei cinema di tutto il mondo un film in computer grafica 3D che ne ripropone l’epopea.Diretto da David Bowers (regista di Giù per il tubo), la pellicola di Astro Boy è giunta nel nostro paese a dicembre 2009, con la presenza tra i doppiatori di Silvio Muccino (voce di Astroboy), Carolina Crescentini (Cora) e del Trio Medusa (i tre buffi robot dalle idee rivoluzionarie). Sotto un profilo puramente tecnico il film è di buon livello, con una buona cura nelle animazioni. Tuttavia la trama subisce diverse importanti modifiche, atte a creare una pellicola adatta principalmente ad un pubblico infantile (evitando quindi di affrontare in modo più adulto la storia del bambino robot come invece avveniva nel film A.I. – Intelligenza Artificiale di Steven Spielberg), che presenta diverse affinità, evitando accuratamente di presentare situazioni che potrebbero turbare i più piccoli o provocare polemiche da parte dei genitori. Basti pensare che la morte di Tobio (unico personaggio a morire nel film, la cui scomparsa è suggerita solo dal ritrovamento del suo cappello) non avviene più a causa di un incidente stradale (evento probabilmente considerato troppo perturbante dai produttori, perché legato alla quotidianità e che potrebbe colpire chiunque di noi, come infatti accade in Cimitero Vivente/Pet Sematary, celebre romanzo horror di Stephen King, portato al cinema nel 1989 da Mary Lambert, basato anch’esso sul tema del dolore per la perdita di un figlio, e sulla successiva e disperata reazione di un padre), bensì per via di un incidente in laboratorio durante un esperimento con un robot guerriero (sicuramente un evento non comune come un incidente stradale e proprio per questo meno perturbante per il pubblico). Dopo aver creato l’androide, nel tentativo di rimediare alla morte del figlio (del quale il robot possiede i ricordi e la personalità, poiché Tenma ne ha copiato il dna grazie ad un capello di Tobio), Tenma si rende sì conto che il piccolo robot non potrà mai sostituire il figlio, ma si limita ad esprimere di non volerlo più vedere senza venderlo ad un circo come avveniva nella storia originale (evitando quindi il rischio del ripetersi di quelle polemiche che accolsero Astro Boy negli USA negli anni Sessanta). È infatti il piccolo robot (divenuto nel frattempo consapevole di poter volare, elemento che fa nascere un interrogativo destinato a rimanere insoluto: se Tenma voleva solo creare un robot “umano” che replicasse il figlio morto, perché lo ha dotato della capacità di volare?) a decidere di andarsene dal padre e da Metro City (sorta di gigantesca isola sospesa nel cielo, in cui vivono gli uomini più ricchi insieme ai robot più efficienti, mentre di sotto vi è una gigantesca discarica di rottami dove vivono robot malridotti e gli individui più sfortunati e poveri; divisione degli spazi simile a quella che ritroviamo nel manga Battle Angel Alita di Yukito Kishiro) in cerca di un altro posto dove vivere.