Mbarara è magnifica, in questa stagione.

Cielo azzurro, sole, aria limpida non inquinata. Di solito, in tempi così, io e la mia cerchia di conoscenze – soprattutto colleghi dell’università – riprendiamo antiche abitudini e in comitiva ce ne andiamo per qualche giorno al lago George, un centinaio di km. da qui. È tutto molto bello anche perché l’Uganda ha ragazze splendide. Ma stavolta devo pensare al mio lavoro: è da un po’ che sono a spasso, mio malgrado.

— Amin — mi ha detto l’altroieri Badoul, il capo del Dicastero Ugandese Ex-Mondo — se vuoi guadagnarti qualcosa in attesa che le tue due lauree portino i loro frutti, beh, ci sarebbe un posto per te… Ma — ha precisato Badoul ironico — devi rassegnarti a lasciare per un po’ le donne e le tue partite di awele. — Poi, serio, mi ha spiegato: andare nell’Ex-Mondo. È un lavoro di volontariato, però stavolta il nostro Ministero è riuscito ad accantonare circa 500 scellini ugandesi per ogni volontario. Penso che se stringo al massimo la cinghia dovrei farcela a recuperare le spese di viaggio, cibo e alloggio. E magari mi rimane in tasca il resto.

Accidenti però, come cambiano le cose. Ho scoperto che negli anni Dieci occorrevano quasi 3000 scellini ugandesi per 1 euro, oggi ci vogliono 3 euro per 1 scellino!

Ok. D’altronde è proprio grazie a una situazione del genere che io andrò nell’Ex-Mondo.

 

Viaggio tranquillo. Ho preso un Cessna C172 ristrutturato, della Società di Servizi Aerei ugandese. A bordo eravamo quattro viaggiatori. Pilota automatico. Il C172 era un aereo a elica, ma sostanzialmente del vecchio aeroplano resta solo il profilo esteriore. Non va più a benzina, è azionato da una versione indiana del motore fotonico. Sappiamo arrangiarci, noi dei vecchi Paesi poveri.

Il viaggio è durato quattro ore, perché strutturalmente il Cessna non può sopportare le velocità ben maggiori che il suo motore consentirebbe. L’appuntamento è all’aeroporto d’arrivo. Atterriamo, ma quello che succede non me l’aspettavo.

Scendiamo dall’aereo e ci fanno sostare tutt’e quattro in una specie di bunker per quasi un’ora. Nessuno che venga a dirci perché. Poi si apre la porticina ed entra un signore in camice bianco che dice alcune parole in spagnolo. Ad uno ad uno, ci fa delle punture. Ci guardiamo costernati. Capiamo solo che dovrebbe trattarsi di un polivaccino, contro cosa non si sa. Poi il tipo va via e richiude la porta. Prima che si riapra passa un’altra ora.

Esco imbestialito, ma mi calmo subito quando, all’uscita, riconosco il mio referente locale.

I segnali sono la bandierina a strisce nere gialle e rosse (i colori del mio Paese) e lo stemma del Servizio di Volontariato sulla camicetta.

— Ciao! — dice sorridendo. Poi aggiunge in inglese: — Sono Snješka. Conosco poco l’italiano.