Ci sono luoghi che spesso influenzano la narrativa di uno scrittore, anche quando le sue storie sono ambientate su altri pianeti. È il caso di Ray Bradbury, nato nel 1920 a Waukegan, lllinois. Pur trasferendosi ancora giovane nella più movimentata California, le atmosfere magiche e fantastiche del Midwest rimarranno per sempre nella sua memoria e nelle sue opere, a partire da un capolavoro come Cronache marziane (The Martian Chronicles, 1950), diventato in seguito un mini-serial per la televisione di sei ore.

Lo scrittore americano è una figura chiave della letteratura fantastica del secondo dopoguerra, e la sua attività si è estesa anche in campo cinematografico, teatrale, saggistico e poetico. Con John Huston, ad esempio, ha collaborato alla sceneggiatura del celebre film Moby Dick e ha adattato parecchi suoi racconti per il teatro. Ma la sua magia di scrittore si è fatta sentire anche in televisione, partecipando come sceneggiatore, o con soggetti tratti dai suoi racconti, a serie come Ai confini della realtà e Alfred Hichcock presenta e dando vita ad un intero show dedicato a lui The Ray Bradbury Theatre.

L’inizio della sua carriera, tuttavia, non è stato facile. Bradbury ha, infatti, ricevuto molti rifiuti sia dalle fanzine sia dalle riviste, prima di cominciare a pubblicare i suoi primi racconti. Questi primi rifiuti — motivati dall’uso di una prosa troppo letteraria e dalla scelta di includere poca scienza nelle trame delle sue storie — lo indussero a crearsi una sua fanzine, dal titolo Futuria Fantasia.

In seguito, lo scrittore americano si è preso una grande rivincita, non solo perché la sua narrativa breve è apparsa sulle più prestigiose riviste americane, ma anche perché la sua fama è dovuta proprio ai racconti, apprezzati anche dalla critica non specializzata.

Il successo arriva, comunque, nel 1950, con la pubblicazione di Cronache Marziane, un romanzo che narra della conquista e della colonizzazione di Marte, frutto della fusione di racconti pubblicati su vari giornali e riviste tra gli anni ’40 e ’50. Un’opera narrativa che è stata letta come una dura critica al mito — tutto americano — della frontiera.

Le storie brevi del libro, frammenti a volte, con le quali Bradbury affresca l'epopea dell'umanità alla conquista del pianeta rosso in un arco di tempo rigorosamente cronologico che va dal 1999 al 2026, sono state raccolte in tre sole parti, che identificano i punti salienti della colonizzazione: The Expeditions, The Settlers, The

Martians.

Il libro è pervaso da una sottile malinconia che ben si lega con la cifra visionaria ed evocativa dello scrittore americano. Bradbury riesce con le parole a suscitare meraviglia ed emozioni nel lettore e riesce a tratteggiare uno stereotipo come la conquista e la colonizzazione di Marte attraverso la lente del fantastico. I protagonisti - e con loro i lettori - proiettano sul Pianeta Rosso le proprie angosce e sogni che si mescolano con il mistero che Marte ha sempre suscitato sugli uomini fin dalle epoche più remote. Il romanzo è però anche una aperta critica alla società commerciale e consumistica americana e anche al razzismo che la pervadeva negli anni ’50.

La prosa dello scrittore americano è perfettamente calibrata sul senso del meraviglioso (e del fantastico più che del fantascientifico) che sprizza dalle pagine delle sue storie. Caratteristiche che lo ha reso una delle figure chiavi della letteratura fantastica del dopoguerra, tanto da meritarsi attenzione anche da parte della critica letteraria tout court. Del resto Bradbury si è fatto le ossa su riviste popolari come "Weird Tales" che avevano fatto del senso del meraviglioso il loro principale ingrediente.

Il successo delle Cronache marziane è strepitoso e nel 1973 ne esce una versione leggermente ampliata.